Nelle scorse settimane abbiamo intervistato Anne Houtman – già vice capo di gabinetto della Commissione Prodi ed ex direttore generale dei DG Mercato interno e poi Trasporto ed Energia – sui temi del Green Deal europeo, l’ambizioso progetto per combattere i cambiamenti climatici e azzerare le emissioni di gas serra entro il 2050 nel continente, e sulla politica energetica dell’Unione Europea.

Il Green Deal europeo rappresenta un insieme di strategie, da Farm2Fork alla strategia per la biodiversità e l’adattamento, che sono state presentate di recente dalla Commissione europea o presto lo saranno. Qual è ora il passaggio dalla teoria alla pratica?

Oggi il Green Deal europeo rappresenta un grande progetto politico sulla carta e la sfida che ci attende è proprio quella di trasformarlo in realtà e quindi l’implementazione di tali strategie. Ciò che mi ha stupito, però, è che la presidente della Commissione Von der Leyen, che prima di essere eletta lo scorso anno aveva già preannunciato questo progetto, è rimasta fedele alla sua promessa e ha fatto del Green Deal il punto cardine della sua presidenza. Questo è diventato di fatto il marchio di fabbrica di questo collegio di commissari e mira a coinvolgere tutte le politiche europee per attuare una trasformazione profonda dell’economia e dello stile di vita europei.

A questo proposito, la presidente Von der Leyen ha spesso sottolineato l’importanza di non lasciare nessuno indietro. Come si farà fronte quindi alle implicazioni socio-culturali della transizione verde?

Questo progetto non fa riferimento alla sostenibilità nel senso stretto del termine e quindi al raggiungimento della neutralità climatica, ma piuttosto ad una sostenibilità ambientale che prende in considerazione i benefici della transizione nella nostra vita come un minore inquinamento urbano, ma anche l’impatto dello stesso cambiamento. Se pensiamo infatti alla filosofia dietro il Green Deal, la dimensione sociale gioca un ruolo estremamente importante. Come in tutte le trasformazioni del passato, d’altronde, c’è chi vince e chi perde ed è necessario far in modo che queste considerazioni vengano affrontate. Per esempio, si tratta di riqualificare quei lavoratori che ad oggi sono impiegati nelle industrie del petrolio e del carbone e di rendere più accessibile l’energia pulita ai cittadini, già adesso considerati ‘i poveri dell’energia’. Inoltre, rendere i cittadini partecipi di questa trasformazione sarà essenziale proprio per assicurarsi il loro supporto.

Ha fatto riferimento ai cittadini, ma come pensa si possa coinvolgere l’industria europea?

Spesso l’UE è stata criticata per non avere una politica industriale, mancava un accordo tra stati membri su quale fosse la direzione di questa politica. Questo progetto invece ha portato proprio a definire una politica industriale europea basata sul consenso.

Sembra quindi che in Europa la decarbonizzazione sia ormai un dato di fatto. Tuttavia, ci sono paesi che non sono ancora pronti ad accettare il cambiamento?

Certamente. Paesi come Polonia, Ungheria, ma anche la vicina Russia, le cui economie sono basate per la maggior parte, se non totalmente, sull’estrazione dei combustibili fossili si trovano davanti ad un enorme problema: la diversificazione. Purtroppo, questi paesi per cui la trasformazione sarà più ardua continuano a posticipare le necessarie azioni di cambiamento radicale. Per fortuna, la salvaguardia del pianeta, che prima era considerata un costo, viene ora pensata come un’opportunità e il conseguente spostamento degli investimenti dall’industria del carbone alle energie rinnovabili potrebbe in fin dei conti sollecitare la trasformazione in questi paesi. D’altronde restare indietro in questo contesto significa avere a disposizione risorse che in futuro non avranno più alcun valore sul mercato.

E qui si giunge a quell’idea di ‘transizione giusta’ sempre enfatizzata all’interno delle strategie parte del Green Deal.

Sono convinta che tutti vogliano salvare il pianeta e dare un futuro alle prossime generazioni, per alcuni però lo sforzo sarà maggiore e l’accettazione della trasformazione richiederà più tempo. Per questo, quando si fa riferimento alla governance del Green Deal, è importante sottolineare il bisogno di una transizione giusta, che permetta a tutti di avanzare e vedere il cambiamento come un progresso di cui essere orgogliosi.

In quanto alla governance e quindi alle regole ed i principi che permettono di concretizzare il Green Deal europeo, pensa che questa sia all’altezza della sfida che la decarbonizzazione rappresenta?

Il sistema di governance fa riferimento soprattutto ai Piani Nazionali per l’Energia ed il Clima sottoposti al giudizio della Commissione europea lo scorso anno e sulla base dei quali la stessa Commissione ha poi pubblicato le raccomandazioni per i singoli stati. Da queste è emerso che le proposte avanzate in alcuni Piani non sono sufficienti a raggiungere gli obiettivi dell’UE nel quadro dell’accordo di Parigi del 2015 (ridurre le emissioni di gas serra di almeno 40% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, ndr). Per esempio, riguardo al Piano Nazionale proposto dal Belgio, la Commissione ha riferito che non è abbastanza ambizioso relativamente alla riduzione della domanda e allo sfruttamento delle energie rinnovabili. Per dipiù, dopo Parigi, l’Unione si è anche impegnata a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 ed è quindi necessario rivedere il disegno generale.

Ha nominato le energie rinnovabili, pensa che in Europa ci si stia impegnando a sufficienza su questo fronte?

Per il momento c’è un problema fondamentale con cui bisogna fare i conti per quanto riguarda questo settore: la flessibilità della rete elettrica. E’ inevitabile adattare la rete elettrica ad una produzione incostante perchè nel caso dello sfruttamento dell’energia eolica e solare, per esempio, le fonti sono variabili. Ciò può essere realizzato tramite l’utilizzo di un’altra fonte, lo stoccaggio, gestendo la domanda o favorendo un mercato europeo interno delle energie, puntando così a mantenere l’equilibrio tra domanda e offerta ed evitando blackout. In aggiunta, è importante agire sulle infrastrutture per incentivare anche i cittadini a usufruire delle energie rinnovabili. D’altro canto senza stazioni di ricarica, per esempio, i cittadini non acquistano auto elettriche. Inoltre, a livello europeo si parla sempre più di “sistema energetico”, nel senso che viene favorita una visione per cui l’energia utilizzata è considerata come un continuum, c’è un legame tra la rete elettrica e del gas, tra la ricarica delle batterie e l’utilizzo delle energie rinnovabili e così via. Ciò contribuirà a fornire maggiore sicurezza alle persone, alle quali verrà però richiesto di cambiare anche le proprie abitudini.

Di recente è stata riservata particolare attenzione ad una tipologia di energia rinnovabile, il cosiddetto “idrogeno verde”. Questa fonte è stata presentata come una via di fuga dai combustibili fossili nei settori del trasporto pesante. Lei crede che questa tecnologia sia così promettente?

È incontestabile che da qualche mese ci sia una promozione dell’idrogeno e che sia un elemento fondamentale per raggiungere la neutralità climatica. Inoltre, la strategia dell’UE per l’idrogeno è stata presentata insieme a quella per l’integrazione intelligente del sistema energetico promuovendo anche qui la logica di un sistema unico che connette i vari settori. Tuttavia, bisogna essere cauti. L’idrogeno non risolve tutti i problemi e non sarebbe efficace utilizzarlo ovunque. La strategia servirà però a promuovere l’utilizzo dell’idrogeno pulito in quei settori che lo utilizzano ora ‘sporco’, cioè prodotto attraverso l’utilizzo di gas e carbone, a decarbonizzare quelle industrie come quella dell’acciaio e del vetro che è complicato trasformare in altra maniera, e può rappresentare una soluzione nel settore del trasporto pesante e marittimo. 

Qual è, secondo lei, l’obiettivo principale della strategia europea per l’idrogeno pulito?

Si ritorna sempre ad una questione prettamente economica: il bisogno di diminuire i prezzi e creare un mercato. Stiamo parlando di tecnologie in cui l’Europa è leader e più si diffondono e più il prezzo si abbassa, dove la differenza sta nella tecnologia stessa e non nella materia prima. Poi, certamente, aumentare la diffusione dell’idrogeno verde è una strada da percorrere. Si ipotizza che nel 2050 questa fonte di energia rappresenterà una parte indispensabile e significativa – anche se non esorbitante (13-14% secondo le più recenti stime europee) – del sistema energetico europeo.

Abbiamo discusso di varie strategie europee riguardanti l’energia ed il clima, ma come si può promuovere una cooperazione efficiente a livello europeo tra tutte queste proposte?

Ci sono vari modi e livelli di cooperazione. Per esempio, all’interno del regolamento sulla governance è stabilito che gli stati membri hanno l’obbligo di coordinare le politiche con gli stati confinanti, promuovendo così coordinazione e cooperazione. Inoltre, a livello europeo vengono promossi degli incentivi per favorire la collaborazione tra paesi in progetti riguardanti l’energia. Infine, non bisogna dimenticare il ruolo di iniziative che coinvolgono regioni e città, come il Patto dei Sindaci per il Clima e l’Energia dell’UE, che puntano a implementare gli obiettivi comunitari su queste tematiche.

Una nota conclusiva?

Penso che l’Europa abbia la giusta ambizione e che abbiamo oggi una Commissione volenterosa di attuare il cambiamento radicale necessario. Sono ottimista, ma anche in affanno perché bisogna agire subito.


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