Si è finalmente fatta strada, nella NATO, una maggiore consapevolezza dell’importanza di un approccio olistico nei confronti delle sfide che attualmente impegnano l’Alleanza Atlantica, rispettivamente nel fronte orientale e in quello meridionale.

Per lungo tempo i due ambiti geopolitici sono rimasti separati, sia dal punto di vista concettuale che da quello operativo. Coerentemente con la propria tradizionale impostazione nonché in ossequio ad una valutazione dal forte connotato politico circa la strategicità di una minaccia rispetto ad un’altra, la NATO aveva finora privilegiato la gestione del fronte orientale e del complesso rapporto con Mosca. Questo approccio, alla lunga, ha rischiato di avere conseguenze negative sul piano della coesione interna dell’Europa, all’interno della quale esistono sensibilità geopolitiche e necessità strategiche contrastanti. Se i paesi baltici ed est-europei, memori del periodo sovietico, hanno sempre fortemente insistito sul contenimento della Russia, per paesi come Italia, Spagna o Grecia la sicurezza del Mediterraneo è di fondamentale importanza. Membri come Francia e Germania, d’altro canto, hanno posizioni geografiche intermedie, che si traducono in posizioni politiche maggiormente sfumate e, pur con accenti diversi, di fatto tendenti al compromesso.

E’ in questo quadro che, al vertice di Varsavia del luglio 2016, anche grazie all’insistenza italiana, la NATO ha annunciato un significativo cambio di rotta, che dovrebbe riequilibrare dal punto di vista geografico l’impegno a favore della stabilità e della sicurezza dell’Alleanza.

Il nuovo corso, seppur per ora solamente accennato, dovrebbe trovare concreta attuazione in un rafforzamento del supporto alle operazioni di contrasto all’immigrazione clandestina già attive nel Mediterraneo centrale, fornendo, su richiesta dell’Unione Europea e in accordo con le autorità libiche, supporto logistico, capacità di intelligence, ricognizione e sorveglianza alla missione europea EUNAVFOR MED. Attiva dal maggio 2015, questa ha il compito di combattere scafisti e trafficanti di essere umani, di addestrare la Guardia Costiera e la Marina libiche nonché di garantire l’applicazione dell’embargo ONU sulle armi dirette in Libia. L’iniziativa NATO nelle acque tra l’Italia e la Libia, che si concretizzerà con una missione che dovrebbe chiamarsi Sea Guardian, dovrebbe quindi fare il paio con la missione navale lanciata dalla NATO nel febbraio 2016 insieme all’Agenzia Frontex dell’Unione Europea e finalizzata al monitoraggio e al contrasto del traffico di clandestini nel Mar Egeo, tra Turchia e Grecia. Sea Guardian sostituirà la storica Active Endeavour, già attiva nel Mar Mediterraneo dal 2001 in attività di contrasto al terrorismo internazionale.

E’ ovvio che il coinvolgimento della NATO nel Mediterraneo centrale potrà risultare tanto più efficace quanto più potrà interfacciarsi, sul suolo libico, con una controparte statale stabile, come avviene nel Mar Egeo con le autorità turche. Il riconoscimento del governo di Tripoli come unico interlocutore legittimo della NATO, inoltre, potrebbe propiziare un impegno dell’Alleanza Atlantica nella formazione delle istituzioni militari libiche, auspicabilmente nel quadro di una partnership di lungo periodo all’interno del Dialogo Mediterraneo (un meccanismo multilaterale già operativo di cui fanno parte Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Mauritania, Marocco e Tunisia).

In questo quadro risulta chiara l’opportunità per l’Alleanza Atlantica di investire maggiormente in iniziative di cooperazione bilaterale che, attraverso programmi di Defence Capacity Building, irrobustiscano le forze armate e di sicurezza dei paesi del quadrante sud-orientale del Mediterraneo. L’obiettivo ultimo, infatti, è di accrescere la capacità di contrasto delle autorità locali, al fine di prevenire quei fenomeni di destabilizzazione politica che, fino ad ora, hanno il più delle volte generato profonde crisi di tipo migratorio o terroristico, le quali, per via di una naturale vicinanza geografica, non hanno potuto che riverberarsi sul territorio europeo. La ratio ultima è quella di una prevenzione che sia volta ad evitare un successivo coinvolgimento diretto, che  avrebbe costi ben più gravose dal punto di vista militare, politico e umano.

Gli spazi per un ruolo più incisivo da parte dell’Alleanza Atlantica nel Mediterraneo, che faccia leva su cooperazione e interoperabilità militare, ci sono tutti. Sta ad un paese come l’Italia, in quanto esponente di punta del “pacchetto di mischia” mediterraneo, impegnarsi per favorire una risoluzione del quadro politico regionale, anche attraverso un confronto sincero, ai limiti della schiettezza, con i propri alleati e, in particolare, con quelli che hanno esercitato da sempre una certa influenza in Africa settentrionale. E’ solo nel quadro di un chiarimento autonomo della situazione libica, infatti, che potrà effettivamente dispiegarsi un dispositivo NATO chiaro ed efficace.

Con pazienza e risolutezza, forte di uno standing morale che attualmente pochi paesi possono vantare, l’Italia potrà quindi contribuire a riequilibrare le posizioni fra i membri dell’Alleanza Atlantica, verso una visione d’insieme che valorizzi la storica coesione della NATO. Se lo vorrà, il nostro Paese potrà svolgere questo ruolo di mediazione politica per almeno tre ragioni: una tradizionale e consolidata postura euro-atlantica; un costante impegno in molteplici missioni multilaterali di supporto alla pace e alla stabilità (anche in aree lontane dalla propria tradizionale sfera d’azione); una capacità marcata, da sempre, di interloquire sia con Washington che con Mosca. Sta al nostro Paese far valere le proprie ragioni, con coraggio e determinazione, in nome di quello che, in altri tempi, si sarebbe benissimo potuto chiamare “interesse nazionale”.


Davide Corazzini

Torinese, laureato in Relazioni Internazionali e Tutela dei Diritti Umani presso l'Università degli Studi di Torino, vivo e lavoro a Roma nel settore dei finanziamenti europei.

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