Sotto l’ampio ombrello delle politiche ambientali convivono le risposte, talvolta in conflitto tra loro, a una lunga serie di problematiche complesse e spesso prive di una soluzione immediata: inquinamento, approvvigionamento energetico, sfruttamento delle risorse non rinnovabili, riscaldamento globale e cambiamento climatico, deforestazione, distruzione degli ecosistemi e perdita di biodiversità, emissione di gas serra, smaltimento dei rifiuti, pratiche agricole non sostenibili.

Incastrati tra disinformazione negazionista, interessi contrastanti, l’intrinseca transnazionalità della questione, e soluzioni che richiedono un ripensamento radicale dei sistemi su cui si basa gran parte dell’economia contemporanea, nessun governo può riuscire da solo ad invertire le tendenze più distruttive. Il fatto che gli Stati Uniti stiano tornando ad interessarsene con uno slancio senza precedenti sotto l’amministrazione Biden offre la possibilità di osservare le risposte individuate dal Partito Democratico in un Paese che, da solo, contribuisce al 14,5% delle emissioni globali di CO2. “Firmo oggi un ordine esecutivo per potenziare l’ambizioso piano della nostra amministrazione per affrontare la minaccia esistenziale del cambiamento climatico”, ha affermato Joe Biden il 27 gennaio, a pochi giorni dal suo arrivo alla Casa Bianca. “Ed è davvero una minaccia esistenziale”.

Una rinnovata sensibilità

La dichiarazione è stata subito seguita da alcune azioni concrete: il presidente ha posto una moratoria temporanea dell’attività petrolifera e del gas nell’Arctic National Wildlife Refuge e ha annullato i piani per l’espansione dell’oleodotto Keystone XL, che avrebbe consegnato centinaia di migliaia di barili di petrolio al giorno dal Canada agli Stati Uniti. Benché alcune figure rilevanti del partito – tra cui Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, ma anche il Majority Leader del Senato Chuck Schumer – stiano cercando di spingere il governo a fare un ulteriore passo dichiarando l’emergenza climatica, Biden sta già dimostrando una sensibilità alla questione ambientale molto superiore a quella dei suoi recenti predecessori. Fosse anche solo perché Donald Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall’Accordo sul Clima di Parigi (e negato più volte di credere nel cambiamento climatico), ma anche le politiche dall’amministrazione Obama per ridurre l’impatto delle attività umane su clima e ambiente si sono rivelate a dir poco insufficienti.

A prescindere dai precedenti, è indubbio che la crescente urgenza del tema – incalzata dal celebre rapporto pubblicato dalle Nazioni Unite nell’ottobre 2018, che esortava i leader mondiali ad impegnarsi di più per limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi celsius rispetto ai livelli preindustriali – abbia spinto il Partito democratico statunitense a sostenere posizioni più nette riguardo il cambiamento climatico, assieme a considerazioni elettorali. Ma non mancano le motivazioni economiche: i costi sempre più bassi delle energie rinnovabili le rendono più facili da sostenere per allontanarsi dai combustibili fossili, e se il cambiamento climatico dovesse continuare a questo passo, solo i disastri naturali costerebbero al Paese quasi il 2% del PIL ogni anno. Inoltre, come viene fatto notare da anni al Department of Defense, le conseguenze del cambiamento climatico stanno già agendo come “moltiplicatori di rischio” nel contesto globale.

La strada verso l’ambiente passa per il lavoro

La lente principale attraverso cui i Democratici hanno deciso di approcciare questa gigantesca questione, prima attraverso la piattaforma del Partito democratico in vista delle elezioni del 2020, poi nelle politiche ambientali finora annunciate da Biden, è stata quella dell’economia e del lavoro. “I democratici credono che il cambiamento climatico rappresenti una minaccia reale e urgente per la nostra economia, la nostra sicurezza nazionale e la salute e il futuro dei nostri bambini, e che gli americani meritino i posti di lavoro e la sicurezza che derivano dal diventare la superpotenza dell’energia pulita del 21esimo secolo”, dice il sito del Partito. La priorità è stata sottolineata anche nell’annunciare le iniziative dell’amministrazione in seguito al Summit virtuale sul clima, il 22 e 23 aprile. Nel riassumere la prima giornata del Summit, la Casa Bianca ha rimarcato “l’impegno dell’America nel guidare una rivoluzione dell’energia pulita e creare posti di lavoro sindacalizzati e ben retribuiti, consci del fatto che i paesi che intraprendono un’azione decisiva ora ne raccoglieranno i benefici economici in futuro”.

Dal punto di vista pratico, queste iniziative riflettono uno “whole-of-government approach”, impegnando la maggior parte dei ministeri e delle agenzie governative a livello federale, statale e locale in modo da valutare e considerare l’impatto ambientale delle politiche statunitensi, in casa e all’estero. Questo implica sia la creazione di un grande numero di nuovi forum, associazioni, fondi e partnership per lavorare in concerto con organizzazioni e governi stranieri – il che coincide, tra l’altro, con l’approccio di Biden alla politica estera – sia un approccio più energico alla regolamentazione di settori particolarmente inquinanti, da sostituire con soluzioni più sostenibili: a varie agenzie si chiede, ad esempio, di calcolare le esternalità ambientali nell’allocare fondi federali.

Tra le varie proposte spiccano l’intenzione di “rivitalizzare” il settore dei trasporti puntando su opzioni a basse emissioni, un piano per quadruplicare i finanziamenti per l’innovazione nell’energia pulita nei prossimi quattro anni e la volontà di promuovere lo sviluppo e la diffusione di tecnologie pulite, ad esempio nel settore del carburante per aviazione. Molte delle proposte si sommano all’American Jobs Plan da 2mila miliardi di dollari presentato in marzo, che punta a ridurre drasticamente le emissioni legate alla produzione di elettricità entro il 2035.

Il piano di Biden incorpora, tra l’altro, molti spunti dal Green New Deal, il pacchetto di riforme economiche e sociali incentrate sul cambiamento climatico e le disuguaglianze economiche e sociali proposto per la prima volta da Ed Markey ed Alexandria Ocasio-Cortez nel 2018. Il piano si era arenato al Senato, come potrebbe tra l’altro accadere anche per il piano di Biden, considerata la

maggioranza risicata dei democratici e la possibilità di ricorrere al famigerato filibuster da parte della minoranza. Proprio come nel GND, il piano di Biden intende contrastare il cambiamento climatico adottando fonti energetiche rinnovabili e più pulite, ma pone come termine per raggiungere le zero emissioni il 2050. Inoltre, prende in prestito l’idea di lanciare dei Climate Conservation Corps che proteggano l’ambiente e di investire nella formazione di nuova forza lavoro che possegga le competenze necessarie per svolgere i “lavori verdi” del futuro. Ocasio-Cortez si è detta felice del fatto che il lavoro portato avanti da lei, Markey e gli attivisti per il clima negli ultimi anni sia alla base del nuovo piano, anche se “siamo ad un ordine di grandezza molto inferiore a quello necessario” e “la portata di ciò che deve accadere in termini di occupazione e creazione di posti di lavoro, in termini di portata degli investimenti e di urgenza, sarà un terreno di lotta”.

Il fatto che sul tema il Partito democratico statunitense si sia spostato su posizioni più radicali, che rispondono d’altronde a una richiesta bipartisan di maggiore attenzione al clima, dimostra non soltanto l’impellenza della questione, ma anche il fatto che sia possibile integrare politiche simili nel programma di un partito che fino ad oggi aveva investito meno su queste tematiche. Lo stesso si può dire del Partito democratico italiano, a lungo diviso tra due retaggi – quello comunista e quello democristiano – che con l’ambientalismo avevano poco a che fare.

Conclusioni: uno spazio non presidiato

Come hanno dimostrato i risultati ottenuti da vari partiti Verdi alle elezioni europee del 2019 e le successive proteste dei giovani per il clima, che hanno portato migliaia di persone in piazza anche in Italia, anche da questa parte dell’Atlantico l’attenzione verso questi temi sta aumentando. Quanto a noi un sondaggio del Pew Research Center mostrava che nel 2020 l’83% degli italiani citava il cambiamento climatico come principale rischio per il futuro del proprio Paese.

Al di là delle misure per la “rivoluzione verde” inserite nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), quella di intavolare politiche ambientali di largo respiro che abbraccino l’intero sistema Paese e guardino all’occupazione è un terreno quasi totalmente inesplorato nel nostro Paese. Come ha scritto anche Ferdinando Cotugno su Domani, il Partito Democratico ha l’opportunità di mettere l’ecologia al centro del proprio progetto di rifondazione. Ritrovando al contempo identità e consenso e parlando “a un pezzo di società e di economica non presidiato politicamente”. E trovando senza dubbio un interlocutore interessato agli stessi temi oltreoceano.


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