Un lockdown durato sette mesi, un debito da rinegoziare e la morte – improvvisa – del dio Maradona, ma anche la patrimoniale per finanziare le spese Covid e la legalizzazione – storica – dell’aborto.

Quello appena trascorso è stato un anno difficile per l’Argentina, l’anno che – prima che l’inaspettata pandemia toccasse anche il paese – doveva rappresentare la rinascita dopo le elezioni vinte da Alberto Fernandez e il ritorno del kirchnerismo al potere, grazie anche vicepresidenza di Cristina Fernandez De Kirchner, ancora popolarissima e molto influente nel paese.

Dopo il mandato di Mauricio Macrì, il ritorno del peronismo di sinistra alla Casa Rosada apriva spiragli nella patria del primo populismo moderno, ma anche nel paese sudamericano – come ovunque nel mondo – il ciclone Covid-19 ha rovesciato le agende politiche, dettato altre priorità e messo il governo davanti a numeri spaventosi.

Il Covid e l’aumento della povertà

L’Argentina – che al momento conta circa 45 mila vittime e quasi 2 milioni di contagiati su una popolazione di 45 milioni di abitanti – appare uno dei paesi più colpiti a mondo e può rivendicare un triste primato che riguarda il lockdown, durato sette mesi, da marzo a novembre. Il più lungo del mondo.

Lockdown che ha aggravato una condizione economico-sociale già precaria all’insediamento dei Fernandez, negli ultimi mesi sfociata nel dramma e nell’incertezza per il futuro: si stima che la povertà tra gli argentini abbia raggiunto il 44 % , una pericolosa regressione per il paese che aveva ridotto l’indigenza negli anni di presidenza dei coniugi Kirchner (Nestor e in seguito i due mandati di sua moglie Cristina, attuale vicepresidente) merito delle politiche socialiste dei presidenti peronisti, ossia un’agenda di governo basata su nazionalizzazioni ed elargizione di sussidi che, indubbiamente, ha ottenuto risultati importanti su lotta alla fame e all’alfabetizzazione delle aree più povere del paese.

Fame che è tornata ad attanagliare soprattutto i segmenti più fragili della società, tra cui i bambini che vivono nelle periferie delle grandi città, con 6 su 10 che hanno difficoltà a sfamarsi.

Eppure, all’inizio dell’emergenza sanitaria, a marzo, si prevedeva che il paese reggesse meglio dei suoi vicini della regione, grazie alle decisioni – dure – intraprese dal presidente Alberto Fernandez, intenzionato a mettere la salute pubblica davanti all’economia.

Ma purtroppo il lockdown durato sette mesi, non ha ottenuto i risultati sperati in termini di salvaguardia di vite umane ed ha, innegabilmente, affondato il paese in una crisi economica che già scontava errori del passato e la spada di Damocle del debito – ammontante a 44 miliardi di dollari – con il Fondo Monetario Internazionale.

La scorsa estate è stato raggiunto un’ accordo con tre dei grandi creditori per la ristrutturazione di 67 miliardi di debito pubblico grazie a cui è stato evitato l’ennesimo default per il paese.

Ma la situazione della Repubblica Argentina continua a essere compromessa, con un’inflazione che raggiunge il 50% e un calo di gradimento del governo – nonostante la popolarità indiscutibile – di Cristina Kirchner.

Tassa patrimoniale e legge sull’aborto

Governo che – tuttavia – non ha paura di portare avanti provvedimenti forti quali la legalizzazione – storica dell’aborto e l’imposizione di una tassa patrimoniale per finanziare le spese Covid.

Il provvedimento, molto discusso da chi teme un’ulteriore fuga di investitori dal paese, colpirà i patrimoni più ricchi (sopra a 200 milioni di pesos, equivalente a 2 milioni di euro) e servirà a coprire le spese mediche, i contributi alle imprese e le borse di studio agli studenti.

Una decisione che ha trovato la coalizione Frente de todos che appoggia il governo, compatta nell’approvazione di questa patrimoniale che colpirà lo 0,8% degli argentini.

Coalizione peronista coesa e granitica anche davanti al provvedimento in grado di caratterizzare la presidenza dei Fernandez, la legge attesa dal paese da decenni e che Alberto Fernandez aveva inserito nel suo programma elettorale.

Parliamo della legge sull’interruzione di gravidanza, vietata nel paese dal 1921, che lo rendeva possibile solo nei casi di violenza sessuale e rischio di vita per la madre. Questa volta, a differenza del 2018 quando la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza era stata approvata dalla camera e bocciata dal senato, entrambe le camere hanno votato la legge e dallo scorso dicembre il paese ha compiuto un deciso passo avanti sulla strada dei diritti sociali e della libertà di scelta delle donne.

La volontà politica è stata determinante. Il presidente Alberto Fernandez è riuscito a ottenere l’appoggio del Parlamento e a portare avanti un punto programmatico importante del suo programma elettorale, nonostante in Argentina l’influenza della chiesa cattolica sia ancora molto forte, a prescindere dalla nazionalità dell’attuale pontefice.

La legge da un lato potrebbe incrinare il rapporto – ottimo fino ad ora – tra il presidente e papa Bergoglio, dall’altro incitare anche gli altri Stati sudamericani che ancora non consentono l’interruzione legale di gravidanza a imitare l’Argentina, magari sulla spinta dei movimenti femministi ispirati dai fazzoletti verdi.

Questa conquista di civiltà è l’unico barlume di luce che ha attraversa il cielo argentino in un periodo di forti incertezze e paure, dal Covid alla piaga del debito e della povertà che funestano la vita degli argentini e il loro futuro.


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