I Verdi faranno quasi certamente parte del prossimo governo tedesco. Le loro difficoltà nel formulare una politica su Russia e Europa dell’Est riflettono le fratture da superare prima delle elezioni del 2021.

Esiste un famoso adagio fra i cremlinologi di ogni epoca: “La Russia è giunta a un punto in cui le cose possono andare estremamente bene o estremamente male”. Il referendum costituzionale, l’avvelenamento di Navalny, le proteste a Khabarovsk e Minsk confermano che l’Europa non può rinunciare a una strategia coesa e globale nei confronti del vicinato orientale. Il prezzo della disattenzione è non saper cogliere le improvvise occasioni che ci si presentano, nel bene e nel male, nel vicinato eurasiatico.

Anche per questo vale la pena guardare più da vicino la politica russa ed orientale dei Grünen/Bündnis 90, i Verdi tedeschi. La crescita astronomica nei sondaggi rende la sua partecipazione al prossimo governo una certezza quasi aritmetica, in coalizione con la CDU post-merkeliana o in un inedito formato di centro-sinistra con SPD e Linke. In ogni caso, il ritorno dei Verdi al potere sarebbe tutt’altro che un segnale di discontinuità nella politica estera tedesca. Un partito da sempre caratterizzato da una forte coscienza internazionale, i Verdi affondano le proprie radici nel movimento pacifista e le proteste antinucleari degli anni 70-80. Questa genesi pacifista è ciò che ha permesso ai suoi esponenti più centristi, fra cui famosamente l’ex ministro degli Esteri Joschka Fischer, di intraprendere una politica estera più “robusta” su temi quali missioni all’estero e rapporti con la NATO nel nome dei diritti umani. Non è un caso che il primo dispiegamento dell’esercito tedesco dalla Seconda Guerra Mondiale, l’intervento in Kosovo nel 1999, sia stato determinato proprio durante l’ultima esperienza di governo dei Verdi, per anni la formazione più di sinistra e intransigente in parlamento.

Queste aperture al centro, riconfermate con l’elezione di Robert Habeck e Annalena Baerbock alla segreteria nel 2018, non sono state senza polemiche. Già alla vigilia dell’intervento della Luftwaffe in Kosovo, Fischer fu bersagliato dagli attivisti con sacchetti di vernice, un’immagine che fino ad oggi simboleggia plasticamente le divergenze ideologiche fra base e leadership. La frattura fra sinistra e “realisti”, come si autodefiniscono i moderati verdi, è particolarmente deleteria nella politica orientale del partito. Se su temi come la Bundeswehr anche la sinistra Verde può argomentare le proprie tesi appoggiandosi a navigati specialisti, l’expertise su Russia ed Europa dell’Est si concentra quasi esclusivamente fra i realisti, su tutti il portavoce per la politica orientale Manuel Sarrazin, particolarmente ferrato su Polonia, o Marieluise Beck, fondatrice del “Centro per la Modernità Liberale” (LibMod). In passato tale squilibrio ha avuto gravi ripercussioni sul dibattito interno, soprattutto durante i lavori dei BAG, i gruppi di lavoro tematici aperti ai membri e per lo più retti dalla sinistra del partito. Dal 2015, fra leadership e BAG si consuma uno scontro latente sul conflitto ucraino, con una parte della base decisa a precludere qualsiasi velleità di intervento diretto o indiretto in supporto all’Ucraina. L’opposizione della sinistra Verde a qualsiasi confronto con la Russia ha complicato la linea di “solidarietà critica” verso Kyiv, esercitata soprattutto tramite pressioni riservate e imperniata su un severo confronto su diritti civili e ambientalismo. Alla radice di questo conflitto vi è soprattutto una tendenza più ampia della sinistra, non solo tedesca, di leggere gli eventi in Europa dell’Est esclusivamente attraverso una lente antiamericana e antiatlantica, un vizio eletto a ragion di stato dalla Linke e condiviso anche dal SPD.

Proprio per questo esistono diversi tentativi di rammendare lo strappo nel tessuto politico del partito. Diversi esponenti Verdi con cui ho avuto occasione di discutere ripongono moderate speranze che nuovi gruppi di lavoro tematici, pur ancora in stato embrionale, permetteranno ai parlamentari verdi di ritrovare un dialogo con la base. La prospettiva di governo è senz’altro un forte incentivo per arrivare alle prossime elezioni uniti e pronti per dure consultazioni. Vi è però anche la volontà di capitalizzare sull’oggettiva capacità dei Verdi di posizionarsi con largo anticipo su temi umanitari. I Verdi sono stati fra i primi, nel 2012, a tematizzare i diritti civili in Ucraina come caposaldo della propria politica estera. L’ambientalismo rappresenta anche un utile veicolo di mobilitazione popolare in Russia, un paese martoriato da disastri ecologici che uniscono opposizione anti-Putin e cittadini “apolitici”. Su questo fronte assisteremo sicuramente ad un ampliamento delle attività della Heinrich-Böll-Stiftung, la fondazione di partito attiva in numerosi paesi dell’est europeo.

Se si dovesse materializzare lo tsunami di voti previsto per il 2021, i Verdi avrebbero a disposizione molti più fondi per ampliare ulteriormente il proprio respiro politico, ancora piuttosto scarso anche sul fronte delle consultazioni internazionali. Dove l’SPD e la sua Friedrich-Ebert-Stiftung possono infatti provare a costruire una Ostpolitik condivisa con polacchi, francesi e nordici, la politica Verde è ancora per lo più dettata dall’interesse e contatti di singoli esponenti. Questo è forse inevitabile per un partito di opposizione, soprattutto per un sistema che a differenza di quello italiano a tende dividere in maniera rigorosa le responsabilità della maggioranza e delle opposizioni nei lavori dell’aula. Ma tutto ciò potrebbe presto cambiare, rafforzando con mezzi e denaro un partito già ricco di capitale umano.


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