La speranza ha battuto la paura. Con queste parole affidate a un tweet, Gabriel Boric ha salutato la sua vittoria al ballottaggio delle presidenziali in Cile del 19 dicembre. Più che una vittoria, un trionfo a guardare i numeri, nonostante alla vigilia i due sfidanti fossero vicinissimi.

35 anni, ex leader studentesco, esponente di sinistra candidato della coalizione Apruebo Dignidad  Boric vince con il 56% dei voti, staccando il candidato di destra – nostalgico di Pinochet –  Antonio Kast, fermo al 44%.

Per il presidente eletto che si insedierà nel palazzo presidenziale de La Moneda il prossimo marzo, prioritari saranno i diritti sociali con il potenziamento del welfare e il cambiamento climatico.

Nel suo primo discorso da vincitore, il più giovane presidente cileno della storia ha pronunciato alcune parole in mapuche, lingua dei cileni del sud e ha rimarcato la necessità di dare via a una nuova stagione che metta al centro democrazia e giustizia sociale.

Il lavoro che attende il presidente non sarà facile. Pesano sul paese gli effetti economici della pandemia nonché la difficile situazione politica che consegna al presidente un parlamento cileno paralizzato, con Boric che dovrà perennemente mediare per portare avanti la sua agenda di riforme.

Polarizzazione è stato il mantra di queste elezioni, con un ballottaggio che ha escluso i partiti di centrodestra e centrosinistra che hanno governato la Transizione negli ultimi trent’anni e la sfida tra un’esponente di destra, ultraconservatore e la sinistra di Boric.

Adesso, il Cile può davvero voltare pagina e chiudere il periodo della Transizione – durato 30 anni – e le ferite della dittatura, mentre si scrive una nuova Costituzione e con le bandiere del progressismo che tornano a sventolare 50 anni dopo l’amatissimo presidente Salvador Allende, con la canzone simbolo di quel periodo “El pueblo unido jamas serà vencido” che torna a risuonare nelle strade del paese.

Un voto per il futuro, per il paese che ha sempre trainato l’economia sudamericana ma che non ha mai incrociato a pieno l’onda rosa socialista che dai primi anni ‘2000 ha cambiato il continente.

Morales, Chavez e Maduro, Lula, Kirchner,  carismatici leader progressisti sudamericani – alcuni dei quali ancora in campo o pronti a ricandidarsi come il brasiliano Lula – leadership e modelli economici a cui i rispettivi popoli continuano a guardare e che non hanno eredi politici.

Diverso per il Cile, e per la sua economia che è sempre stata la più forte del Sud America.

A Santiago del Cile gli ultimi trent’anni hanno visto l’alternanza di due forze, Chile vamos e Concertation con 2 presidenti che si sono alternati negli ultimi quindici anni, Sebastian Pinera – attuale presidente – e Michele Bachelet, esponente di spicco del progressismo cileno ma di cui la sinistra di Boric ha molto poco in comune.

E il trionfo di Gabriel Boric, è il trionfo di una sinistra che non si era mai imposta come ora negli ultimi anni e farà del presidente eletto il più a sinistra dai tempi del socialismo di Allende.

E la sua, sarà un’agenda progressista, con un programma di governo incentrato sulla lotta alle disuguaglianze –miccia delle rivolte del 2019 e accentuate dopo due anni di pandemia – diritto all’acqua e rispetto dei diritti umani.

Ma il primo obiettivo di Gabriel Boric sarà quello di spazzare via gli ultimi retaggi della dittatura, cancellando il modello economico neoliberista ereditato da Pinochet, tra cui il sistema pensionistico privato.

Che il Cile volesse lasciarsi alle spalle ogni riferimento politico e culturale della dittatura era già chiaro dagli esisti del referendum costituzionale per cambiare la costituzione ereditata dal periodo della Dittatura. Attualmente l’Assemblea costituente sta lavorando per scrivere la nuova costituzione dei cileni, depurata da ogni riferimento a quel doloroso periodo.

E che per il Cile fosse giunto il tempo di rimarginare le ferite della dittatura e guardare al futuro, lo si era capito anche dal giorno prima del ballottaggio.

Il caso, o per chi ci crede, il destino, ha voluto che sabato morisse – a 99 anni – Lucia Hiriart, la vedova di Augusto Pinochet. La Dictadora, per alcuni, più feroce del marito e colei che lo spinse al Golpe.

Adesso, per il Cile e i cileni, la Transizione può dirsi davvero conclusa.


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