Ridisegnare l’Unione Europea partendo dalla sua architettura e dal rapporto tra Istituzioni – anche attraverso un  nuovo trattato – è ormai un’esigenza inderogabile e non più rinviabile.

Sono passati 13 anni dalla firma del Trattato di Lisbona e undici dalla sua entrata in vigore.

L’obiettivo di un’Europa più forte, più politica e capace di incidere e parlare con una voce sola a livello globale sembrava raggiunto con la firma del Trattato di Lisbona e con le imponenti riforme previste dal Trattato.

11 anni dopo, è chiaro ed evidente che l’Unione Europea disegnata a Lisbona non si è dimostrata all’altezza della complessità delle sfide a cui è stata chiamata. Si è lasciata cogliere impreparata davanti alle crisi dei debiti sovrani di alcuni suoi membri, ed è parsa immatura e assente nel gestire il fenomeno migratorio che ha visto, a partire dalla guerra in Siria fino alla crisi libica, milioni di rifugiati e migranti riversarsi in Europa in cerca di protezione o di un futuro migliore.

L’Europa appare incapace di far fronte ai veti e agli egoismi nazionali che, in sede di Consiglio Europeo, bloccano le decisioni in nome del potere decisionale dei capi di Stato e di Governo.

La necessità di riformare l’Unione per renderla più agile e dare nuova linfa al processo di integrazione europea anche attraverso un nuovo trattato è stata avanzata negli anni scorsi da diversi leader europei, in particolare da Merkel e Macron in virtù del ritrovato feeling franco- tedesco .

Questo, prima che il ciclone Covid-19 sconvolgesse l’Europa e ci mostrasse un’Unione ancora più fragile di quanto pensassimo.

Tutti abbiamo assistito e seguito le travagliate trattative in sede di Consiglio Europeo per l’approvazione del Recovery Fund e la mancata solidarietà all’inizio dell’emergenza sanitaria.

Davanti al dramma sanitario ed economico causato dall’incubo pandemia hanno rischiato di prevalere gli egoismi e gli interessi nazionali di membri che rappresentano meno del 10% della popolazione europea.

Un’Europa dominata dalle divisioni e dalle strategie dei leader spinti più da ragioni elettorali e dalla ricerca del consenso nazionale, che dal bene di 450 milioni di cittadini comunitari.

Le quattro notti di trattative dei leader europei rappresentano per l’Europa una vera  e propria linea di confine tra la vecchia Unione e l’Europa sognata dai fondatori: una Comunità di valori e di persone, più federale e solidale.

Una riforma dell’Europa e un nuovo Trattato appariva indispensabile già prima della pandemia, in prospettiva dell’allargamento ai paesi dei Balcani occidentali.

Se non funziona l’Unione a 27, come possiamo pensare che funzioni un’Europa a 29 e più tardi a 31?

Allargamento a parte, una prima soluzione ai dissidi, ai veti e alle divergenze – legittime- tra Stati membri, potrebbe essere la scelta di percorrere la strada – prevista già dai Trattati di Maastricht e Amsterdam – dell’Integrazione differenziata in vari settori.

Tuttavia, un nuovo Trattato, spinto dallo spirito di rinnovamento dell’Europa e dalla necessità di proiettarsi con più decisione nel futuro, deve avere come stella polare la scelta di un metodo decisionale  più efficace e rapido.

Una riforma dell’Unione passa imprescindibilmente dalla modifica del sistema di voto in Consiglio, vera piaga nel funzionamento della complessa macchina decisionale.

Il Trattato di Lisbona ha ampliato i settori per i quali è applicabile il voto a maggioranza qualificata ma l’unanimità resta in settori delicati quali la politica fiscale e la politica estera e difesa – materie nelle quali tendono a prevalere gli interessi nazionali e talvolta retaggi storici.

Non è tutto. Il successo – innegabile – dei partiti sovranisti ed euroscettici ci impone una riflessione più strutturata anche sul rapporto tra Istituzioni e cittadini e fra Istituzioni stesse.

Un rafforzamento dell’Unione e un riavvicinamento con i suoi cittadini potrebbe derivare dal potenziamento del Parlamento europeo e dall’introduzione del potere di iniziativa legislativa.

Il Parlamento europeo è l’istituzione più vicina ai cittadini europei, in conseguenza dell’elezione a suffragio universale dei suoi membri e per la sua  sede – Strasburgo – nel cuore di quell’Alsazia per decenni violentata dal rancore franco-tedesco. Il Trattato di Lisbona ha ampliato il ruolo del Parlamento, ma non è ancora sufficiente, considerato che l’iniziativa legislativa risulta ancora monopolio della Commissione.

Il ruolo della Commissione, organo esecutivo, risulta sistematicamente indebolito davanti al potere del Consiglio Europeo, ovvero davanti agli Stati che, in sede di summit lavorano – spesso – pensando solo alla conferenza stampa nazionale post Consiglio e per regolare questioni interne. Per poi attaccare l’Europa che prende le decisioni, come se l’Europa fosse ancora la fanciulla che secondo la mitologia rubò il cuore a Zeus, e non un insieme di leader che decidono insieme.

Il Consiglio e il metodo intergovernativo che continua a prevalere sul metodo comunitario rappresenta  la debolezza maggiore dell’Unione Europea, una debolezza che il Trattato di Lisbona non è riuscito a colmare.

Le estenuanti trattative del vertice sul Recovery Fund – concluse con un accordo insperato- hanno ribadito le difficoltà. In quest’ottica, una riforma dei Trattati che percorra la strada del rafforzamento del metodo comunitario sul metodo intergovernativo si rende necessaria e quasi vitale per un Europa proiettata verso l’allargamento ai Balcani occidentali e a un potenziamento dell’azione esterna dell’Ue, per dare senso alla “Commissione geopolitica “ di  Ursula Von Der Leyen .

Nella prospettiva di riformare i trattati, dovrebbe partire – nelle prossime settimane – la “Conferenza sul futuro dell’Europa”, un percorso aperto a Parlamento Europeo, cittadini e Istituzioni che porti l’Europa a riflettere su stessa e a decidere di ritoccare la sua architettura.

Accanto al rinsaldato franco-tedesco, un ruolo propulsivo potrebbe arrivare dall’altro fondatore, l’Italia, tornata, dopo la parentesi del governo giallo-verde, a sedersi dalla parte dei grandi e a credere nel progetto di integrazione a cui ha lavorato fin dal primo istante.


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