L’Europa scommette sul Green Deal per assumere il ruolo di leader nella lotta al cambiamento climatico. Riuscirà l’Italia a conquistare una posizione di rilievo?

Assunta la presidenza della Commissione Europea, Ursula von Der Leyen ha stabilito che, nei primi anni del suo mandato, la priorità dell’Unione sarebbe stata l’implementazione del “Green Deal”, un insieme di misure volte a decarbonizzare l’economia, orientare gli investimenti comunitari verso attività più sostenibili e, al contempo, rendere più sostenibile lo stile di vita degli europei. Lo scopo principale di tale strategia è la limitazione del surriscaldamento globale entro l’1,5° come stabilito dall’International Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite durante la COP21 di Parigi. Come obiettivo a lungo termine, l’UE si impegna ad azzerare le proprie emissioni inquinanti entro il 2050 e, a tale fine, nel breve e medio termine sarà necessario rendere più sostenibile la produzione di energia elettrica, attualmente responsabile del 35% delle emissioni dei gas serra all’interno dei paesi dell’Unione.

Ad oggi due sono le misure di cui maggiormente si sta discutendo: la “Legge sul Clima” e il “Just Transition Fund”. Elevate sono le aspettative sulla suddetta legge, la cui proposta è stata presentata dalla Commissione il 4 marzo scorso, essendo la prima volta in cui l’Unione si doterà di una legge quadro sul clima, materia fino ad adesso affidata a regolamenti e direttive attuate dagli stati membri ai sensi dell’art 288 del TFUE. In qualità di base legislativa per tutti i provvedimenti in materia, la Legge sul Clima, con la successiva approvazione da parte del Parlamento e del Consiglio seguendo la procedura di codecisione ex art 294 TFUE, ufficializzerà l’azzeramento delle emissioni nette entro il 2050. In parallelo alla proposta legislativa, la Commissione ha lanciato altre iniziative ad essa collegate tra cui risaltano l’inizio della valutazione dell’impatto del meccanismo della “borden tax” e l’avvio del processo di revisione della direttiva sulla tassazione energetica. I fondi che confluiranno invece nel  “Just Transition Fund”, volto a finanziare iniziative e programmi sostenibili degli stati membri e delle regioni europee più arretrate in materia di sostenibilità e transizione energetica, proverranno da fondi strutturali già esistenti quali il Fondo europeo di sviluppo regionale e di sviluppo sociale, da programmi di cofinanziamento degli stati, da prestiti a interessi di favore della Banca Europea per gli Investimenti e da una parte del fondo InvestEU. Tali stanziamenti saranno destinati prevalentemente ai paesi la cui economia dipende ancora in gran parte dal carbone e ai paesi che rilasciano un elevato livello di emissioni a effetto serra proveniente da impianti industriali e che presentano un alto tasso occupazionale nel settore dell’estrazione carbonifera e del nichel. Si tratta principalmente dei paesi dell’Est Europa mentre, da parte sua, l’Italia otterrà circa 464 milioni.

L’obiettivo emissioni zero al 2050 non potrà, tuttavia, essere mandato avanti unicamente dalla Commissione Europea ma sarà richiesta la collaborazione degli stati membri, soprattutto in sede di definizione del budget pluriennale. La creazione di una leadership europea credibile non può infatti che incominciare con l’implementazione di una valida azione domestica che, al contempo, mobiliti e sensibilizzi una larga fetta della popolazione tramite le c.d. campagne di “greenwashing”. L’Italia potrebbe ben sfruttare tale opportunità per divenire un attore geopolitico chiave nella lotta al cambiamento climatico, essendo la transizione ecologica uno dei pilastri dell’attuale governo. Oltre che fungere da collante politico, l’azione per il clima può avere il ruolo fondamentale di rilanciare il ruolo internazionale e l’economia dell’Italia. Ciò su cui vale la pena riflettere è la modalità con cui la transizione ecologica dovrà essere realizzata, tenendo in debita considerazione i settori che verranno maggiormente impattati, quali il settore automobilistico, quello dell’industria pesante e quello energetico, nonché le conseguenze sui lavoratori operanti in tali settori. La buona riuscita del Green Deal necessita, infatti, non solo del passaggio da un’economia basata sull’utilizzo di combustibili fossili ad un modello economico decarbonizzato, ma anche della sostenibilità della transizione stessa dal punto di vista sociale. Banco di prova per la credibilità  del ruolo che l’Italia vorrà assumere in materia saranno i vertici internazionali previsti da qui a due anni. Di comune accordo con la Gran Bretagna, all’Italia spetterà un ruolo chiave nella preparazione degli eventi della COP26 prevista a Glasgow: a tal fine, dal 28 settembre al 2 ottobre c.a. (salvo posticipi causa emergenza pandemica), Milano ospiterà la pre-COP e la YouthCOP, una conferenza di giovani provenienti dai 197 paesi membri dell’UNFCCC impegnati nella lotta contro il cambiamento climatico. Inoltre il 2021 sarà, inoltre, l’anno della presidenza italiana del G20, presidenza che porterà il paese al centro dei processi decisionali su una delle più grandi sfide geopolitiche del nostro tempo.

La volontà dell’attuale governo di fare da capofila nei tentativi di promuovere la sostenibilità ambientale comporterà una necessaria riforma del modello di sviluppo economico italiano tramite investimenti pubblici in energie rinnovabili, maggiore attenzione al tema dell’economia circolare e tutela della biodiversità.

Il Green Deal rappresenta un’opportunità per l’Unione Europea di giocare un ruolo da protagonista nella lotta al cambiamento climatico attraverso il raggiungimento della neutralità carbonica. Se le azioni che verranno implementate basteranno a contenere l’aumento della temperatura entro 1,5° è la domanda che tutti gli attori coinvolti si stanno ponendo. Allo stato attuale è ancora presto per capire quale sarà il reale impatto del Green Deal sull’ambiente anche se l’opinione più diffusa tra le fila degli ambientalisti è quella di aumentare al 65% (10 punti percentuali in più rispetto all’annuncio di von der Leyen) il taglio delle emissioni nette di carbonio. A livello globale, il ritiro degli USA dall’Accordo di Parigi renderà senza dubbio tutto più intricato, a meno che nel novembre 2020 non prenda la guida della Casa Bianca un presidente democratico. Dal canto suo, l’Italia, per acquisire una posizione di rilievo nel processo di transizione energetica, dovrebbe contribuire essa stessa alla trasformazione dell’Unione Europea in una vera e propria potenza globale in grado di affrontare le sfide poste dall’emergenza climatica. A tal fine, oltre a mandare avanti le trattative con l’Alleato statunitense , il governo italiano dovrebbe gestire in maniera più appropriata le relazioni con i paesi africani per far fronte ad un’altra emergenza, quella delle migrazioni, di cui il cambiamento climatico ne è ora più che mai una causa primaria; affrontare e tentare di svolgere un ruolo chiave nel ristabilimento dei disordini in seno ai paesi MENA, fondamentali per i mercati energetici globali e, infine, mandare avanti il partenariato con la Cina al fine di esortare l’Impero Celeste a divenire un attore ambientale sempre più responsabile.

Categorie: Europa

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