Il 23 marzo 2021 Israele torna a votare. Si tratta del quarto round di elezioni in due anni.

Il 2020 e gli Accordi di Abramo hanno segnato un cambio di rotta per gli sviluppi mediorientali dando inizio ad una distensione formale tra Israele e i paesi MENA. Tuttavia, con le elezioni di marzo per la nomina dei 120 membri della Knesset, il Parlamento israeliano, si trovò per l’ennesima volta in una situazione di stallo, risolta infine con un governo di coalizione con primo ministro a rotazione: Benjamin Netanyahu, leader del partito Likud, per i primi 18 mesi e Benny Gantz per i successivi.

Nonostante l’accordo, tale rotazione non è avvenuta. Nell’autunno 2020 il ministro della Difesa Gantz annunciò la formazione di una commissione d’inchiesta governativa con il fine di far luce sull’acquisto statale plurimiliardario di sottomarini dalla tedesca Thyssenkrupp, che pare coinvolga il primo ministro in persona. Questo fu il primo segnale di rottura nel fronte di governo che raggiunse il suo apice nel novembre 2020 quando si pose una questione di vecchia data: l’approvazione della legge di bilancio 2021-2022. La coalizione non sopravvisse a tali prove, ed il 22 dicembre venne respinto il voto per evitare lo scioglimento della Knesset con 49 voti contrari e 47 a favore. Il giorno seguente il Parlamento si sciolse e furono indette nuove elezioni.

Tra i temi centrali dell’attuale campagna elettorale rientrano certamente la pandemia di Covid-19 e il processo di corruzione che coinvolge il premier uscente Netanyahu.

In gennaio 2021 Menchaem Lazar ha condotto un sondaggio per Panels Research su 522 intervistati con un margine di errore del 4,4%. I numeri indicano che potrebbe costituirsi una coalizione di governo senza Likud, Shas UTJ e la Joint List (cioè i partiti della destra radicale e ultraortodossi). Likud avrebbe 28 seggi, ma i partiti impegnati a sostenere il premier uscente non risulterebbero sufficienti per raggiungere la maggioranza parlamentare di 61 seggi.

Naftali Bennett, leader del partito Yamina non ha escluso la possibilità di schierarsi a sostegno di Netanyahu. Tuttavia, al momento, anche gli 11 seggi di Yamina non risultano sufficienti per consentire la formazione di un governo.

Tale situazione ha peraltro determinato una rinnovata attenzione verso l’elettorato arabo, tendenza che senza dubbio rompe con le dinamiche elettorali classiche del passato. La possibilità del premier uscente di ottenere una maggioranza dipenderebbe soprattutto dalla possibilità che i partiti a lui contrari non riescano a raggiungere la soglia minima per entrare nella Knesset.

Secondo recenti sondaggi, tra i partiti certi di superare la soglia dei dieci seggi nessuno è di sinistra. Israele è stato governato per anni dalla sinistra producendo leader di spicco come David Ben Gurion, Ytzak Rabin e Shimon Peres ma non indica un primo ministro da vent’anni. Una ventata d’aria fresca è stata portata alla sinistra israeliana a fine gennaio 2021 quando il Partito Laburista ha eletto il suo nuovo leader con la speranza di risollevare le sorti del partito. La nuova leader è Merav Michaeli, membro della Knesset dal 2013. La sua figura carismatica emerse esponenzialmente in occasione della sua opposizione alla scelta del Partito Laburista di entrare a far parte di un governo di coalizione con il Likud e il partito Blu e Bianco. La Michaeli fu l’unica dei deputati del suo partito a rimanere nell’opposizione e ora che ha vinto le primarie con il 77% dei voti dovrà darsi da fare per dare nuova linfa al partito guadagnando consensi, tramite una campagna elettorale efficace, in un periodo decisamente limitato.

Frattanto le proteste degli israeliani contro il premier uscente Netanyahu raggiungono la ventinovesima settimana consecutiva. Il fulcro delle proteste ruota attorno al processo che lo accusa di frode, abuso d’ufficio e corruzione, che però è stato rimandato a causa del lockdown nazionale. A questo si aggiunge anche un malcontento derivante dalla gestione della pandemia di Covid-19. Nonostante un piano economico da 25 miliardi di dollari, il più imponente della storia israeliana, gravi ripercussioni hanno colpito l’economia di Israele, che registra una diminuzione del -6% del Pil nel 2020 e un tasso di disoccupazione che si è assestato intorno al 15% a novembre, dopo aver raggiunto il picco massimo del 27% nella fase più acuta della pandemia.

Tali dinamiche hanno portato ad un indebolimento dello Stato e alla conseguente perdita di fiducia nelle istituzioni. Questa disfunzione all’interno del governo israeliano rappresenta una della più grandi minacce alla stabilità del Paese e alla sua situazione strategica. La pandemia di Covid-19 ha portato ad una crisi su più fronti, da quello sociale a quello economico e politico.

Tenendo in considerazione questi dati, difficilmente la prossima tornata elettorale produrrà un vincitore. La causa è da imputarsi alla mancata stabilità della maggioranza inserita in un contesto politico estremamente precario così come l’ascesa del nuovo partito New Hope di Gideon Sa’ar conferisce maggiore instabilità allo scenario. Inoltre, alla domanda su chi sia più adatto ad essere primo ministro tra Netanyahu e Gideon Sa’ar, il 43% ha risposto Netanyahu e il 42% Sa’ar: la differenza più piccola dall’inizio delle elezioni. L’unico punto certo al momento è l’affermazione della frammentata destra israeliana, salvo un miracolo della Michaeli. Tuttavia, la speranza più grande delle prossime elezioni del 23 marzo risiede nel superamento dello stallo attraverso vari compromessi che permettano il ritrovamento dell’armonia tra le varie fazioni.


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