Ha una portata storica la decisione del presidente francese, Emmanuel Macron, di arrestare sette ex terroristi rossi, tra cui i fondatori di Lotta Continua, ai fini dell’estradizione in Italia. Quali sono le motivazioni principali che hanno spinto la Francia ad attuare questa svolta distanziandosi dalla “Dottrina Mitterand”? E cosa, adesso, può fare l’Italia?

La c.d. “dottrina Mitterand” prende il nome dall’omonimo presidente socialista, a capo dell’Eliseo dal 1981. Si tratta diuna politica sul diritto d’asilo che ha permesso a decine di ex terroristi di rifugiarsi in Francia nel corso degli ultimi quarant’anni.  Secondo alcuni storici ed analisti francesi, l’origine politica della dottrina risale al 1971, subito dopo il Congresso di Epinay, quando i socialisti francesi cominciarono a manifestare un forte interesse nei confronti dell’Italia, sperando in un accordo di unione della sinistra. In effetti, il Partito socialista francese aveva grande stima del Partito comunista italiano, considerato l’unico attore politico in grado di trasformare l’Italia in una vera democrazia.

La dottrina permetteva di non concedere l’estradizione a personaggi imputati o condannati, ricercati per «atti di natura violenta ma d’ispirazione politica» contro qualunque Stato tranne quello francese. Esclusi dalla dottrina erano coloro che avevano commesso un atto di «terrorismo sanguinario, attivo, reale». Il problema principale era che per tutti i casi di reati meramente ideologici, si apriva un’enorme zona grigia, soprattutto nei confronti di un certo numero d’italiani giunti in Francia che diventò una sorta di buen retiro per decine di ricercati stranieri.   

Sebbene la dottrina Mitterand fosse, in realtà, già stata abrogata nel 2002 da Jean-Pierre Raffarin con l’estradizione di Paolo Persichetti e il Consiglio di Stato francese avesse poi, nel 2003, dichiarato priva di effetti giuridici la dottrina concedendo l’estradizione di Cesare Battisti, solo adesso si pone fine a questa teoria ambigua e discutibile. Significative sono state, a tal proposito, le parole di Alfredo Bazoli, capogruppo Pd in commissione Giustizia alla Camera e figlio di una delle vittima della strage di Piazza della Loggia, secondo cui la strategia dell’ex Presidente ha per anni messo in dubbio la legittimità  della democrazia italiana contro le minacce eversive di anni terribili.

Ma cosa ha spinto la Francia a tale svolta? Quali i principali fattori interni ed esterni? Bisogna, innanzitutto, considerare il contesto interno in cui negli ultimi anni versa la Francia che è stata fortemente toccata dal terrorismo e non può, di conseguenza, che comprendere il bisogno di giustizia da parte degli italiani. Nelle stesse ore in cui venivano arrestati i sette latitanti italiani, il governo parigino presentava una nuova legge contro il terrorismo jihadista che affligge il paese. Sebbene, infatti, si tratti di un altro tipo di terrorismo basato su diversi presupposti, gli attentati degli ultimi anni, scatenati dalla rabbia per una scarsa integrazione, sono stati covati proprio in quelle stesse banlieu un tempo nascondiglio dei terroristi rossi.

Se guardiamo al fattore esterno, un impulso fondamentale è senza dubbio imputabile all’arrivo di Mario Draghi alla presidenza del Consiglio italiano, catalizzatore di una maggiore cooperazione europea anche a livello giudiziario. Facendo un salto indietro nel passato,  vi era già stato un tentativo di proposta, sebbene molto vaga, di uno “spazio giudiziario europeo”, dall’allora presidente Valéry Giscard d’Estaing. In effetti, durante la grande stagione del terrorismo rosso, l’Europa si era posta il problema di trattare collegialmente tale materia, ma non si riuscì mai ad adottare una convenzione che potesse disciplinare la complicata questione. Lo stesso Macron ha affermato di aver preso la decisione per una forma di responsabilità comune europea al fine di rispettare il pieno stato di diritto tra due paesi fondatori dell’UE. Al di là degli sviluppi giudiziari, in ogni caso, da tale questione l’asse tra Macron e Draghi ne esce rafforzato in vista delle prossime tappe europee per la ricostruzione post-Covid. 

Ma a questo punto, cosa potrebbe fare l’Italia? Per ora l’orientamento espresso dalla procura francese è stato quello di non mettere in carcere i sette arrestati, riconoscendo che non c’è, per gli stessi, rischio di fuga. Considerando che l’arrivo in Italia dei suddetti non avverrà prima di qualche anno e potrebbe anche essere possibile che alcune delle estradizioni non vengano convalidate dalla procura francese, il presidente Mattarella potrebbe avere la possibilità di chiudere la pagina dei lunghi Anni di Piombo concedendo la grazia a prigionieri spesso anziani e ammalati, ma solo in quanto esito di un percorso incentrato sul concetto e sul valore della giustizia riparativa. La volontà italiana di richiedere nuovamente le estradizioni non risponde ad alcuna volontà di vendetta, ma ad un tassativo bisogno di chiarezza, punto di partenza necessario per qualunque possibilità di rieducazione, riconciliazione e riparazione, fini ultimi e imprescindibili della pena.

In ogni caso, qualunque processo di riconciliazione, in primis sociale e dopo ferite particolarmente profonde, quali quelle lasciate dal terrorismo degli Anni di Piombo, non può non partire dal riconoscimento di ciò che è accaduto e da una chiara assunzione di responsabilità.


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