L’inizio di una nuova era e un passato che finalmente diventa tale. Non si può che definire con questa immagine la stagione che si è aperta dopo le elezioni per l’Assemblea costituente e le amministrative in Cile del 15 e 16 maggio, le elezioni più importanti per il paese dalla fine della dittatura di Pinochet. E che sanciscono la liberazione definitiva dai retaggi – storici e istituzionali- da quel periodo buio.

I cileni hanno deciso di cambiare radicalmente rotta, premiando gli indipendenti e la sinistra, tingendo il paese di rosso, obiettivo non raggiunto nemmeno dall’onda rosa progressista di Michelle Bachelet. Un risultato pessimo per il presidente Pinera e la sua Chile Vamos, coalizione di centro destra che attualmente governa il Cile che non riesce ad arrivare nemmeno a un terzo dei seggi e esercitare una minima influenza sulle future scelte dell’Assemblea.

I neo 155 costituenti –77 donne elette e 78 uomini con il compito di scrivere la nuova costituzione cilena- provengono per i due terzi dalle fila indipendentiste, dai progressisti del Frente Ampio e dagli alleati di centro sinistra di La Concertation, 17 seggi saranno per gli indigeni. Sconfitti e marginali, i partiti tradizionali. Tra i risultati più eclatanti anche la vittoria di esponenti del partito comunista in alcune città- si sceglievano 346 sindaci- con Santiago del Cile che sarà amministrata da una donna, Iraci Hassler Jacob, comunista e femminista.

La sconfitta della destra – non solo per la costituente – fa sperare al centrosinistra di riuscire a riconquistare la guida del paese nelle presidenziali del prossimo autunno, ma al momento, a fronte del trionfo elettorale della vasta area di sinistra, si fatica ancora a individuare una leadership chiara in grado di contendere la presidenza al probabile candidato di centrodestra Joaquin Lavin.

Il compito che attende l’Assemblea costituente è storico e delicato allo stesso tempo. Non si tratterà solo di scrivere la nuova Carta costituzionale, ma anche di gettare le basi per un nuovo sistema economico e per placare il crescente malcontento della popolazione. E soprattutto per liberare definitivamente il paese dai lacci che ancora lo legano al periodo drammatico del regime militare.

La Costituzione cilena da riscrivere andrà a sostituire la carta redatta durante il regime di Pinochet, ed è stato l’obiettivo delle manifestazioni antigovernative che hanno scosso il paese dalla fine del 2019. Una nuova Costituzione per dare uno schiaffo al passato recente e voltare definitivamente pagina rispetto agli anni della dittatura militare – cambiando quella Costituzione del 1980 ancora memore di quegli anni – in questa chiave di lettura può essere letto il voto del 15 e 16 maggio.

I lavori della costituente inizieranno tra un mese, dureranno nove e al termine i cileni saranno chiamati ad approvare o bocciare la nuova costituzione in un referendum. La nuova Costituzione cilena dovrebbe prevedere una nuova forma di governo, sempre nel solco della repubblica presidenziale e regolamentare i rapporti tra stato centrale e regioni, oltre a tutelare diritti delle minoranze indigene, contenere la parità di genere e a dare più spazio e riconoscimento ai diritti sociali.

In questo spazio temporale si inseriranno nel prossimo autunno le elezioni presidenziali che anche per il Cile come per gli altri paesi dell’America latina segneranno uno spartiacque importante. Il Cile ha rappresentato nella regione, nell’ultimo decennio, un paese da imitare per alcune scelte di politica economica, come nel campo della lotta alla povertà. Paese contraddistinto da pesanti diseguaglianze sociali e con una Costituzione impregnata dal neoliberismo di Pinochet, il Cile prova – all’alba di questo nuovo processo costituente -a mettere una pietra sul passato e sui dolorosi anni della dittatura militare, di cui la costituzione da riscrivere è figlia.

La svolta a sinistra arriva dopo 4 anni di governo di centrodestra di Sebastian Pinerà, tornato a governare il paese dopo il terzo mandato di Michelle Bachelet, leader per un ventennio della sinistra cilena, prima donna a presiedere il governo ed esponente della marea rosa socialista che all’inizio degli anni 2000 ha cambiato volto al Sud America.

Marea spazzata via da inchieste, sconfitte elettorali e macchiata dalle forzature istituzionali e dai giochi per conservare il potere in Bolivia e Venezuela. Ma l’onda progressista lentamente riprende vigore nel continente sudamericano, e si prepara – dopo l’Argentina – a invadere nuovamente il Brasile, che probabilmente tornerà a candidare Lula e il Cile chiamato a eleggere il nuovo Presidente della repubblica in autunno.

Una sinistra che anche in Cile, come nel Brasile del redivivo Lula, nell’Argentina della vicepresidente Kirchner e nella Bolivia governata dal delfino di Morales, fatica a far emergere nuove leadership che siano all’altezza dei carismatici e ancora osannati protagonisti della marea rosa. Per il paese andino, questa nuova leadership da individuare nell’area di sinistra come hanno chiesto i cileni il 15 e 16 maggio – dovrà avere la capacità e la forza di rompere definitivamente con il triste passato e con i retaggi – economici, sociali e culturali- dell’era Pinochet.


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