Il 21 settembre scorso si è dimesso Daniel Foote, inviato speciale degli USA ad Haiti. Dimissioni che arrivano dopo una settimana in cui l’amministrazione Biden ha rimpatriato centinaia dei 13 mila migranti haitiani che si erano radunati sotto a un ponte al confine tra Usa e Messico. Una drammatica rappresentazione di ciò che succede da tempo alla frontiera tra i due paesi, dove nei primi mesi dell’anno sono stati intercettati 1,3 milioni di migranti. Il loro ammassarsi alla frontiera statunitense rievoca le immagini delle “carovane” di migranti che nel 2018-2019 avevano messo sotto pressione l’amministrazione Trump e le più recenti fotografie dei richiedenti asilo haitiani al confine con il Messico respinti con la frusta dai rangers di frontiera in Texas.

Quello delle migrazioni rappresenta un tema caldo anche per l’Unione Europea che ha rivelato problematiche a livello politico, istituzionale e umanitario. Gli Stati Membri hanno spesso prediletto la rivendicazione di egoismi nazionali alla realizzazione di un necessario clima di fiducia e solidarietà collettiva.

Gli sviluppi del contesto geopolitico attuale, come i disordini dopo il colpo di stato in Mali, i lunghi conflitti in Libia e Siria e la dittatura bielorussa di Lukashenko, mostrano possibili conseguenze sugli spostamenti di popolazione e sulle rotte migratorie verso l’Unione Europea. Questo quadro instabile chiede necessariamente un nuovo approccio verso l’immigrazione. Un’Europa unita non deve infatti fermare le migrazioni, deve saperle gestire.

Eppure, spesso le risposte al fenomeno migratorio si traducono in un trasferimento verso l’esterno delle problematiche e dei costi dovuti all’arrivo dei rifugiati e la tendenza politica generale è di leggere il fenomeno migratorio come una minaccia alla sicurezza. Per questi motivi, i progressi faticano a realizzarsi e il divario tra i paesi europei sul tema delle migrazioni è ancora ampio. Lo dimostra l’atteggiamento di alcuni paesi alla vigilia del Consiglio dell’UE «Giustizia e affari interni», tenutosi a inizio ottobre. I dodici Stati Membri (tra cui Danimarca, Grecia, Austria, Polonia e Ungheria) hanno indirizzato una lettera alla Commissione europea per chiedere nuove misure in materia migratoria. Tra queste, finanziare la costruzione di muri e recinzioni per frenare i flussi di migranti, provenienti in particolare dalla Bielorussia. La commissaria agli Affari Interni ha spiegato come le pressioni migratorie richiedano l’implementazione del Patto sull’immigrazione e l’asilo per una migliore gestione del fenomeno respingendo dunque la richiesta dei paesi. In sostanza, niente fondi comunitari per tutelare le frontiere esterne dell’UE senza però escludere la possibilità per i singoli Stati di ricorrere a strumenti di protezione dei confini.

Dunque, barriere fisiche e difensive in un clima in cui i timori delle migrazioni incontrollate legittimano misure restrittive. Dal 2018, sono aumentate le chiusure ai confini esterni dell’Unione. La Turchia vede una frontiera al confine con la Bulgaria e una al confine con la Grecia. Molti muri poi percorrono i Balcani: Polonia e Lituania hanno innalzato barriere difensive all’arrivo al confine dei migranti che fuggivano dalla Bielorussia, sono poi presenti muri anche tra Grecia e Macedonia del Nord, tra Croazia e Slovenia, tra Serbia e Ungheria. La Spagna ha potenziato le sue recinzioni a Melilla e Ceuta, mentre la Francia è intenzionata a fortificare la sua frontiera attorno al porto di Calais.

Va poi considerata una nuova forma di migrazione, quella causata dal cambiamento climatico. Almeno 216 milioni di persone nel mondo saranno infatti costretti a lasciare le loro abitazioni e migrare a causa del cambiamento climatico entro il 2050. È il numero evidenziato dall’ultimo Rapporto Growndshell della Banca Mondiale, che ricorda come l’impatto sui mezzi di sussistenza delle persone e la perdita di vivibilità di luoghi altamente esposti a eventi climatici estremi spingeranno un numero importante di cittadini, in tutto il mondo, a spostamenti interni o transnazionali. La rilevanza del fenomeno migratorio causato dai cambiamenti climatici è tale da aver portato il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ad estendere l’applicazione del divieto di refoulement ai cosiddetti “rifugiati climatici”. Nello specifico, quest’ultimo ha riconosciuto come il cambiamento climatico, con tutti gli aspetti a esso connessi, possa tradursi in un rischio di violazione dei diritti umani fondamentali come il diritto alla vita e possa, di conseguenza, comportare il sorgere di obblighi legati al divieto di respingimento in capo agli Stati ai quali le domande d’asilo vengono presentate.

Da ultimo, vi è poi da considerare l’emergenza pandemica: il Covid – 19 ha infatti aggravato situazioni di povertà e degrado preesistenti e la chiusura dei confini ha convinto molti migranti a rimandare la partenza fino a oggi.

Cosa fare dunque? Serve una duplice azione. Sul piano umanitario, occorrono canali sicuri di ingresso per mettere in salvo i più fragili e le persone in stato di bisogno. A livello politico, serve agire concretamente sulle cause profonde delle migrazioni, tramite accordi di partenariato con paesi terzi, azioni di peace building e prevenzione dei conflitti. Serve poi uno slancio concreto nella lotta al cambiamento climatico, le cui conseguenze sono un fattore sempre più rilevante per le migrazioni. Ma tutto questo può realizzarsi solo con una concreta solidarietà dell’azione della comunità internazionale e dell’UE. Superare il conflitto tra la vocazione sovranazionale delle istituzioni e il mantenimento delle prerogative nazionali gelosamente custodite dagli Stati è fondamentale per rafforzare le competenze dell’UE in materia di immigrazione.


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