Il 22 giugno 2020 Mondodem e la Friedrich Ebert Stiftung trasmetteranno una discussione sulle tensioni nel Mediterraneo (Registratevi qui). In vista dell’evento vi proponiamo quattro brevi riflessioni sulla situazione nella regione e sulle scelte politiche italiane.


Su una base economico-energetica non ha più senso per l’Europa e l’Italia investire in nuove infrastrutture a gas, come gasdotti o rigassificatori. Già pre COVID quelle esistenti erano utilizzate per la metà e il nuovo gasdotto TAP contribuirà a questa eccedenza. La diversificazione delle fonti e la sicurezza degli approvvigionamenti sono già garantite secondo le valutazioni della Commissione Europea. Il calo della domanda di gas in Italia (meno 13%) e in Europa è strutturale dal 2010. Post COVID questo trend si accentuerà attraverso il Green Deal. Nei primi 5 mesi del 2020 la domanda di gas in Europa è crollata del 7%, il calo più severo registrato a livello mondiale. L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che la domanda di gas in Europa non tornerà mai più ai livelli pre-COVID grazie all’avanzata delle rinnovabili. Se aggiungiamo l’effetto dell’efficienza energetica nel ridurre i consumi di gas per il riscaldamento, si pensi all’ecobonus, e nell’industria questo trend non potrà che aumentare. Il gas del Mediterraneo perde così il troppo decantato tratto strategico e l’interesse nazionale cambia verso garantire un Green Deal anche ai paesi del Mediterraneo che più di tutti saranno colpiti dai cambiamenti climatici. L’Italia deve allora ripensare la sua politica estera in questa ottica e usare la sua diplomazia e le sue alleanze in modo strategico per influenzare le scelte di altri verso nuovi obiettivi di cooperazione che si spostano dal fossile all’energia pulita. – Luca Bergamaschi

Nel Mediterraneo è in corso ormai da qualche anno un pericoloso riarmo, che si accompagna al ritorno della politica di potenza e a un grave arretramento del multilateralismo. Non solo armare Il Cairo non tutela il nostro interesse nazionale, ma minaccia i nostri stessi obiettivi strategici: l’Egitto di al-Sisi è schierato in Libia dalla parte di Haftar, dunque su una linea contraria agli interessi di Roma.
Non è dunque un’operazione, come pure è stato detto e scritto in sua difesa, che rafforza la pace e la sicurezza nel Mediterraneo. Contribuisce semmai a rafforzare quello che nelle relazioni internazionali viene definito il dilemma della sicurezza: quella situazione che si innesca nel sistema internazionale quando gli strumenti impiegati da uno Stato per accrescere la propria sicurezza (come l’acquisto di sistemi di arma) provocano una riduzione della sicurezza di altri Stati, innescando così una spirale di insicurezza reciproca che conduce inevitabilmente al conflitto. Se l’obiettivo, armando l’Egitto, è quello di riequilibrare i rapporti di forza nei confronti di una Turchia percepita come troppo aggressiva, il risultato finale potrebbe non essere quello sperato.
Falso è anche l’assunto secondo il quale l’Egitto è partner ineludibile per la stabilizzazione della regione Mena: abbiamo fatto troppo spesso l’errore in questi anni di confondere l’autoritarismo con la stabilità, ma fino a quando ai singoli non saranno garantiti sicurezza individuale e diritti civili, qualsiasi stabilità sarà solo di facciata.
Non è dunque rafforzando militarmente una dittatura militare che si gettano le basi per la stabilità e la sicurezza nella regione. – Annalisa Perteghella

Per l’Italia la fornitura di armi a paesi del Mediterraneo non è semplicemente una scelta di carattere commerciale o occupazionale (questioni di cui non sottovaluto l’importanza). Nel Mediterraneo l’Italia ha sempre cercato di avvicinare i contendenti, favorire la pace e la stabilità. In questo momento, nel Mediterraneo si stanno fronteggiando due schieramenti, uno capeggiato dalla Turchia, l’altro dall’Egitto. In questo contesto, in cui dovremmo rafforzare la nostra presenza anche navale nel Mediterraneo, per controllare l’embargo sulle armi in Libia, per ridurre le tensioni nel Mediterraneo orientale, facciamo una cosa totalmente diversa: togliamo due navi che erano state commissionate per la nostra Marina, e le vendiamo all’Egitto. Avremmo potuto fare qualcosa si diverso per perseguire i nostri interessi strategici? Io credo di sì: avremmo potuto porre la questione della fornitura di armi in sede europea, promuovendo con la Germania una iniziativa europea per una moratoria sulla vendita di armi (molte delle quali poi finiscono per essere usate in Libia, dove noi invece ci sgoliamo per il rispetto dell’embargo). L’Italia ha già sollevato il punto sulla vendita di armi all’Egitto: lo fece Emma Bonino dopo il colpo di stato di Al Sisi nel 2013. Una volta vendute le fregate, a che titolo potremo dire ad altri paesi europei che dobbiamo favorire la pace, invece di armare gli eserciti?Non sbagliamoci: l’Egitto di Al Sisi non è l’Egitto di Mubarak. Al tempo di Mubarak, i paesi occidentali chiudevano ipocritamente gli occhi sulla repressione interna, in cambio della tutela che Mubarak prestava agli interessi occidentali nel Mediterraneo. Ora non è più così: Al Sisi impiega internamente una repressione pesantissima e al tempo stesso “si è messo in proprio” sul piano internazionale, perseguendo in modo spregiudicato i propri interessi sullo scacchiere internazionale. Infine, noi non chiamiamo più “alleato” l’Egitto da quando non ha voluto fornirci una vera assistenza e cooperazione in campo giudiziario sulla vicenda di Giulio Regeni. Alla questione Regeni si è aggiunta anche l’indisponibilità a cooperare anche per la sorte di Patrick Zaky. Questa è una questione che attiene all’interesse nazionale: per l’Italia (non per questo o quel governo) è necessario arrivare alla verità sull’assassinio e le torture subite dal giovane ricercatore italiano al Cairo nel 2016. Ne va del prestigio della nostra nazione, che non può accettare spiegazioni lacunose e di comodo. Un atto così efferato, compiuto dalle forze di sicurezza di un paese importante come l’Egitto, non può restare senza una attribuzione delle responsabilità certificata da un processo imparziale. – Lia Quartapelle

Nonostante molti osservatori continuino a usare la contrapposizione tra Iran e Arabia Saudita come principale filtro di comprensione del Medio Oriente, dal 2011 questa linea di divisione ha sempre meno significato. Per gli europei che desiderano comprendere la sponda meridionale del Mediterraneo è oggi opportuno guardare a un’altra faglia di divisione politica assai più importante, ovvero quella che contrappone alcune nazioni come gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e l’Arabia Saudita – fattisi motori della restaurazione dello status quo autoritario in Medio Oriente dopo lo shock della Primavera Araba – a protagonisti emergenti come Turchia e Qatar, che dal 2011 si sono fatti sostenitori di istanze legate all’Islam politico in vari contesti mediorientali con lo scopo di sovvertire a proprio favore gli equilibri di potenza nella regione. Entrambe queste fazioni flirtano con l’Occidente – la Turchia è membro NATO mentre EAU, Arabia Saudita, Egitto e Qatar intrattengono strette relazioni con USA e Unione Europea – ma nessuna delle due è di per sé allineata con gli obiettivi politici e gli interessi occidentali. L’Occidente, e soprattutto l’Europa, oggi continuano a dividersi, con singoli paesi che giocano da comprimari di una delle due fazioni, sostenendola nella speranza di trarne profitti economici e/o politici (come fa la Francia, vicina da anni agli EAU e sempre più propugnatrice di una politica anti-turca), oppure a giocare di sponda, cercando di mantenere aperti canali con entrambe le fazioni nella speranza, anche in questo caso, di riuscire a trarne di volta in volta benefici contingenti (come fanno, seppur in modi diversi, sia l’Italia che gli USA di Trump). Sia la prima che la seconda strategia hanno mostrato tutti i propri limiti negli ultimi anni in dossier vitali per la sicurezza energetica e politica della UE come Siria e Libia. È venuto il tempo per l’Europa di riscoprirsi la grande potenza mediterranea che è – molto più influente delle medie-piccole potenze che sono i singoli paesi europei mediterranei presi singolarmente – elaborando una sua propria strategia modellata sui suoi valori e interessi. – Eugenio Dacrema


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