Lo Xinjiang è una regione della Cina immersa nell’Asia centrale, una terra dove le culture si mescolano e perdono i connotati che semplicisticamente usiamo per identificare e distinguere i popoli. I suoi abitanti, gli Uiguri, sono uno dei 56 gruppi etnici all’interno del grande Stato multiculturale cinese. La loro cultura è di radice islamica e turcofona, con punti in comune con i popoli dei vicini Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan.

Nel 2002, il gruppo islamista e separatista attivo nello Xinjiang chiamato East Turkestan Islamic Movement (ETIM) è stato inserito dalle Nazioni Unite nell’elenco dei gruppi terroristici finanziatori di Al-Qaida e successivamente del Da’esh. Per Pechino, la minaccia terroristica doveva essere repressa anche a discapito di ledere le libertà individuali e utilizzando tecniche di sorveglianza invadenti.

Il dramma nello Xinjiang inizia così, come un capitolo della “lotta globale al terrorismo” sfuggito dai radar. Mentre l’Occidente si imbatteva in campagne infinite nel Medio Oriente, sotto la medesima sigla la Repubblica Popolare intraprese una guerra parallela interna ai propri confini.

Stabilizzare e normalizzare lo Xinjiang è per il governo cinese una priorità anche per la centralità strategica della regione nei suoi programmi di sviluppo economico. D’altronde, tre dei cinque corridoi che caratterizzano la Belt and Road Initiative passano da lì.

Pertanto, il governo ha instaurato un sistema di controllo e repressione pervasivo sulla popolazione già condannato da numerose organizzazioni non governative e da vari Stati occidentali. I rapporti delle ONG e degli uiguri fuggiti all’estero parlano di sistematiche violazioni dei diritti umani nei confronti della popolazione uigura. Gli abusi attribuiti vanno dalla detenzione sommaria ed extragiudiziale di larghe fette della popolazione nei famigerati “campi di rieducazione”, l’imposizione di lavori forzati nell’industria nazionale sia durante sia dopo il periodo di rieducazione e l’imposizione alle famiglie uigure della convivenza con un membro del Partito Comunista Cinese. Il governo è inoltre accusato di sistematiche violenze di genere, sterilizzazioni forzate, separazione dei minori dalla famiglia, vessazioni nei confronti dei minori che osano praticare la religione dei genitori e la distruzione di beni culturali dal grande valore religioso ed identitario per la popolazione uigura.

L’impianto accusatorio e la quantità di denunce da parte degli uiguri scappati ha spinto più parti a parlare di genocidio (spesso con l’aggiunta dell’aggettivo “culturale”), portando gruppi di uiguri fuggiti all’estero a fare richiesta alla Corte Penale Internazionale (di cui la Cina non è parte) di indagare sulle atrocità in Xinjiang attraverso la transnazionalità dei crimini cominciati in Xinjiang e terminati in territori dove la Corte ha giurisdizione. Nonostante sia precoce prevedere l’esito penale e di liability di questa procedura, è difficile abbia reali conseguenze.

Sebbene questi crimini sembrino rientrare nella definizione di Crimini Contro l’Umanità per il loro carattere persecutorio e diffuso contro la popolazione civile, il crimine di genocidio prevede dei requisiti formali che non è chiaro riflettano la situazione attuale nello Xinjiang. Pure The Economist, in un recente articolo, ha sollevato dubbi sull’uso disinvolto del termine. Il pericolo è quello che si usino parole forti ma azioni deboli, così sminuendo il peso e la gravità del crimine.

Sarebbe approssimativo pensare allo Xinjiang come ad un ghetto. È una regione vasta, variegata, con metropoli allacciate al mondo globalizzato e zone più rurali e tradizionali. Quello che sembra essere in atto è un tentativo di privare la regione delle sue specificità culturali, in modo da garantirne l’ancoraggio e la convinta integrazione nel sistema cinese. Da questo punto di vista, l’espressione “genocidio culturale” – sebbene inappropriata per le ragioni di cui sopra – trova giustificazione. Sotto stretta sorveglianza, il governo favorisce spostamenti interni di investitori e turisti verso lo Xinjiang, anche attraverso campagne propagandistiche che descrivono la regione come una terra mediorientale da Le Mille e una Notte.

Il Ministro Yi Wang è recentemente intervenuto all’ONU accusando l’uso dei diritti umani come “doppio standard” per attuare ingerenza negli affari interni, appellandosi al piano ONU per prevenire l’estremismo violento e negando le accuse di lavoro forzato, limitazione alla libertà religiosa o sterminio etnico. L’argomentazione del Ministro, però, non risponde nel merito ma si basa sulla difesa da ingerenze esterne, dipingendo inoltre i diritti umani come un menù à la carte da cui ignorare i diritti civili e politici per dare risalto esclusivamente a quelli economici e sociali.

La Presidenza Trump ha inferto gravissimi danni al sistema multilaterale attuale. L’Europa e gli USA forse sottovalutano quanto potere derivi dalla forza egemonica della loro cultura e dovrebbero recuperare una visione multilaterale che sposi i diritti civili e politici con i diritti economici e sociali, difendendone le ragioni nelle scelte economiche e commerciali. Solo così, nella cornice di un sistema che vede l’emergere di nuove superpotenze che legittimamente chiedono la loro fetta di ricchezza e progresso, l’Occidente potrà culturalmente dare forza alle proprie ragioni, rendendo le divergenze di visione con la Repubblica Popolare Cinese uno sprono positivo per l’intera comunità internazionale.


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