Mentre il regime di Alexandr Lukashenko sta visibilmente vacillando, per la Bielorussia si pongono due problemi che per ora non trovano una soluzione evidente. Il primo è l’assenza di una via di uscita politica dalla crisi, frutto di 26 anni di regime autoritario che ha distrutto ogni proposta alternativa, ogni voce di dissenso e ogni istituzione indipendente che oggi potrebbe farsi garante e mediatore di una transizione pacifica a una democrazia. Gli esponenti dell’opposizione sono in maggioranza in carcere o in esilio all’estero, e la probabile vincitrice delle elezioni presidenziali del 9 agosto, Svetlana Tikhanovskaya, si è rifugiata in Lituania dopo essere stata oggetto di pesanti pressioni e ricatti della polizia politica di Minsk. I tentativi degli altri potenziali leader di organizzare e guidare la protesta per ora non hanno sortito molto effetto, sia per la loro posizione di carcerati o profughi, sia per l’assenza alle loro spalle di movimenti e/o partiti strutturati, o di potentati economici influenti, in un sistema estremamente statalizzato.

La protesta nelle piazze di Minsk e delle altre città bielorusse è un fenomeno molto particolare: manca di leader, di slogan, di codici e di organizzatori, e le informazioni e gli ordini del giorno vengono divulgati da canali Telegram più o meno anonimi. È una protesta decentralizzata, una sorta di disintermediazione politica, ma soprattutto è un’autentica rivolta popolare che coinvolge giovani e meno giovani, uomini e donne, intellettuali e operai, abitanti della capitale e della provincia. La brutale repressione delle prime proteste e gli abusi della polizia hanno rapidamente strutturato lo scontro in una contrapposizione binaria tra “noi” e “loro”, il regime e i suoi picchiatori e il popolo. Questo scontro violento non ha bisogno di organizzazione e ideologie, e proprio la rabbia diffusa dei bielorussi sta ribaltando un rapporto di forze che sembrava abbastanza disperato, con una partecipazione molto diffusa e decisa alla protesta di ampi strati della popolazione.

Questo carattere di rivolta popolare però, mentre da un lato aumenta le probabilità di caduta dell’”ultimo dittatore d’Europa” – sarebbe impossibile reprimere un intero popolo o comunque una sua cospicua maggioranza – dall’altro rende più difficile un esito pacifico della fine del regime. Le richieste della protesta per ora sono molto generiche: le dimissioni e l’eventuale processo a Lukashenko, nuove elezioni oneste, la liberazione di migliaia di detenuti politici e la punizione dei poliziotti responsabili degli abusi. Un programma condivisibile quanto di difficile realizzazione: in assenza di tribunali indipendenti, commissioni elettorali trasparenti e in generale di uno Stato di diritto e di istituzioni non conniventi con il regime uscente e il suo gigantesco apparato repressivo, nessuno può garantire la realizzazione di queste richieste, senza una riformattazione dell’apparato statale in una modalità più o meno rivoluzionaria, e l’assenza di entità politiche consolidate rende questo processo ancora più soggetto al rischio di sbandamenti violenti.

La protesta popolare deve trasformarsi in volontà politica, e qui si arriva al secondo problema del post-Lukashenko. La toccante trasversalità della rivoluzione, tra scioperi di grandi fabbriche statali di industria pesante e dimissioni di star televisive, fornirà ai vincitori una legittimità fortissima, ma di brevissima durata. L’odio per il dittatore e la polizia non determina da solo il consenso sulla direzione da far prendere alla nuova Bielorussia. Difficile credere che i pezzi costituenti della maggioranza che Lukashenko ha conservato fino almeno a pochi anni fa, soprattutto la classe operaia e contadina e i dipendenti statali, possano passare in un istante dagli ideali tardosovietici dell’autoritarismo degli ultimi decenni a un’idea di democrazia di stampo europeo. E siccome nell’inevitabile riforma modernizzatrice dell’economia saranno proprio queste le fasce più colpite, la solidarietà interclassista e intergenerazionale rischia immediatamente di subire nuove e profonde divisioni, in una società non abituata alla divisione e al dibattito tra opinioni diverse.

Quella che si prospetta sarà una transizione difficile e con poche risorse, complicata dalla situazione geopolitica della Bielorussia. In assenza di soggetti politici e partitici articolati appare comunque evidente – e sottinteso dalla maggioranza degli attivisti d’opposizione – che la Bielorussia senza Lukashenko porterà avanti un discorso nazionale e indipendentista molto più esplicito, come si vede già dall’utilizzo dei colori della bandiera bianca-rossa-bianca abolita da Lukashenko a favore di quella rosso-verde della Bielorussia sovietica. Immaginarsi un Paese che si discosta dalla narrativa di quasi colonia russa a favore di un discorso più identitario è abbastanza scontato, ma i parametri di questo processo – in assenza di un’idea nazionale consolidata, fortemente repressa da Lukashenko – potrebbero risultare molto divisivi, perché una Bielorussia più “nazionale” non può non diventare “meno russa”. E perfino molti candidati d’opposizione, come la stessa Tikhanovskaya, non si sono finora mostrati troppi critici nei confronti di Mosca e del regime di Vladimir Putin. Il discorso anticolonialista e filo-europeista, molto meno radicato della vicina Ucraina. diventerà più diffuso una volta che non verrà più represso, ma renderlo maggioritario in un Paese trattenuto per molti versi artificialmente in una sorta di regime sovietico richiederà tempo e fatica.

Pochi, sia a Mosca che a Minsk, dubitano che qualunque leader dopo Lukashenko sarà comunque spinto su una strada che allontanerà la Bielorussia da Mosca per avvicinarla ai suoi vicini dell’Europa dell’Est, dall’Ucraina alla Polonia ai Paesi Baltici, in un’orbita dell’Ue. Che in questo momento è assente come non mai dai suoi confini esterni. La reazione di Bruxelles e delle singole capitali all’esplicita repressione e ai brogli elettorali per ora è stata relativamente formale, mentre ci vorrebbe un’iniziativa forte, un tentativo di mediazione, un intervento forte a fianco di un popolo che si sta liberando da una dittatura senza avere ancora una visione chiara del proprio futuro. Vladimir Putin non si rassegnerà facilmente a “perdere”, dopo l’Ucraina, anche l’ultimo pezzo europeo dell’ex impero sovietico, e senza un forte appoggio delle democrazie europee la transizione bielorussa può diventare lunga e sofferta.


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