A causa della pandemia di Covid-19 e delle sue drammatiche conseguenze, la Francia si trova di fronte alla più grave recessione economica dal 1945. Il PIL è diminuito del 8,3%, le esportazioni si sono ridotte del 28,9% e le importazioni del 20,7%, con effetti negativi sul già grave deficit commerciale. L’Istituto di statistica francese ha stimato una perdita di circa 600.000 posti di lavoro soltanto nel settore privato e un tasso di disoccupazione pari al 9%. Se il 2020 si è dunque confermato un annus horribilis per l’economia francese, il 2021, grazie ai fondi dell’Unione Europea e, in particolare, all’entrata in vigore del piano France Relance, potrebbe essere l’anno della sua ripresa.

Nel quadro del Next Generation EU, l’Unione Europea ha previsto per la Francia uno stanziamento di 40 miliardi di euro, interamente sotto forma di sussidi a fondo perduto. Con riferimento ai programmi minori, per il React-EU sono stati stanziati 3 miliardi e circa 15 sono stati previsti nel contesto del Quadro Finanziario Pluriennale (2021-2027).

Quoi qu’il en coûte”, così il presidente Emanuel Macron ha presentato, lo scorso 3 settembre, il piano di ripresa economica France Relance, rievocando, un po’, il famoso “Whatever it takes” di draghiana memoria. In effetti, differentemente da altri paesi europei, la maggior parte delle risorse finanziarie non provengono dai fondi dell’Unione bensì da risorse nazionali che ammontano a ben 100 miliardi di euro. Già prima del France Relance, il governo francese aveva reagito velocemente ed efficacemente con un piano di emergenza, strutturato su tre direttrici: garanzie sui prestiti alle imprese e un fondo di solidarietà per le imprese; un dispositivo di disoccupazione parziale; un programma di capitalizzazioni a protezione delle imprese più strategiche.

Il piano “France Relance”, considerato dai suoi architetti un piano di investimenti e sviluppo a lungo termine, ha due obiettivi fondamentali: accelerare la transizione ecologica e, parimenti, quella digitale, e sostenere la creazioni di nuovi posti di lavoro, riservando un’attenzione particolare alle esigenze e le opportunità dei più giovani. Aggiornato al 20 gennaio 2021, la sua impostazione poggia su tre pilastri: ecologia, competitività industriale, coesione sociale e territoriale.

  1. ECOLOGIA: dei 100 miliardi del piano, 30 saranno investiti nella transizione ecologica affinché il paese diventi la prima grande economia europea a zero emissioni. Gli investimenti principali riguardano la decarbonizzazione industriale, a cui saranno destinati 1,2 miliardi dei fondi; l’isolamento termico degli edifici pubblici e il sostegno alla sostenibilità dei trasporti. L’investimento più importante in questo settore è il piano “MaPrimeRénov’: mieux chez moi, mieux pour la planète”, volto ad incoraggiare le famiglie a realizzare lavori di riqualificazione energetica delle proprie abitazioni (ma anche di edifici pubblici) con l’obiettivo finale di finanziare il risanamento di 500.000 appartamenti ad anno, beneficiando di un ulteriore finanziamento di 2 miliardi di euro per il biennio 2021-2022.
  • COMPETITIVITA’: 34 miliardi saranno destinati al rilancio della competitività, ad una crescita economica sostenibile nonché all’innovazione tecnologica delle imprese, con un’attenzione particolare alle piccole e medie imprese che rappresentano un terzo del tessuto imprenditoriale francese. In particolare, il piano comprende quattro misure volte a potenziare il fabbisogno di capitale imprenditoriale: più risparmio per le imprese, devoluzione di 20 miliardi di capitale quasi proprio per consolidare i bilanci delle imprese tramite prestiti partecipativi, sostegno a progetti territoriali e rilocalizzazione dei fondi in alcuni settori strategici.
  • COESIONE SOCIALE E TERRITORIALE: come accade per la maggior parte dei paesi in tempi di crisi, una delle più grandi sfide che la Francia dovrà affrontare è l’aumento delle disuguagliane sociali. Per questo motivo, nel consacrare 36 miliardi del piano a questo pilastro, tre sono stati indicati come obiettivi principali: considerevole sostegno al sistema e alle infrastrutture sanitarie (6 miliardi); finanziamento agli enti territoriali da parte della “Banque des Territoires”; salvaguardia e creazione di nuovi posti di lavoro. Quest’ultimo punto è, senza dubbio, il più importante del pilastro della coesione in quanto risorse significative saranno destinate alla formazione professionale dei giovani e dei lavoratori più vulnerabili tramite contratti facilitati e “bonus assunzione” (prime à l’embauche). Tra i vari progetti lanciati, un esempio molto interessante è la creazione di percorsi di accompagnamento o re-inserimento dei giovani nel mondo lavorativo: si tratta del PEC jeunes, il percorso di assunzione delle competenze giovanili e lo IAE jeunes, un percorso di inclusione giovanile nei vari settori dell’attività economica.

La discussione relativa alla governance per la gestione dei fondi del Recovery Fund, questione che, in alcuni paesi, ha comportato notevoli fibrillazioni governative, non è stata così sentita in Francia dove, fin dall’inizio, il presidente Macron ha mobilitato le migliori expertise della propria amministrazione pubblica affidando interamente il piano nelle mani del Ministro dell’Economia Le Maire. Tuttavia, ciò che ha permesso un immediato successo del piano è stato il metodo basato su una forte cooperazione interministeriale nonché sulla concertazione con regioni ed enti locali. Da subito il governo è andato  nella direzione di una forte inclusione e serrato dialogo fra tutti gli attori coinvolti nonché dell’immediata creazione di comitati di monitoraggio sia a livello nazionale, presieduti dal Primo Ministro al fine di assicurare l’esecuzione del piano di ripresa, sia a livello regionale per verificare l’avanzamento di specifici progetti territoriali e le necessarie risorse per la messa in opera degli stessi. Un aspetto molto interessante è che questi “comités de suivi” includono anche associazioni di amministratori locali, organizzazioni ambientaliste e associazioni attive nel sociale.

Il dibattito interno relativamente agli aspetti positivi e negativi del “France Relance” è stato quindi molto partecipato: dai parlamentari alle banche, dalle  confederazioni imprenditoriali alle associazioni ambientaliste. In generale, il mondo imprenditoriale (tra cui MEDEF, il Movimento delle Imprese di Francia, CPME, la Confederazione delle Piccole e Medie Imprese e CCI, le Camere di Commercio e dell’Industria) ha accolto in maniera ampiamente favorevole il piano considerandolo una mobilitazione di risorse economiche senza precedenti. Riscontri meno positivi sono invece arrivati da U2P, l’Unione delle Imprese di Prossimità, e da alcuni sindacati che temono per la tenuta delle piccole imprese a causa dell’insufficienza dei sussidi per l’impiego e la mancata riduzione delle imposte di produzione. Voci critiche arrivano da WWF France secondo cui il paese si troverebbe di fronte ad una situazione di trade-off: transizione ecologica e rilancio industriale sarebbero due obiettivi poco conciliabili soprattutto considerato il breve periodo di tempo entro cui sono stati stanziati i fondi (2022). All’interno dell’Assemblea il dibattito parlamentare si è acceso nel momento in cui la maggioranza del gruppo LREM in seno alla “Commissione Economica” ha votato un emendamento che obbliga le imprese beneficiarie di sovvenzioni ad attuare obblighi in materia ambientale che, secondo alcuni, rallenterebbero soltanto la ripresa economica.

Sebbene il negoziato con Bruxelles non sia ancora terminato, la Francia, preceduta soltanto  dalla  Spagna,  è  il  secondo paese europeo più avanzato nell’applicazione del piano. Una prima ed unica reazione da parte della Commissione europea nei confronti del “France Relance” è arrivata a fine novembre 2020: secondo l’esecutivo europeo, le misure adottate dalla Francia per rilanciare l’economia nazionale sarebbero poco sostenibili nel lungo periodo, poiché, sebbene generose, coprono soltanto il biennio 2021- 2022, mentre necessiterebbero di finanziamenti anche negli anni successivi. Tenendo, inoltre, conto dell’elevato livello di debito pubblico che attanagliava la Francia già prima dello scoppio della pandemia, è fondamentale che le misure adottate preservino la sostenibilità delle finanze francesi nel medio e lungo termine.

La Francia è stato, senza dubbio, il Paese che maggiormente ha spinto sui fondi europei dando dimostrazione di essere in grado di sfruttare al meglio tali risorse. La strutturazione del piano è stata guidata dall’ importante decisione di integrare la manovra finanziaria con le risorse europee. Punto di forza del piano “France Relance” è la grande cooperazione e il continuo dialogo con i vari attori coinvolti, in primis le regioni e gli enti locali, elemento del tutto assente nel panorama italiano. Per quanto la realizzazione del piano sarà un lavoro interministeriale, la scelta del presidente Macron di assumere per la governance del Recovery Plan solo un consigliere speciale presso il capo di gabinetto del Primo ministro è una scelta altamente strategica, fondamentale per limitare qualsiasi fibrillazione politica. Si tratta di un esempio che potrebbe rivelarsi estremamente utile per l’Italia, facilitando una reale cooperazione governativa ed evitando che i lunghi tempi delle necessarie soluzioni di compromesso finiscano per collidere con l’urgenza della definizione dei relativi progetti.


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