“Dobbiamo anticipare e proteggerci da un’ondata migratoria dall’Afghanistan”. Queste sono state le parole di Emmanuel Macron a due giorni dalla vittoria dei talebani. Il Presidente francese ha sottolineato inoltre la necessità di mettere in atto uno sforzo internazionale coordinato per la gestione della crisi migratoria afghana riferendosi alla possibilità di attivare corridoi umanitari. Questi ultimi, il giugno scorso, erano stati definiti dal capo dell’Eliseo un “modello della politica di immigrazione legale”.

La crisi umanitaria dopo la riconquista del potere da parte dei talebani ha infatti alzato l’attenzione sul tema dei migranti e nessun governo europeo vuole rischiare di sembrare cedevole sul tema delle migrazioni nel timore di uscire perdenti nel confronto con partiti che, della lotta all’immigrazione irregolare ne hanno fatto una delle armi più efficaci in termini di consenso. La scelta di parole di Macron si spiega così con il fatto che le presidenziali francesi siano ormai a meno di un anno di distanza e che il presidente francese e Le Pen siano tête-à-tête. Anche guardando all’Italia, lo scenario non cambia e mentre Lega e centrodestra lanciano l’allarme sul pericolo di un’immigrazione di massa, sinistra e Pd chiedono di aprire corridoi umanitari, indicendo una mobilitazione nazionale. Ma ciò che viene spontaneo chiedersi è se davvero la crisi afghana porterà a una nuova ondata migratoria alle porte dell’Europa e se d’altro canto l’Europa stia facendo tutto quello che potrebbe, di fronte alla crisi afghana.

Esaminando la prima questione, non c’è nulla che ci possa far pensare che la previsione di un’ondata migratoria scatenata dalla situazione in Afghanistan sia plausibile. Infatti, la maggior parte di chi sta fuggendo dall’Afghanistan lo sta facendo via terra. I paesi confinanti che stanno ospitando i profughi sono soprattutto Pakistan e Iran, dove già oggi si trovano più di 6 milioni di afghani di cui gran parte senza documenti e tutele e dove, secondo la maggior parte degli esperti, rimarranno. Non ci sarebbero infatti le condizioni per un esodo di massa verso l’Europa come quello avvenuto nel 2015 a seguito delle violenze della guerra civile siriana. In primo luogo, per via dell’accordo firmato tra l’Unione Europea e la Turchia – molto criticato dalle istituzioni internazionali e dalle Ong – che limita l’afflusso di migranti in Grecia. È da tenere presente, inoltre, che diversi paesi di transito stanno rinforzando i propri confini, rendendo ancora più pericolose le tratte. La Turchia sta terminando la costruzione di un muro lungo 295 chilometri al confine con l’Iran, la Grecia a sua volta ne sta erigendo un altro alla frontiera turca e la Polonia ha rinforzato il suo confine con la Bielorussia. A ciò si aggiunge anche la chiusura della rotta libica verso l’Italia per via dell’accordo italiano con la cosiddetta guardia costiera libica che effettua i respingimenti in mare, da molti esperti considerati illegali.

Cosa significa questo? Di afghani che vorrebbero raggiungere in maniera irregolare l’Europa ce ne sono e sicuramente la crisi odierna farà aumentare il loro numero. Ma la probabilità che queste persone arrivino in Europa in tempi brevi e in numeri consistenti è molto bassa e dipende soprattutto da ciò che accadrà nei paesi di transito. Tra questi ultimi, l’attenzione si sposterà, in particolar modo, sulla Turchia che spesso si è servita delle crisi migratorie per dimostrare l’incapacità dell’Unione Europea di gestirle. Per questo dunque sarà necessario mettere in primo piano la gestione della crisi nei rapporti tra l’organizzazione internazionale e la Turchia stessa.

Soffermarsi invece su improbabili flussi irregolari di afghani che potrebbero rapidamente sommergere i sistemi di asilo europei può rappresentare un grave errore. In primo luogo, perché complica inutilmente il dibattito politico, allarmando l’opinione pubblica europea. In secondo luogo, questo atteggiamento certamente disincentiva i governi europei a mettere in campo gli strumenti necessari a proteggere gli afghani che si trovano già in Europa da anni.

Infatti, tra il 2008 e il 2020 i paesi europei (compresi gli extra-Ue come Regno Unito, Norvegia e Svizzera) hanno ricevuto 600.000 richieste d’asilo da parte di persone afghane e ne hanno accolte 310.000. I restanti 290.000 si sono visti opporre un diniego alla loro richiesta d’asilo e di questi, circa 70.000 sono già stati rimpatriati. Delle 310.000 persone afghane circa 60.000 sono donne, quasi la metà delle quali ancora minorenni. Tutti i paesi europei hanno ovviamente sospeso le procedure di rimpatrio nelle settimane precedenti la presa di potere da parte dei talebani ma questo rischia di

non essere sufficiente ai fini della tutela della persona nel paese ospitante. Se privo di un regolare permesso di soggiorno e una protezione nel paese in cui si trova, il migrante, infatti, finisce per rimanere in Europa in condizione di irregolarità. I governi europei avrebbero tutti gli strumenti per attivare forme di protezione temporanea e questo servirebbe a dimostrare che l’Europa non intende lasciar soli i cittadini afghani in un momento simile e consentirebbe all’Unione Europea di tornare a dialogare da una posizione nettamente migliore con il nuovo regime di Kabul.


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