Le imprese devono, come è ovvio, rispettare i diritti umani. In molti casi tuttavia la nozione di “diritti umani” appare sfuggente, così come difficoltosa l’identificazione dei potenziali impatti delle attività d’impresa sul godimento di diritti fondamentali, quali, ad esempio, il diritto alla salute e all’ambiente salubre, alla vita, alla privacy, al cibo, all’acqua pulita, o il divieto di lavoro forzato o minorile e il divieto di discriminazione. Il problema acquisisce una complessità tanto maggiore in presenza di gruppi societari transnazionali; cionondimeno, anche realtà a carattere strettamente nazionale possono causare violazioni, talvolta anche gravi, aspetto reso evidente purtroppo da alcuni recenti casi noti alla cronaca. Le violazioni, infine, possono interessare molti settori (dal tessile, al manifatturiero, all’estrattivo o minerario, solo per fare degli esempi), come dimostrato dalla giurisprudenza recentemente elaborata dai tribunali di numerosi Stati europei.

Il presente dossier muove dal convincimento degli autori – Angelica Bonfanti (Università degli Studi di Milano), Marta Bordignon (Dottore di ricerca Università degli Studi Roma Tor Vergata), Marco Fasciglione (CNR), Chiara Macchi (Wageningen University & Research), e co-direttori della Summer School Business and Human Rights – che sia necessario che lo Stato italiano adotti misure specifiche – in particolare, legislative – dirette a istituire a carico delle imprese obblighi di prevenire, monitorare e mitigare gli impatti negativi delle proprie attività sui diritti umani, ossia stabilisca, in analogia con altri Paesi europei, un obbligo di human rights due diligence

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