Le recenti elezioni israeliane non hanno prodotto alcun risultato concreto rispecchiando la profonda divisione del paese tra sostenitori e oppositori del Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

Il voto israeliano non è rivolto ai singoli candidati, quanto a liste di partito. I 130 seggi della Knesset sono assegnati sulla base della percentuale dei voti. Ad oggi, non è mai capitato che un singolo partito abbia raggiunto la maggioranza dei 61 seggi necessari per la formazione di un governo, quindi si è sempre parlato di coalizione di governo. Questo significa che un candidato deve lavorare con i partner alleati o cercare di attirare a sé partiti contrari e marginali al fine di ottenere la maggioranza di 61 seggi.

Nonostante il Likud, partito del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, sia senza ombra di dubbio il partito con più seggi, il conteggio finale dei voti rilasciato il 25 marzo non ha portato nessuna coalizione alla vittoria parlamentare, lasciando il paese in una situazione di stallo politico che vede aumentare la possibilità di una quinta elezione in poco più di due anni.

PARTITI SEGGI 
Pro-Netanyahu: 52 
Likud (destra) 30 
Shas (ultraortodosso) 
United Torah Judaism (ultraortodosso) 
Sionismo religioso 
Anti-Netanyahu: 57 
Yesh Atid (centrista) 17 
Blue and White (centrista) 
Yisrael Beitenu (destra secolare) 
Labor (sinistra) 
New Hope (destra) 
Joint List (sinistra araba) 
Meretz (sinistra) 
Non schierati 11 
Yamina (destra) 
Raam (Islamisti arabi) 

A questo punto, sarà l’ennesimo governo provvisorio ad assumere il potere fino al momento in cui una coalizione di maggioranza non verrà formata o fino a quando non verranno indette nuove elezioni.

Come si evince dai risultati finali rilasciati dalla commissione elettorale israeliana, due sono i partiti che non hanno preso una posizione: Yamina, un partito nazionalista che ha ottenuto 7 seggi ed è guidato da un ex consigliere di Netanyahu, e Ra’am, un partito arabo islamista con 4 seggi. Il premier Netanyahu può ancora tentare di corteggiare i partiti che non si sono schierati, tuttavia, le profonde divisioni presenti sia nei blocchi a favore che in quelli all’opposizione di Netanyahu potrebbero complicare il percorso per raggiungere la maggioranza.

“È chiaro che Netanyahu non ha la maggioranza per formare un governo sotto la sua guida. Ora è necessario agire per realizzare la possibilità di formare un governo per il cambiamento” ha affermato Gideon Sa’ar, l’ex alleato del Primo Ministro che ora si trova all’opposizione alla guida del partito New Hope.

I sostenitori di Netanyahu sostengono sia un qualificato statista idoneo a guidare il paese e che la sua campagna elettorale si è concentrata sull’efficiente gestione del programma vaccinale anti-Covid 19 così come sugli accordi diplomatici raggiunti con quattro paesi arabi durante lo scorso anno. Per contro i suoi oppositori dichiarano, invece, che c’è stata molta confusione nella gestione della crisi dovuta al Covid-19 e che una persona così inaffidabile non dovrebbe essere alla guida del paese.

A questo punto il governo provvisorio ha sei settimane di tempo per costruire una maggioranza di 61 seggi basandosi su le varie fazioni che hanno ottenuto seggi alla Knesset. Nel caso in cui nessun partito riesca in questo lasso di tempo a formare un nuovo governo, la Knesset verrà sciolta e saranno indette nuove elezioni entro tre mesi.

Lunedì 5 aprile sono iniziati i negoziati nei quali i partiti arabi giocheranno un ruolo fondamentale. Nonostante questi abbiano effettivamente perso il 33% delle loro forze con la scissione del partito Ra’am che si è staccato dalla Joint List, i risultati delle elezioni mostrano come la posizione che assumerà Ra’am sarà molto probabilmente determinante per il futuro del governo israeliano: da un lato al Premier Netanyahu non sarà sufficiente portare Yamina dalla sua parte raggiungendo gli eventuali 59 seggi, e dunque la scelta di Ra’am potrebbe fare la differenza. Dall’altro anche per il fronte anti-Netanyahu i quattro seggi di Ra’am sarebbero determinanti, portando la coalizione pro-cambiamento ai 61 seggi previsti per la formazione di un governo.

Questa nuova importanza dei partiti arabi potrebbe essere vista, tra qualche anno, come un momento rivoluzionario della storia politica israeliana in cui i partiti arabi sono legittimati come partner fondamentali di coalizione per il futuro. È un avvenimento con una carica semantica significativa per il paese perché è importante che una minoranza così consistente possa far sentire la sua voce e possa essere in grado di influenzare il modo in cui le risorse del paese vengono spese. Avere potere politico aumenterà la sensazione di sentirsi parte del paese.

Questi sono gli obbiettivi del leader di Ra’am, Mansour Abbas che intende rompere con le convenzioni e lavorare con qualsiasi governo israeliano al fine di assicurare agli arabi israeliani alloggio, buona istruzione, lavoro e sicurezza personale. Con questa scommessa Abbas ha deciso di staccarsi dalla Joint List concentrando gli sforzi per migliorare le vite degli arabi israeliani, e al momento, si trova ad essere corteggiato da entrambi i blocchi e a prendere una decisione che risulterà determinante.


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