Di Irene Tuzi*

Le figlie di Hamida, 12 e 14 anni, lavorano la terra vicino ad un campo profughi della Valle della Beqaa, dove la famiglia vive da cinque anni. Sono scappate da Aleppo all’inizio della guerra insieme alla madre, dopo che il padre è rimasto ucciso in uno scontro tra le forze del regime e l’esercito libero.

Hamida non riusciva a mantenere la famiglia di 8 figli, pagare l’affitto della tenda, le spese dell’elettricità e dell’acqua e il cibo, così decide di mandarle a lavorare la terra dello shawish che avrebbe assicurato alla famiglia una riduzione delle spese a lui dovute.[1] L’uomo però considerava le due ragazze come mezza persona, pagando loro il compenso di un solo lavoratore. Hamida ha preferito mandare le sue ragazze a lavorare la terra, invece del figlio maggiore, perché le considera più deboli e vulnerabili. “Mio figlio non avrebbe mai potuto sottostare agli ordini dello shawish, le ragazze sono più deboli e più abituate a prendere ordini”, racconta Hamida.

Situazioni come queste sono all’ordine del giorno tra le famiglie siriane rifugiate in Libano, dove le ragazze sono viste come un peso. A causa della mancanza di risorse molte famiglie decidono mandare i propri figli a lavorare perché vengono assunti con più facilità e sebbene sottopagati e impiegati in lavori generici o nell’agricoltura per molte ore al giorno, in molti casi forniscono l’unica fonte di guadagno della famiglia. Le bambine e le ragazze sono spesso impiegate nell’agricoltura perché in questo modo rimangono all’interno dell’area del campo profughi e possono essere controllate più facilmente.

Hamida spiega che il destino delle sue ragazze poteva essere peggiore. Un giorno, racconta, una donna incontrata per caso le promette una vita migliore. Le dice che un uomo libico di sua conoscenza stava cercando moglie e che una delle sue figlie sarebbe stata l’ideale per lui. L’uomo cercava infatti una ragazza sotto i 18 anni, che fosse orfana ed estremamente religiosa, una buona musulmana, insomma. In cambio avrebbe dato alla famiglia della ragazza una casa e qualunque cosa di cui avesse avuto bisogno. Hamida però rifiuta perché sospettosa nei confronti dell’intermediaria e delle condizioni dell’uomo.

Dare in sposa una figlia minorenne è stata spesso considerata una strategia di sopravvivenza di madri e padri siriani rifugiati in Libano, che non riescono a farsi carico della famiglia numerosa. In realtà questa è considerata dalle famiglie più come una maniera per proteggere le giovani che un modo per alleggerirsi dalle spese. Infatti, molte famiglie ritengono che il dare le proprie figlie in sposa giovanissime significa assicurar loro la protezione dal marito contro stupri o altre violenze. Tuttavia questi matrimoni sfociano spesso in abusi altrettanto gravi, in violenze domestiche e stupri legalizzati. I matrimoni di giovani siriane adolescenti sono però anche un modo per finanziare le necessità delle famiglie, proprio per questo moltissime ragazzine vengono date in spose non a siriani, ma a uomini giordani o sauditi che si prendono in carico anche il benessere della famiglia delle ragazze. L’UNHCR ha chiamato questo fenomeno survival wedding o matrimonio di sopravvivenza, un’unione in cui la libera scelta delle giovani siriane non è un parametro preso in considerazione.

La storia delle figlie di Hamida è solo una tra le tante. Essere una ragazza siriana rifugiata in Libano significa infatti essere un peso per genitori poveri o per madri sole, nonché vittima di abusi di ogni genere. La scuola non è mai una possibilità contemplata dalle famiglie. Le risorse limitate e le politiche del governo Libanese impediscono ai ragazzi e alle ragazze siriane di frequentare la scuola. Nonostante possano accedervi gratuitamente, spesso i programmi sono molto diversi rispetto a quelli siriani. La lingua d’insegnamento, l’inglese, è spesso un impedimento, ma l’ostacolo più grande è proprio la possibilità di raggiungere la scuola, di pagare la tariffa dell’autobus o del taxi. Inoltre, mandare una figlia adolescente a scuola significa spesso rinunciare all’unica fonte di reddito della famiglia.

[1] Lo shawish è un siriano, che per anzianità o per scelta della comunità di rifugiati è una sorta di leader del campo profughi. Fa da da mediatore tra i rifugiati e il proprietario terriero libanese, che affitta loro la terra su cui erigere le tende. Lo shawish prende in carico anche il lavoro agricolo e impiega donne o bambini offrendo loro un compenso (circa 4$ per una giornata di lavoro) e/o una riduzione sulle spese di affitto.

*Irene Tuzi è ha svolto una ricerca sulle rifugate siriane in libano, presso l’Institute for Migration Studies della Lebanese American University di Beirut e sta attualmente studiando gli effetti della migrazione forzata sulle siriane rifugiate in Libano e Germania


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