Dopo le elezioni presidenziali dello scorso novembre, una delle prime nomine del neoeletto Presidente Joe Biden è stata quella di Avril Haines, per il ruolo di Direttrice dell’Intelligence Nazionale (DNI), l’entità federativa che racchiude e coordina le 16 agenzie di intelligence americane. Il 19 gennaio scorso, durante le audizioni in Senato per confermare le nomine presidenziali (tra cui quella di Antony Blinken, Segretario di Stato e Lloyd Austin, Segretario della Difesa), con 84 voti favorevoli e 10 contrari anche Avril Haines è stata ufficialmente confermata al vertice dell’Intelligence Community americana, sostituendo l’alfiere trumpiano John Ratcliffe, e diventando la prima donna nella storia americana a ricoprire quel ruolo.

Haines, già ex vicedirettrice della Central Intelligence Agency (CIA) nell’amministrazione Obama, ha affermato davanti al Senato che una delle sue priorità sarà quella di ripristinare la centralità del ruolo di Direttore dell’Intelligence Nazionale soprattutto come provider di fonti informative essenziali per la sicurezza nazionale. Per far sì che ciò possa tornare ad accadere, e per salvaguardare l’integrità dell’intelligence community americana – messa a dura prova dalla caotica presidenza Trump – Haines sostiene che “il DNI deve insistere sul fatto che, quando si tratta di intelligence, semplicemente non c’è posto per la politica.” Haines si riferisce con ogni probabilità agli attacchi subiti dall’intelligence dall’ex presidente Donald Trump, che aveva accusato il deep state di trame oscure, soprattutto sul dossier Russia o sull’impeachment. E poi lo stillicidio di licenziamenti, uno dopo l’altro, di funzionari del comparto sgraditi e non allineati che hanno contributo a rendere estremamente fragile il rapporto tra l’amministrazione presidenziale e la comunità di intelligence.

A evidenziare ulteriormente questa burrascosa relazione si sono sommate le parole di Dan Coats, il primo dei quattro Direttori dell’Intelligence Nazionale nominati da Trump, che durante l’audizione ha espresso il suo sostegno alla nomina di Haines, evidenziando la necessità di ripristinare la fiducia nel lavoro dell’intelligence e di tornare ad essere provider di informazioni non politicizzate, per il bene della sicurezza del popolo americano. Anche Mark Verner, senatore democratico della Virginia ora a capo del Comitato ristretto per l’intelligence, organismo del Congresso che ha il compito di “controllare” le attività dei servizi segreti, ha affermato che il compito maggiore di Haines sarà quello di restituire dignità e professionalità ai professionisti dell’intelligence, diffamati e bistrattati da un Presidente che ha deliberatamente ignorato, sottostimato e ridicolizzato il patrimonio di dati, analisi e conoscenze della intelligence community americana.

Il messaggio lanciato da Haines, e indirettamente dall’amministrazione Biden, dunque è chiaro: la politica di palazzo stia lontana dalle questioni legate all’intelligence e alla sicurezza nazionale. La stoccata di Haines giunge in un momento particolarmente denso di sfide per gli Stati Uniti: sul tavolo sono numerosi i dossier aperti. Dalla Cina – per contrastare la quale Haines ha affermato di “sostenere una posizione aggressiva, in un certo senso”, all’Iran, dalla Russia all’Arabia Saudita, tra gli altri.

L’occasione che si presenta alla Haines, dopo gli anni turbolenti di Trump, è di (ri)mettere ordine nell’intelligence community e (ri)accende un dibattito latente anche nel nostro Paese: quello riguardante le ingerenze della politica nelle questioni legate alla sicurezza nazionale. La narrativa

attorno al nostro comparto intelligence e alla sua attività viene obiettivamente influenzata e distorta da episodi di cronaca legati a beghe politiche o a nomine ai vertici. Ciò è accaduto per esempio durante il dibattito sulla nomina dell’Autorità Delegata sotto il governo Conte II o sullo stallo politico in cui versa il COPASIR – il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica – da settimane in balía di una battaglia politica che ne sta compromettendo i lavori. Il sostegno bipartisan ricevuto da Haines, oltre a dimostrare una sostanziale convergenza di democratici e repubblicani su alcune questioni “chiave” per la politica estera e di sicurezza americana, conferma la volontà della politica americana di garantire ai suoi cittadini la tutela dell’interesse nazionale. Mantenere la bussola sui dossier chiave, nonostante i cambi di passo delle amministrazioni, dimostra l’esistenza di una “grand strategy” che difetta per esempio – con le dovute distanze e i limiti del caso – all’Italia. Il caos attorno al COPASIR e la disattenzione della politica ai dossier individuati dai professionisti del nostro comparto intelligence ne sono un fulgido esempio. Non prestare la dovuta attenzione ai temi sollevati dal DIS – attraverso le sue informative o la Relazione annuale al Parlamento – potrebbe rivelarsi un errore fatale in un momento particolarmente convulso a livello internazionale, in cui il riposizionamento di alcuni attori, l’assertività di altri e i mutamenti degli equilibri di potere sono ormai sfide quotidiane al sistema di governance multilaterale globale. In un mondo che produce più informazioni di quelle che i decision-makers possono immagazzinare e utilizzare, il lavoro dell’intelligence di raccolta e selezione di fonti informative utili diventa una priorità assoluta per ogni agenda politica. Ignorare ciò e ingolfare uno dei nodi del comparto – come il COPASIR o l’Autorità Delegata – per opportunità politiche significa deliberatamente rinunciare a valorizzare e utilizzare al meglio le potenzialità dei professionisti dell’intelligence italiana. Il cambio di rotta dei dem americani riguardo alle questioni relative alla sicurezza nazionale riflette la crescente centralità assunta dall’intelligence nell’individuazione delle minacce alla stabilità e per la sua funzione di prevenzione rispetto ad una serie di crisi economiche, sanitarie, politiche, sociali, ambientali e militari che possono minare la stabilità dell’architettura costituzionale degli Stati Uniti. Una consapevolezza questa, non ancora concretamente assimilata dall’Italia, che pur possedendo uno dei migliori comparti di intelligence a livello internazionale, non riesce a sottrarlo a dinamiche politiche spesso controproducenti. Ciò non deve condurre a pensare alla possibilità per il comparto di potersi smarcare dal controllo parlamentare a cui deve essere sottoposto il suo operato – sia negli Stati Uniti che in Italia – ma alla possibilità di sfruttare la congiuntura storica per cominciare a discutere apertamente dell’interesse nazionale coinvolgendo l’opinione pubblica. In questo senso, il ruolo dei partiti politici dovrà essere centrale: è giunto il momento di aprire un dibattito serio e profondo sul concetto di sicurezza nazionale, che parta dal COPASIR, che trovi una sponda in Parlamento e che riesca a entrare nel dibattito pubblico, coinvolgendo gli attori della società̀ e i cittadini. Discutere di sicurezza in questo senso potrebbe servire a definire meglio chi debbano essere i soggetti da supportare attraverso l’azione del Comparto e al contempo aprire il dibattito sulle missioni, le funzioni e l’organizzazione degli apparati per adeguarli al nostro presente, con uno sguardo rivolto al futuro. L’importanza del COPASIR – che non possiamo permettere di bloccare per questioni politiche – riflette la centralità̀ assunta dei nostri servizi segreti nel nostro ordinamento come pilastro e avamposto per l’individuazione e la prevenzione delle minacce che possono mettere in serio pericolo la vita di milioni di cittadini e la tenuta democratica del nostro Paese. Nonostante si stia affermando come un’attività fondamentale, l’inquadramento scientifico dell’intelligence è spesso ancora incerto. Ciò che è fino ad ora mancato in Italia, a differenza di ciò che accade negli Stati Uniti è stata la volontà di inserirla a pieno titolo nel dibattito culturale e politico del nostro, diradando ombre del passato e pregiudizi. Le profonde

incertezze di questo tempo richiedono un crescente bisogno di sicurezza, a livello individuale e collettivo. Proprio l’intelligence può fornire nuove categorie di interpretazione della realtà utili a comprendere il presente e a prevedere l’avvenire.

La capacità di visione dell’intelligence community americana è testimoniata anche dai numerosi briefing e report di ampio respiro, come il Global Trends, prodotto dal National Intelligence Council allo scopo di valutare i driver critici e gli scenari globali con un orizzonte approssimativo di circa 15 anni. L’edizione rilasciata nel gennaio 2017, “Global Trends 2035: Paradox of Progress”, aveva addirittura “previsto” una potenziale catastrofe pandemica e la conseguente crisi economica. L’ultimo lavoro del National Intelligence Council è il rapporto “Global Trends 2040: A More Contested World”, che pone tra le minacce primarie il cambiamento climatico, l’utilizzo malevolo della tecnologia, future pandemie e crisi finanziare. Il New York Times ha affermato che non ricorda un report più cupo di questo. Secondo il rapporto gli sforzi per contenere e gestire la pandemia, dall’inizio del 2020 hanno rafforzato le tendenze nazionaliste a livello globale, fornendo il terreno di coltura a istanze pericolosamente polarizzate, che contribuiscono dunque a tinteggiare un mondo prossimo futuro dai toni scuri e cupi. Questo è solo uno dei molteplici motivi per cui il patrimonio di dati, informazioni e analisi fornite dai professionisti dell’intelligence non possono essere presi sottogamba o accatastati in attesa che la politica faccia il suo gioco. La posta in gioco è la sicurezza di milioni di cittadini, ed è sotto questa luce che bisogna leggere la dichiarazione di Haines al Senato, sperando che il nostro Paese colga lo stesso prezioso consiglio.


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