Dopo una straordinaria seduta del Consiglio europeo, il  più lungo della storia, è stato finalmente raggiunto il tanto atteso accordo sul Recovery Fund per superare gli effetti della crisi del Covid 19. Per l’Italia si parla di ben 209 miliardi, di cui 127 sotto forma di prestiti e 82 sotto forma di sussidi. Tuttavia i fondi sono subordinati a un progetto di riforme e investimenti che il Governo dovrà presentare entro metà ottobre: l’Europa ci chiede, insomma, di impiegarli in asset e settori strategici. La scuola rientra certamente tra quei settori che in Italia necessitano di notevoli investimenti, che vanno dall’edilizia, alla formazione del personale docente, alla riorganizzazione dei cicli scolastici. Il Coronavirus e la sperimentazione della DAD (didattica a distanza) hanno infatti palesato tutte le inefficienze del sistema scolastico italiano.

La Ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, ha più volte sottolineato l’importanza di sfruttare in modo adeguato e funzionale l’opportunità del Recovery Fund, investendo sul contrasto alla dispersione scolastica, sull’eliminazione delle “classi pollaio”, sull’innovazione e sulla lotta contro la povertà educativa. Lo stesso Conte ha ribadito la necessità di investire nell’istruzione circa il 10% del totale dei 209 miliardi di euro destinati all’Italia, con l’obiettivo di creare una scuola “più moderna, sicura, inclusiva”.

Ma, più nel dettaglio, quale dovrebbe essere la destinazione di questi investimenti strategici? Innanzitutto, è necessario che una grande quota degli stessi venga incanalata nella gestione degli interventi in materia di edilizia scolastica. La maggior parte degli edifici adibiti a scuola sono vecchi, fatiscenti e inadeguati, non garantendo la sicurezza di alunni, docenti e personale tutto. L’architettura scolastica dovrebbe essere ripensata in modo compatibile con la sostenibilità ambientale, gli spazi andrebbero ottimizzati per ricavare un maggior numero di aule, laboratori, palestre nonché zone all’aperto. La diffusione del virus, con cui dovremmo condividere ancora a lungo, ha messo nero su bianco il bisogno di evitare, per motivi di sicurezza e salute pubblica, l’assembramento degli alunni nelle “classi pollaio” tanto da prevedere una deroga al numero minimo e massimo di alunni per classe qualora fosse necessario per rispettare le regole anti Covid. Tuttavia, occorre che la riduzione del numero di alunni per classe diventi una vera e propria riforma di sistema, soprattutto al fine di consentire la progettazione di metodologie didattiche innovative, secondo le esigenze dei gruppi e capace di sviluppare le potenzialità dei singoli. Essenziale è, inoltre, promuovere il concetto di “scuola partecipata”, consistente nella riapertura e nel mantenimento di autonomie scolastiche nei comuni più piccoli e meno abitati, così come nelle aree interne e in quelle di montagna.

Il secondo punto su cui è urgente investire tempo e risorse riguarda la formazione e la selezione dei docenti. Non si può far più coincidere l’arte del Sapere e la capacità di insegnamento: pedagogia e didattica sono essenziali e le carenze che spesso vengono segnalate non sono solo di tipo tecnico, soprattutto relative alle competenze digitali, ma anche di tipo didattico e docimologo (ossia nell’utilizzo di strumenti di valutazione). Fino ad oggi il tema relativo al concorso e selezione dei docenti è stato sempre trattato in modo inadeguato ed è arrivato il momento di affrontare seriamente il problema relativo alla formazione e selezione del corpo insegnati, facendo uscire questi ultimi da una mera funzione impiegatizia che li lega inesorabilmente a graduatorie e condizioni di precariato, dequalificando l’insegnamento stesso.

Infine, un aspetto non sempre preso in considerazione, riguarda gli investimenti relativi agli asili nido, al fine di aumentarne il numero e la fruizione. È ben noto, infatti, che la frequenza del nido e il futuro livello di rendimento scolastico sono direttamente proporzionali. La famosa curva di Heckman ci dice che gli interventi sul capitale umano sono tanto più fruttuosi quanto più precoci: la frequenza degli asili nido favorisce lo sviluppo delle capacità linguistiche e neuronali ed è decisivo, in quanto mezzo per prevenire la povertà educativa, i bassi livelli di rendimento e la dispersione scolastica, soprattutto per i bambini e le bambine provenienti da contesti deprivati. Inoltre, l’aumento del numero dei nidi sovvenzionati dallo Stato (la maggior parte ad oggi sono privati) gioca un ruolo fondamentale anche in termini di occupazione femminile: laddove ci sono i servizi offerti per la prima infanzia cresce di pari passo l’occupazione femminile. Dove c’è maggiore carenza, soprattutto al Sud e nelle isole, la disoccupazione femminile è, di converso, molto più alta.

È chiaro dunque che non ci potrà essere una vera ripartenza della scuola e, di riflesso, del paese, senza un preciso piano di rilancio di questa istituzione che ha il delicato e fondamentale compito di promuovere la formazione e la socializzazione dell’individuo, e di ridurre le disuguaglianze sociali, economiche, culturali e territoriali. La presidente della Commissione Europea, Von der Leyen, ci ha ricordato che “investire nell’istruzione e nelle competenze è fondamentale per promuovere una ripresa intelligente e inclusiva”. Se, da un lato, i fondi del Recovery Plan, utilizzati proficuamente, potrebbero dunque dare nuova linfa al sistema scolastico e universitario italiano, dall’altro, contro ogni forma di oscurantismo e regressione culturale, il Governo italiano ha il dovere di riportare la scuola e il sapere al centro dell’agenda politica.


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