Due volte ministra delle Finanze in Nigeria, numero due della Banca Mondiale, presidente dell’Alleanza Mondiale per Vaccini e Immunizzazione, laurea ad Harvard, dottorato al MIT: è il profilo di Ngozi Okonjo-Iweala, prima donna e prima africana a ricoprire il ruolo di Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (OMC). Eppure la formalizzazione della sua nomina ha suscitato stupore, critiche e , di converso, gioia ed esultanza, riempiendo i social media di campagne di hashtag quali #BeLikeNgozi o #AnkaraArmy (dal nome delle vesti multicolore tipiche del suo paese che la Okonjo-Iweala è solita indossare). Perché tutto questo “rumore” (e questa volta, contrariamente da quanto avrebbe detto Shakespeare, non per nulla)? Semplicemente, Ngozi è una donna (e per di più, una donna nera, due potenti veicoli discriminatori).

 “Crediamo in un mondo dove donne e uomini hanno pari diritti e opportunità, non solo in termini di partecipazione, ma anche di guida”. Estremamente chiara è la dichiarazione di intenti della Davos Agenda 2021 del World Economic Forum, a fronte di inequivocabili dati che mostrano la scarsa presenza di donne in posizioni apicali. Ma quali sono i limiti che impediscono alle donne di essere delle “critical actresses” nella gestione della politica ed economia internazionali? Quali sono le difficoltà che una donna deve affrontare per arrivare a posizioni di potere, ancora culturalmente, socialmente e tradizionalmente percepite come adatte solo per uomini?

Se da una parte, esiste oggi una schiera di donne al vertice di alcune delle più importanti istituzioni del mondo (Lagarde alla BCE, Von der Leyen alla Commissione europea, Georgieva all’FMI, Yellen alla Banca Centrale statunitense e Harris alla Vice Presidenza degli Stati Uniti) , dall’altra i dati parlano chiaro: le donne continuano ad essere sottorappresentate nelle principali istituzioni politiche nazionali ed internazionali. Il World Economic Forum, nel suo Global Gender Gap Report 2020, ha riportato una stima pari a 95 anni di tempo necessario per colmare il gender gap oggi esistente tra uomini e donne. Al momento, solo il 24,7% di questo divario è stato eliminato mentre, secondo i World Development Indicators, la percentuale di donne elette nei parlamenti è solamente pari al 25% dei posti totali; soltanto il 21% dei ministri appartiene al genere femminile (e in molti Stati questo dato scende sotto il 10%, arrivando addirittura a zero in alcuni) e le percentuali di donne nominate capi di Stato o di governo si aggirano entrambe intorno al 6%.

Eppure, secondo uno studio dell’European Institute for Gender Equality, la riduzione del

gender gap, in politica così come nella gestione dell’economia globale, sarebbe fondamentale non solo per la simbolica distruzione del famoso “soffitto di cristallo”, ma anche perché potrebbe essere un vero e proprio booster della crescita economica di un paese. Ad esempio da uno studio di Azfar, Knack, Lee e Swamy (1999) emerge come, almeno nel breve periodo, una maggiore componente politica femminile possa essere associata a una minor incidenza di fenomeni di corruzione, fenomeni che, è ben noto, riducono i ritorni economici degli investimenti e delle attività produttive colpite da comportamenti disonesti. Jayasuriya e Burke (2012), solo per citare un altro contributo, sottolineano come le donne che operano in politica siano più inclini ad investire risorse in settori quali la salute e l’educazione, due componenti fondamentali del capitale umano. Insomma, il genere femminile, potenziando il capitale umano, contribuirebbe ad aumentare la crescita economica.

I chiari vantaggi derivanti dalla riduzione delle disuguaglianze di genere rimarcano l’assoluta necessità che la parità diventi al più presto una realtà: il 2115 è una data troppo lontana. Una maggiore presenza femminile nelle posizioni di vertice, sia a livello nazionale sia internazionale, non ha come obiettivo il raggiungimento di una “massa critica”, ma la conquista del diritto per entrambi i sessi di accedere alle stesse risorse ed opportunità di base, per poi distinguersi grazie alle loro caratteristiche e peculiarità.  La sfida da affrontare è dunque quella di rendere la politica e la gestione dell’economia sempre più inclusiva dal punto di vista del genere, affinché si possano raccogliere i frutti di una risorsa economica dalle enormi ma ancora inespresse potenzialità che non possiamo più permetterci di sprecare. Tale sfida si può vincere solo se tutte e tutti ci assumiamo la responsabilità di contribuire al cambiamento della percezione stessa del ruolo della donna come leader.

I know we have still not shattered that highest and hardest glass ceiling, but some day someone will, and hopefully sooner than we think right now”, diceva Hilary Clinton nel suo primo discorso dopo la sconfitta nella campagna elettorale per la Presidenza americana nel 2016. Solo in questo modo, tutte le giovani donne di oggi, leader del domani, potranno imparare a “non dubitare mai del loro valore, del loro potere, e del fatto che meritino tutte le opportunità del mondo per inseguire e realizzare i loro sogni”.

Categorie: Diritti Umani

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