Possibile che i paesi balcanici che l’Europa e l’Occidente hanno sostenuto con convinzione, come il Kosovo, possano diventare una fucina di jihadisti? Quale evoluzione sociale e culturale stanno attraversando queste nazioni, i cui governi sono legati a doppio filo alle strutture di integrazione euro-atlantica?  E perché proprio il Kosovo, bastione euro-atlantico nei Balcani?Sono domande che sorgono naturalmente di fronte alla notizia dello smantellamento di una cellula jihadista a Venezia, costituita da cittadini kosovari. Le origini del fenomeno, però, vanno ricercate nella storia del movimento autonomista e indipendentista albanese di Kosovo e Metohija, così come negli esiti dello scontro con il governo serbo di Slobodan Milosevic, alla fine degli anni Novanta. La resistenza civile e non violenta di Ibrahim Rugova, fin dal 1992 capace di organizzare uno Stato parallelo albanese nella provincia, si è concretizzata in lotta armata, con il supporto occidentale, tra il 1998 e il 1999: e proprio Ie attività dell’UCK in opposizione all’esercito e alle forze di sicurezza serbe, con l’organizzazione della resistenza armata sulle montagne, il dominio del territorio, le azioni di guerriglia, sono il contesto in cui ha poi attecchito la propaganda islamista radicale e si sono attivati i gruppi jihadisti locali. L’antefatto rimane la secolare lotta tra comunità serba, cristiano ortodossa, e comunità kosovara albanese, in stragrande maggioranza musulmano sunnita.

Come per le altre comunità islamiche dei Balcani, un aiuto concreto alla rinascita islamica – e dunque in parte alla propaganda per la mobilitazione jihadista – è venuta dalle confraternite e dalle fondazioni (per lo più saudite, qatarine, turche) che hanno elargito supporto e finanziamenti per le attività religiose delle comunità musulmane sunnite locali. È così che per rispondere alla chiamata dei reclutatori estremisti salafiti, raggiungere dai campi di addestramento del Kosovo – creati per i combattenti kosovari del conflitto serbo-albanese fin dalla fine degli anni Novanta – il fronte siriano-iracheno del cosiddetto Stato islamico non è poi un percorso così difficile. È nei numeri dei foreign fighters kosovari – 360 reclutati dal solo Kosovo, paese con meno di 2 milioni di persone – che riscontriamo il successo del radicalismo islamico. La precondizione identitaria etno-confessionale (musulmano sunnita), gli spazi sociali aperti alla propaganda islamista (in un paese da ricostruire economicamente e moralmente) e le facilitazioni logistiche rimaste come eredità della resistenza armata costituiscono degli atout straordinari come territori e popolazioni target dell’Islam radicale globale.

Come dimostrano le inchieste giornalistiche, in Kosovo – come anche in Bosnia – le fasce più deboli di una società dopo un conflitto con caratteristiche etno-confessionali sono sensibili alla riscoperta dell’Islam: ciò avviene anche in forme radicali (come il wahabismo), attraverso giovani predicatori e imam anti-occidentali, attraverso i social network e le nuove tecnologie. Inoltre il contesto geografico dei Balcani, caratterizzato da un territorio difficile da controllare e frontiere da sempre permeabili, ha favorito la creazione di nuclei organizzativi e di centri di reclutamento per la jihad globale. Le solidarietà tribali, etniche e confessionali costituiscono poi il network di riferimento capace di ramificarsi nei paesi limitrofi e di più antica o più recente immigrazione, tra cui la Svizzera, la Germania, la Svezia, gli Stati Uniti, quindi l’Italia.

Ecco che i campanelli di allarme sul reclutamento nella comunità kosovara – nelle carceri italiane, attraverso i social network, con la possibilità di addestramento in campi clandestini sul territorio kosovaro, nonostante la presenza della base militare americana di Camp Bondsteel in Kosovo – ci spingono ad alcune considerazioni. Prima di tutto ci fa considerare l’importanza di un’efficace strategia di prevenzione e controllo, come già segnata dal cambio di passo nella politica del ministro degli Interni Marco Minniti, verso potenziali jihadisti ed elementi vicini al radicalismo. Poi si deve riflettere sulla necessità di un forte supporto occidentale al processo di nation building che il Kosovo sta svolgendo con indubbie difficoltà, non soltanto attraverso il sostegno allo sviluppo economico locale, ma anche attraverso una reale integrazione dei kosovari nei programmi di capacity building – europei e bilaterali – a ogni livello. Continuare a vedere il Kosovo come un partner di secondo piano, come avviene ancora in questo periodo, lo rende in realtà solo più debole di fronte alla mobilitazione islamista: l’Italia, in questo senso, subisce in primis anche i rischi di paese culturalmente e territorialmente prossimo a quella che non deve diventare la palestra del jihadismo balcanico.

 

Andrea Carteny

Ricercatore di Storia dell’Europa orientale, nazionalismo e minoranze nazionali presso l’Università di Roma “Sapienza”


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