Non si ravvisa una motivazione strategica dietro la decisione di procedere con la fornitura di due fregate Fremm all’Egitto. Nonostante i difensori dell’operazione l’abbiano presentata come un successo commerciale, essa appare come un successo decisamente di corto periodo.

Non è, come invece è stata dipinta, un’operazione a tutela del nostro interesse nazionale: nel Mediterraneo è in corso ormai da qualche anno un pericoloso riarmo, che si accompagna al ritorno della politica di potenza e a un grave arretramento del multilateralismo. La Libia è il caso più esemplare. Non solo armare Il Cairo non tutela il nostro interesse nazionale, ma minaccia i nostri stessi obiettivi strategici: l’Egitto di al-Sisi, junior partner della coalizione a guida saudita-emiratina che dal 2011 guida l’asse di repressione delle istanze democratiche nate sull’onda della primavera araba, è schierato in Libia dalla parte di Haftar, dunque su una linea contraria agli interessi di Roma.

Anche sulla questione della Grand Ethiopian Renaissance Dam (nel cui progetto è impegnata l’italiana Salini Impregilo), che oppone Egitto e Etiopia, rafforzare Il Cairo non appare in linea con i numerosi interessi italiani non solo nel progetto ma nell’intero Corno d’Africa.

Non è dunque un’operazione, come pure è stato detto e scritto in sua difesa, che rafforza la pace e la sicurezza nel Mediterraneo. Contribuisce semmai a rafforzare quello che nelle relazioni internazionali viene definito il dilemma della sicurezza: quella situazione che si innesca nel sistema internazionale quando gli strumenti impiegati da uno Stato per accrescere la propria sicurezza (come l’acquisto di sistemi di arma) provocano una riduzione della sicurezza di altri Stati, innescando così una spirale di insicurezza reciproca che conduce inevitabilmente al conflitto. Se l’obiettivo, armando l’Egitto, è quello di riequilibrare i rapporti di forza nei confronti di una Turchia percepita come troppo aggressiva, il risultato finale potrebbe non essere quello sperato.

Falso è anche l’assunto secondo il quale l’Egitto è partner ineludibile per la stabilizzazione della regione Mena: abbiamo fatto troppo spesso l’errore in questi anni di confondere l’autoritarismo con la stabilità, crogiolandoci nell’illusione che delegando a questi presunti bastioni di stabilità la gestione del caos che si agita alle porte dell’Italia e dell’Europa, noi saremmo stati in salvo, al riparo dai “barbari” in arrivo dal Medio Oriente. Non è stato così, come hanno dimostrato le successive ondate migratorie frutto della destabilizzazione della regione negli ultimi dieci anni, o gli attacchi dello Stato islamico arrivati nel cuore delle nostre città. Fino a che non ci saranno democrazia e inclusione, non ci sarà vera stabilità. Fino a quando ai singoli non saranno garantiti sicurezza individuale e diritti civili, qualsiasi stabilità sarà solo di facciata. La fortissima crisi economica che attanaglia Il Cairo non fa altro che aggiungere un ulteriore elemento al pesante malcontento che cova sotto le ceneri.

Come ben sappiamo, l’Egitto è ben lontano dal garantire diritti e sicurezza ai propri cittadini: lo vediamo dalle notizie di incarcerazioni e vendette sommarie contro famigliari di dissidenti che arrivano ogni giorno. Avremmo dovuto capirlo già quando un nostro connazionale, Giulio Regeni, è stato rapito, torturato e ucciso con la connivenza del regime egiziano, che da allora non ha fatto alcun passo concreto anche solo per fornirci una spiegazione di facciata. Quale cittadino italiano può sentirsi al sicuro e tutelato dal proprio stato, se sa che il proprio paese è pronto ad abbandonare qualsiasi rivendicazione di verità e giustizia in cambio di commesse commerciali?

Quale governo straniero si sentirà frenato dal riservarci lo stesso trattamento nella malaugurata ipotesi che un episodio simile accada di nuovo?

Non è giocando a Risiko nel Mediterraneo e ammantando di realpolitik scelte che sono invece esclusivamente commerciali e che rappresentano interessi di breve periodo, che si guadagna il rispetto degli altri paesi, la fiducia dei proprio cittadini, una posizione al tavolo negoziale. Ma soprattutto, non è rafforzando militarmente una dittatura militare che si gettano le basi per la stabilità e la sicurezza nella regione. Nessuna azione è priva di conseguenze. Ricercare solamente l’interesse economico e commerciale, slegando la connessa dimensione geopolitica e di sicurezza, rischia di avere conseguenze particolarmente pericolose.


Il 22 giugno 2020 Mondodem e la Friedrich Ebert Stiftung trasmetteranno una discussione sulle tensioni nel Mediterraneo. Registratevi qui.


Annalisa Perteghella

Nata nel 1986, una laurea in lingua cinese e un dottorato sul sistema politico iraniano. Lavora come ricercatrice in un think tank, è membro della redazione scientifica dell’Atlante geopolitico Treccani, collabora con Università Cattolica e Università Bocconi, è docente del Nuovo Istituto per il Business Internazionale. Studia il sistema politico iraniano e la proiezione geopolitica del paese nella regione.

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