A poche settimane dall’accordo raggiunto tra Hamas e il governo israeliano su un “cessate il fuoco” e la riapertura di numerosi scenari per la composizione del nuovo governo israeliano, lo Stato ebraico intravede potenzialmente la fine di una delle sue fasi storico-politiche più instabili e precarie. Dopo due anni di stallo politico e quattro elezioni inconcludenti, l’impasse sembra essere giunto al termine, seppur in un clima comprensibilmente ancora molto teso e incerto, tra manifestazioni filopalestinesi in varie zone del mondo arabo – e non solo – e gli attriti ancora frequenti a Gerusalemme Est.

Dopo lunghe settimane di trattative, il lungo e divisivo regno di Benjamin Netanyahu si è ufficialmente concluso domenica 13 giugno, almeno per il momento, quando la Knesset ha accordato la fiducia al governo Bennett-Lapid, con un solo voto in più a favore: 60 contro 59, con un’astensione.

Cosa (non) cambia con il governo del cambiamento?

A partire dal giuramento, il nuovo governo vedrà Naftali Bennett come Primo Ministro e Lapid nelle vesti di Ministro degli Esteri; dopo due anni, i due si invertiranno, con Lapid al vertice e Bennett a ricoprire un ruolo chiave nel governo (o agli Esteri, o alla Difesa). Tuttavia, durante tutto l’intero periodo dell’accordo di governo, entrambi avranno una sorta di potere di veto sulle politiche da adottare, quindi anche se Bennett è nominalmente al di sopra di Lapid, quest’ultimo sarà in grado di bloccare le mosse del Primo Ministro a piacimento. Questo complesso meccanismo di condivisione del potere si rivela necessario in particolare per affrontare gli ampi disaccordi tra le due teste del governo. Più in generale, sarà un incessante lavoro di pesi e contrappesi per compensare gli squilibri di una coalizione all’interno della quale se anche un solo partito decidesse di staccarsi dalla compagine di governo, il castello di carte correrebbe seriamente il rischio di crollare, e Netanyahu, che intende rimanere come leader dell’opposizione, non si farebbe di certo scappare l’occasione per una controffensiva.

Ciononostante, nella maggior parte delle aree politiche chiave che Israele si trova ad affrontare, questo governo non sarà in grado di concordare cambiamenti significativi. Nel suo primo discorso, Bennett ha promesso di tracciare un nuovo corso volto a sanare le divisioni del Paese e ripristinare un senso di normalità. Tuttavia, basti prendere come primo esempio dell’enorme sfida cui si va incontro quella che è probabilmente la questione attuale più importante del paese: il conflitto con i palestinesi. Su questo argomento, Bennett e Lapid hanno opinioni di molto divergenti, con il primo a sostenere l’annessione di gran parte della Cisgiordania e fortemente in opposizione alla creazione di uno Stato palestinese, mentre il secondo sostiene una soluzione a due Stati negoziata con la leadership palestinese. La coalizione è ugualmente divisa, con alcune fazioni falco, come Yisrael Beiteinu, ed altre colombe, come Meretz e il partito arabo di Mansour Abbas. Quindi, è da escludersi una qualsiasi azione importante sui palestinesi in una direzione aggressiva o conciliante, la quale dividerebbe aspramente la “coalizione del cambiamento”. Il risultato più – tristemente – probabile è che finché il nuovo governo sarà al potere, il conflitto israelo-palestinese è destinato a rimanere sostanzialmente bloccato nel suo abissale status quo.

Tuttavia, nonostante non si prospettino passi in avanti sul piano internazionale con la Palestina, potrebbe esserci miglioramenti interni nello status dei cittadini palestinesi di Israele (noti anche come arabi israeliani). Il fatto stesso che uno dei leader di questo gruppo sia al governo per la prima volta è una testimonianza della crescente influenza e della crescente legittimità che gli arabi israeliani hanno nella comunità ebraica, politicamente dominante. Per mantenere Ra’am all’interno della compagine di governo, la nuova coalizione dovrà adottare politiche concrete a favore degli elettori più a lungo emarginati. Non a caso, Mansour Abbas ha già avanzato diverse richieste per finanziamenti più generosi per le infrastrutture nelle comunità arabe e la fine dei codici edilizi che svantaggiano gli arabi.

Inoltre, e forse più importante, il cambio di governo apre prospettive per un cambiamento più profondo della politica israeliana. Per 20 anni, la destra ha dominato la politica israeliana, permettendo a Netanyahu di insistere con l’occupazione della Cisgiordania e di minacciare la tenuta democratica all’interno dei confini di Israele, due tendenze strettamente correlate. Neutralizzare Netanyahu non porrà di certo fine all’occupazione, come si è detto, né fermerà del tutto l’allontanamento di Israele da alcuni ideali di democrazia. Tuttavia, con l’allontanamento di Bibi dal palcoscenico si apre le possibilità di andare oltre lo status quo politico, eliminando quell’effetto del consolidamento del potere per il quale gli elettori non possono immaginare nessun altro al governo in grado di risolvere le questioni più spinose. Un nuovo governo dimostrerebbe che c’è un’alternativa – o due, se la rotazione biennale Bennett-Lapid dovesse funzionare, giovando sicuramente alla politica e alla democrazia israeliana.

Ovviamente è anche possibile che le cose vadano diversamente e con Netanyahu fuori dai giochi, il suo partito Likud decida di unirsi ai membri di destra della coalizione e ai partiti religiosi in una coalizione di estrema destra, dando una nuova scossa al governo. Ma questa è proprio la natura del cambiamento: è imprevedibile. È difficile dire se alla fine questa nuova esperienza finirà nel bene o nel male, ma ciò che è chiaro è che finalmente sta arrivando un qualche tipo di cambiamento nella politica israeliana.


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