Al confine tra Bielorussia e Polonia è in corso da mesi una grave crisi migratoria, a sua volta al centro di uno scontro politico tra Unione Europea e Bielorussia. Minsk ha infatti concesso visti turistici e incentivato i voli aerei provenienti dal Medio Oriente con la falsa promessa dell’ingresso in Europa. Rifornisce i migranti di cibo e li accompagna fino al limitare del suo territorio dove vengono respinti violentemente dalle forze dell’ordine polacche che, così facendo, commettono una violazione delle convenzioni internazionali vigenti. In questo modo, la Bielorussia cerca di mettere in difficoltà le autorità polacche ed europee. Si tratterrebbe dunque di un vero e proprio concorso di colpa dei due paesi per condotte illecite che soprattutto mirano a strumentalizzare vite umane. 

Un terzo protagonista che merita menzione è la Germania. La presenza di migranti al suo confine permette alla Polonia di esercitare pressione su quest’ultima, dato che gli iracheni arrivati in Bielorussia sono intenzionati a dirigersi proprio verso la Germania. A Berlino la situazione politica è delicata, è in corso infatti un passaggio di poteri e il governo non vuole mostrarsi debole. Attraverso la pressione su Berlino, Varsavia vuole ottenere dall’Unione Europea lo sblocco dei fondi del suo PNRR e, allo stesso tempo, spingere Bruxelles a mitigare le pretese sulla questione dello stato di diritto e distogliere l’attenzione dalle proteste interne per la legge sull’aborto.

In questo contesto, si sono svolti i colloqui avviati dalla cancelliera tedesca Angela Mekel  prima con Putin, storico alleato di Lukashenko, e poi con quest’ultimo, i primi, tra l’altro, dopo la brutale repressione delle proteste seguite alle elezioni in Bielorussia del 2020. Le conversazioni tra i leader sembrerebbero aver portato ad un allentamento delle tensioni al confine tra Polonia e Bielorussia. Le autorità bielorusse avrebbero infatti accolto centinaia dei circa 7mila migranti bloccati alla frontiera, mentre Ursula von der Leyen ha annunciato l’invio di aiuti umanitari per 700mila euro.

Nonostante le apparenze, la situazione non è risolta. Secondo Minsk, gli incontri sopra menzionati avrebbero rappresentato un viatico per l’apertura di colloqui diretti tra la Bielorussia e l’Unione Europea e ciò ha prevedibilmente generato preoccupazione in molti leader europei. Bruxelles, per uscire dalla difficoltà, ha giustificato i colloqui avvenuti definendoli delle mere “discussioni tecniche”. L’imbarazzo è infatti legittimo: se i negoziati fossero confermati, il governo di Lukashenko, non riconosciuto e sottoposto dall’Ue a un regime di sanzioni per violazione dei diritti umani, verrebbe elevato al rango di interlocutore diretto con gli Stati Membri. L’ipotesi di un’apertura nei confronti di Lukashenko, accusato dall’Ue di usare i migranti come strumento di pressione contro l’Unione, ha sollevato l’irritazione di diversi governi europei, primo fra tutti quello polacco. Il presidente Andrzej Duda ha infatti dichiarato al presidente tedesco che non riconoscerà alcun accordo preso con Lukashenko definendo la crisi alimentata da Minsk, prima alla frontiera con la Lettonia e la Lituania e poi con quella polacca, una provocazione contro i confini europei e della Nato. Congiuntamente alla Polonia, i presidenti di Lettonia, Lituania ed Estonia avevano esortato la Commissione europea a rivedere la politica migratoria dell’Ue esprimendo il loro sostegno a Varsavia. Nella dichiarazione congiunta, i leader delle tre repubbliche baltiche invitavano Ursula von der Leyen non solo a proporre le modifiche necessarie al quadro giuridico dell’Ue in materia di migrazione e politica di asilo, ma anche a fornire un adeguato sostegno finanziario alla costruzione di barriere fisiche e infrastrutture.

In questo contesto di tensioni crescenti, infine, Minsk ha annunciato la temporanea limitazione delle consegne di petrolio alla Polonia attraverso l’oleodotto Druzhba che trasporta ogni giorno 1,3 milioni di barili di petrolio proveniente dalla Russia, sdoppiandosi poi in Bielorussia e proseguendo verso l’Ucraina e infine la Polonia stessa.  

In conclusione, si può affermare che Lukashenko, forte dell’appoggio russo, sia consapevole delle debolezze dell’Unione Europea e della Polonia, paese da cui entrano gran parte dei migranti e dove il 53% degli intervistati nel 2018 si dichiarava contrario all’ammissione di rifugiati.

Ma non si tratterebbe di nulla di nuovo: sebbene infatti ciò che si sta verificando al confine orientale dell’Ue sia relativamente inedito, abbiamo osservato per anni situazioni simili al confine turco-greco.

La realtà è che guerre e cambiamenti climatici porteranno a sempre maggiori ondate migratorie verso l’Europa in futuro e la questione sarà inevitabilmente manipolata dai leader populisti e autoritari. Le migrazioni rimangono infatti un’arma per i paesi appena fuori i confini europei e uno strumento di pressione per gli Stati Membri che hanno questioni aperte con Bruxelles (come il caso della Polonia). È dovere dell’Unione Europea marcare la propria differenza da un regime non democratico e non strumentalizzare i migranti ma trattarli come persone che cercano la propria sicurezza. Finché l’Ue non si doterà di una vera politica migratoria comune rimarrà ostaggio di chi non si fa scrupolo di usare i migranti come mezzo di ricatto. Dentro o fuori l’Unione Europea.


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