A dieci anni di distanza dalla caduta del regime di Gheddafi avvenuta nel 2011 il conflitto in Libia sembra finalmente giunto ad una svolta. Incassata la fiducia all’unanimità di 132 deputati della Camera dei Rappresentanti, il nuovo governo guidato dal premier Dadaiba (che include, tra gli altri, la prima donna ministro degli Esteri Najla el-Mangoush) ha prestato giuramento lunedì 15 marzo. Questo nuovo gabinetto guiderà il paese verso le elezioni presidenziali e legislative nazionali previste per il prossimo 24 dicembre. Altra tappa fondamentale nel processo di stabilizzazione del paese avrà luogo il prossimo 22 marzo, data in cui il Parlamento libico si riunirà a Tripoli per votare il primo bilancio unificato dal 2014. Questi ultimi sviluppi vanno letti positivamente, nonostante il paese rimanga pericolosamente esposto ad un’elevata frammentazione politica, con il generale Haftar che per primo non vede con soddisfazione il nuovo corso istituzionale intrapreso dalla Libia.

Oltre alle divisioni sul piano politico, la pacificazione definitiva del paese nordafricano risente anche dell’attuale situazione militare. Ciò che deve preoccupare maggiormente i governi occidentali è la presenza sempre più radicata di Turchia e Russia, prevalentemente attraverso truppe mercenarie e milizie tribali. Secondo le Nazioni Unite a dicembre 2020 le unità di combattenti straniere presenti sul territorio libico erano circa 20.000 e l’ultimatum per un ritiro, previsto il 23 gennaio nel quadro di accordi tra il GNA di al-Serraj ed il LNA di Haftar, è rimasto di fatto inosservato. Ad oggi la situazione sul campo appare sempre più cristallizzata, con nessuno dei contendenti che sembra disposto a rinunciare alle posizioni sinora conquistate.

Da una parte vi sono i militari turchi, inviati da Ankara nel gennaio 2020 a sostegno di al-Serraj assieme a circa 5-6.000 mercenari siriani e concentrati in alcune località dell’Ovest del paese. Il dispositivo turco fa perno su un triangolo costituito dalla città di Tripoli, il porto di Khoms dove stazionano unità navali e la base aerea di al-Watiya, che è diventata lo snodo principale per i rifornimenti dell’Aeronautica turca. Lo scorso agosto la Turchia ha inoltre firmato con il Qatar un protocollo per la creazione di un centro di addestramento militare. Sull’altro fronte invece si registra la presenza di circa 2-3.000 mercenari russi della società Wagner, inviati in Libia a supporto del generale Haftar, posizionatisi intorno alla città di Sirte. Questi, sostenuti dai caccia MiG e dai sistemi antiaerei Pantsir forniti da Mosca, operano principalmente nella Libia orientale e meridionale. Il sistema difensivo russo è costruito attorno ad una trincea tra Sirte e Jufra lunga oltre 70 chilometri e dotata di più di 30 postazioni fortificate. I mercenari russi hanno anche accelerato i lavori di espansione delle basi aeree di Jufra e Brak al-Shati. Questa posizione strategica consente loro di mantenere non solo una certa pressione sui territori a Ovest ma anche il controllo del bacino petrolifero di Sirte. Non va infine sottovalutato il loro radicamento a Sidra e Ras Lanuf, nonchè nella regione meridionale libica, tra il campo petrolifero di Sharara, Ghat e al-Wigh.

Tutto questo accade di fronte alle coste della Sicilia, strategiche per il fianco sud della NATO. Sarebbe forse utile per l’Italia valutare la possibilità di proporre l’apertura di un tavolo internazionale per l’istituzione di una forza di interposizione, magari a guida USA, sotto l’egida dell’ONU, con ‘boots on the ground’ sul suolo libico. L’Italia dovrebbe quindi farsi promotrice di una coalizione militare internazionale presso il Segretario di Stato Anthony Blinken ed il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Jake Sullivan.

A livello diplomatico sarebbe invece fondamentale da un lato pressare gli Emirati, principali sostenitori di Haftar assieme all’Egitto ad interrompere i pagamenti verso la Russia, costringendo così la Wagner ad abbandonare il terreno, dall’altro cercare una sponda da parte del Qatar per esercitare una ‘moral suasion’ sulla Turchia affinché questa proceda alla rimozione dei propri militari e dei miliziani siriani operativi al fianco del GNA;

Sarebbe altresì utile promuovere una iniziativa internazionale per rilanciare la produzione di petrolio libico. La produzione petrolifera in Libia, prima nazione in Africa per riserve stimate, è crollata dai 1,2 milioni di barili al giorno di inizio 2020 ai 100 mila barili circa, in conseguenza del blocco dei terminal di esportazione e lo stop ai giacimenti attuato da Haftar il 17 gennaio (alla vigilia della Conferenza di Berlino) per mezzo delle tribù a lui fedeli. L’Italia e l’Unione Europea dovrebbero quindi convocare quanto prima un tavolo europeo dei Ministri, competenti in materia energetica, dei paesi che operano con proprie compagnie in Libia (la spagnola Repsol, la francese Total, l’austriaca OMV e la norvegese Statoil), al fine di garantire la piena sicurezza e continuità delle attività estrattive della National Oil Corporation di Tripoli.

Infine, un rapporto redatto dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu afferma chiaramente che da ottobre 2019 a gennaio 2021 l’embargo sul traffico di armi si è dimostrato totalmente inefficace. Si renderebbe quindi necessaria una revisione dell’operazione IRINI, diretta dall’Ammiraglio Agostini, sul piano degli assetti, su quello operativo (numero di ore di volo disponibili?) e sulle regole di ingaggio (le ispezioni delle navi). Un’altra possibilità potrebbe essere infine quella di aprire un dialogo tra IRINI e AfriCom, il Comando del Pentagono per l’Africa. Uno scambio informativo tra questi due attori migliorerebbe ancor più l’efficienza operativa di IRINI e andrebbe a rafforzare la presenza europea nel quadrante nordafricano.


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