Il secondo turno delle elezioni presidenziali in Polonia, atteso per il 12 luglio, costituisce un momento topico per la storia del paese. I cittadini polacchi sceglieranno tra due percorsi ben differenti, confermando lo status quo o ribaltando totalmente il quadro politico del paese.

Il primo turno ha visto il Presidente uscente e rappresentante del partito di governo PiS Andzrej Duda ottenere il 43,7% dei voti; seguito dal più liberale e candidato del PO (Piattaforma Civica), sindaco di Varsavia Rafał Trzaskowski con il 30,3%. Interessante per il panorama politico polacco, caratterizzato da forte tradizionalismo, la new entry Szymon Hołownia, noto ed amato volto della televisione privata polacca il quale, con un 13,87% dei voti, è riuscito a piazzare il proprio partito Polonia2050 al terzo posto ed a trovare un collocamento nella sempre più lunga lista di volti televisivi convertitisi a leader politici, come già nei recenti casi italiano, americano ed ucraino.

Il ruolo della chiesa e la distribuzione geografica del voto

I sondaggi pre-voto sono ancora molto incerti ed influenzati da due componenti determinanti per comprendere la politica polacca dalla caduta del Comunismo ad oggi: il ruolo della Chiesa e la distribuzione geografica del voto. L’attuale governo, come anche il partito alla guida, godono di un sostegno mai concesso dalla Chiesa polacca ai governi guidati da Piattaforma Civica, per il modo in cui il populista Diritto e Giustizia ha fatto proprie posizioni, istanze e dogmi che la chiesa polacca non accetterà mai di riformare, in primis la questione dell’aborto, i diritti LGBT ed il ruolo tradizionalista e conservatore della famiglia nella società contemporanea.

La distribuzione territoriale del voto sarà altresì determinante per l’esito elettorale. La capitale Varsavia, i poli universitari, i grandi centri urbani ed industrializzati guardano ad Ovest ed a Bruxelles, sostenendo il candidato liberale Traszkowski; le grandi aree rurali-orientali ed i piccoli centri che le popolano guardano più al passato ed allo status quo rappresentato dal Presidente Duda e dal leader di partito Kaczynski: posizione socialmente comprensibile se si considerano le grandi spartizioni, annessioni ed occupazioni straniere che hanno colpito quell’area della Polonia per secoli.

La peculiare posizione polacca vis-à-vis Bruxelles

Contestualizzate attraverso la lente europea, le elezioni presidenziali polacche potrebbero determinare se la Polonia vorrà più Europa, oppure più nazionalismo e meno europeismo. La posizione polacca vis-à-vis Bruxelles è davvero peculiare e costituisce un caso a sé nell’attuale contesto europeo. Da una parte, i cittadini polacchi hanno scelto di essere rappresentati da un governo fortemente euroscettico. Dall’altra, come dimostra un recente studio ECFR, i polacchi vorrebbero comunque più Europa nel gestire le crisi europee e maggiore integrazione europea come pilastro per la ricostruzione europea post-Covid19.

Durante la fase più acuta della pandemia, infatti, solamente il 17% ha visto nell’UE un valido alleato nella gestione della crisi (anche se, va detto, anche il governo di Varsavia ha raccolto una fiducia altrettanto bassa). Tuttavia, guardando alla fase di ripresa dalla pandemia, i dati polacchi si ribaltano, confermando un trend pan-europeo riscontrato in quasi tutti dei 9 paesi in cui ECFR ha condotto i propri sondaggi: il 46% dei polacchi vede le istituzioni europee come pilastro principale a cui far riferimento, mentre solo il 20% crede che la Polonia possa fare affidamento su sé stessa.

Interessanti per il caso polacco è come i polacchi guardano alle proprie istituzioni come garanti nazionali: solo il 29% vorrebbe il ritorno di alcuni poteri a livello nazionale; solo il 28% vorrebbe rafforzare i poteri del Primo Ministro e del governo, con un 44% contrario.

Tra voglia di cambiamento e il mantenimento dello status quo

Dai dati emerge una voglia di cambiamento, soprattutto tra i giovani, che però non trova prospettive ed alternative. La politica polacca è governata da decenni da partiti tradizionalisti e radicati nel territorio e da figure politiche che faticano a lasciare il proprio testamento politico alle nuove generazioni, come nel caso dello stesso Kaczynski. Poche le eccezioni e novità, come il già citato Holownia; oppure la Primavera di Robert Biedron il quale, dopo il forte slancio alle elezioni europee del 2019, non è tuttavia riuscito a veicolare il suo messaggio progressista, europeista, inclusivo e pro-diritti civili, piazzandosi ultimo nella corsa presidenziale con il 2,2% dei voti.

Qualunque sarà il risultato del 12 luglio, sono già molte le sfide che attendono di essere affrontate. Alcune di esse riguardano il contributo che la Polonia vorrà dare a dossier di estrema importanza per il processo di integrazione europeo. Tra questi cambiamento climatico e politiche ambientali nel contesto del New Green Deal; redistribuzione dei fondi europei alla luce del Recovery Fund; la questione migratoria  su cui la posizione polacca pone seri ostacoli; il sistema di sicurezza e difesa europei alla luce dell’allontanamento statunitense; il posizionamento all’interno delle alleanze europee, con un attenzione speciale a come Varsavia vorrà gestire i rapporti con Washington e Mosca; la collaborazione con Berlino nel contesto della Presidenza tedesca, importante come mai in passato per guidare l’Europa fuori dal tunnel Covid19.

Nel breve periodo, la questione democratica e dello stato di diritto costituisce il dossier più urgente da gestire. Le modalità con cui la Polonia deciderà di dialogare e collaborare con Bruxelles su questi temi determineranno il modo in cui essa verrà vista e considerata in Europa. Vi è molto parlare di un rischio di “orbanizzazione” della Polonia, nel caso i cittadini polacchi scelgano di confermare Duda come Presidente. Tuttavia, guardando ai dati ECFR sulle preferenze dei cittadini polacchi, vi potrebbero essere le condizioni per cui, in caso di conferma dell’attuale Presidente, il conservatorismo politico si scontrerà necessariamente con maggiore europeismo dei cittadini. Si potrebbe cominciare a parlare di un caso polacco a sé, con caratteristiche del tutto diverse da quello ungherese. Nel caso invece vinca il candidato Trzaskowski, la strada potrebbe rivelarsi altrettanto ripida. Si delineerà infatti uno scenario nazionale in cui il paese potrebbe ulteriormente spaccarsi, con un rafforzamento dell’attuale divisione Pis-PO che vedrà l’attuale governo in carica fino al 2023 ed un nuovo Presidente, opposto all’esecutivo, al vertice del paese fino al 2025.


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