Le elezioni americane dello scorso novembre 2020 hanno segnato un punto di svolta storico per la presenza femminile nella politica statunitense, grazie all’elezione di Kamala Harris a Vicepresidente e di una percentuale record di donne al Congresso, che hanno ottenuto il 27,1% del totale dei seggi a livello federale. Non solo, sono entrate ben 11 donne nella squadra di governo democratica del Presidente Joe Biden. Anche a livello dei singoli Stati sono stati fatti passi da gigante: ad oggi, oltre il 30% dei ruoli esecutivi di governo statale sono occupati da donne, che ricoprono mediamente anche più del 30% anche dei seggi parlamentari statali. Eppure, fino a pochissimi anni fa, gli USA erano in fondo alle classifiche globali per presenza e rappresentanza politica femminile. Nel 2019, gli Stati Uniti, la più antica delle democrazie repubblicane moderne, si posizionavano tragicamente al 75esimo posto su 139 Paesi del mondo per numero di donne all’interno del parlamento, persino al di sotto della media globale del 24,1%. Come è stato possibile questo miglioramento? E quale ruolo ha avuto il Partito Democratico statunitense? Nonostante i dati certifichino un grande successo, gli Stati Uniti sono ancora indietro rispetto a molti altri Paesi democratici come l’Italia, dove, con le elezioni del 2018 si è raggiunta la percentuale di quasi il 35% di donne sul totale dei seggi al Senato e 36% alla Camera.

Per analizzare questi dati, anche in ottica comparativa, è necessario specificare bene alcune caratteristiche del contesto politico e delle regole presenti nei due sistemi. Sebbene gli Stati Uniti abbiano esteso oltre un secolo fa (1920) il diritto di voto alle donne e il diritto di candidarsi (elettorato attivo e passivo) a livello federale, uno dei primi paesi al mondo ad adottare il suffragio universale, la percentuale di donne elette è rimasta bassa per decenni. Al Senato, ad esempio, la quota è rimasta prossima allo zero fino agli anni ’90. Considerato che negli USA e nel mondo le donne sono la maggioranza (circa il 51%), questa sotto-rappresentanza cronica è segno evidente di gravi falle nelle strutture economiche, politiche e sociali negli stati. L’analisi deve iniziare da tre variabili principali del sistema statunitense che possono essere considerate quelle di maggiore impatto sulla distribuzione del potere fra generi: 1) l’assenza delle cosiddette ‘quote rosa’ o, più correttamente, quote di genere; 2) il sistema delle primarie nei partiti; 3) il sistema elettorale maggioritario a turno unico con seggi uninominali.

Nonostante le palesi difficoltà incontrate nella storia da parte del sistema statunitense a includere le donne nei processi politici, non è stata mai veramente valutata l’idea di introdurre alcun tipo di quote di genere, restando tra i pochi Paesi democratici a non farlo. Le ragioni sono numerose e spesso fanno riferimento a una cultura politica che è particolarmente reticente a rinnovare un sistema elettorale quasi bicentenario. A questa motivazione si aggiunge il presupposto di un rischio reputazionale: l’ipotesi sarebbe che le quote danneggino le donne che occupano quelle posizioni, insinuando il dubbio che non siano sufficientemente qualificate per farlo. Questo svaluterebbe la loro legittimità nell’esercizio del ruolo di fronte alla comunità. Il tema delle primarie è strettamente collegato a quello del sistema elettorale: coi collegi uninominali nella maggioranza degli Stati degli Usa è obbligatorio per i partiti scegliere il proprio candidato/a attraverso il sistema delle primarie, organizzate dall’amministrazione pubblica di concerto coi partiti.

Le primarie sono state a lungo un ostacolo per le candidate donne per due motivi principali: sono tecnicamente ‘aperte’ ma impongono a chi si voglia presentare un grande investimento economico personale; inoltre, le tendenze conservative del sistema politico USA fanno sì che l’incumbent – generalmente maschio – sia favorito e spesso rieletto per decenni. Solo negli ultimi anni si è assistito a un graduale cambiamento di percezioni. Secondo alcuni studi, una volta che le donne si candidano hanno le stesse possibilità di essere elette dei colleghi uomini, dimostrando che piano piano sta scomparendo la discriminazione di genere da parte degli elettori. Le vittorie di molte candidate giovani nel 2018 hanno dato uno slancio notevole al movimento per la parità, dimostrando che, grazie anche alle reti di supporto, ognuna poteva farcela.

Quasi il 70% delle donne elette alla Camera bassa del Congresso degli Stati Uniti durante l’ultima tornata elettorale del 2020 proviene dalle file del Partito Democratico statunitense. Quali sono dunque le soluzioni a questi problemi strutturali trovate dai Democratici statunitensi? Tra le barriere socioculturali – ma anche economiche – su cui le associazioni, i movimenti e i gruppi all’interno del Partito hanno deciso di concentrarsi negli ultimi anni c’è la reticenza delle donne candidarsi. Una reticenza comprovata anche da studi comparativi che ci dicono che, rispetto a potenziali colleghi uomini, le donne affrontano con maggiori difficoltà, sia interne sia esterne, l’idea di una candidatura politica personale. Le motivazioni sono innumerevoli, tra le più diffuse ci sono: la paura, spesso giustificata, di subire discriminazioni da parte di avversari politici, elettori ma anche colleghi di partito; il timore di non avere le competenze giuste o sufficienti; il timore di non riuscire a gestire la carriera politica assieme ai propri impegni lavorativi e famigliari; le difficoltà a reperire le risorse finanziare necessarie per sostenere una propria campagna elettorale.

Le organizzazioni che lottano per la parità di genere in politica, tra cui Running Start, the White House Project, Emily’s List e molte altre, hanno cercato di andare a incidere proprio su questi fattori, facendo recruiting di possibili candidate, offrendo formazione e training, opportunità di fundraising. A fianco di questi soggetti che in Italia definiremmo o privati o della società civile, che spesso sono collegati a una determinata parte politica8 esistono anche soggetti istituzionali trasversali – come il National Women’s Political Caucus (NWPC) – che lavorano con le donne all’interno delle loro comunità e nei territori supportandole in ogni fase della loro candidatura. Poiché nel sistema americano i candidati non corrono in liste preposte dai partiti, a differenza dell’Italia, apparentemente il ruolo dei partiti stessi nel determinare il numero di donne presenti sembra marginale. Allora un aumento così consistente di donne tra le file dei Dem è riconducibile soltanto alla presenza dei PACs (Political Action Committees) che indirizzano e raccolgono fondi, oppure c’è qualcos’altro?

Non è un caso che dopo l’elezione di Donald Trump, la successiva Women’s March nel 2017 e i gruppi del #MeToo, si sia acceso un consistente dibattito pubblico anche sulla mancanza di donne in politica, soprattutto a sinistra, creando le condizioni per maggiore impegno pubblico, maggiori candidature e maggiori vittorie femminili.

A prescindere da queste variabili strutturali, esiste anche un altro gap di genere nella politica, che richiede la massima attenzione anche in paesi come l’Italia: è quello che riguarda la distribuzione verticale e non solo orizzontale del potere. In questo caso ovviamente ci riferiamo al potere politico, ma se si osservano ad esempio i dati economici sulle differenze di salario a parità di impiego tra uomini e donne, oppure la mancanza cronica di donne in posizioni apicali nelle aziende, è evidente che il divario verticale nella distribuzione del potere riguarda tutto il sistema-Paese. Si tratta di uno schema presente sia in Italia che negli Usa, che affligge anche la politica. Una risposta efficace è arrivata dalle nomine della nuova amministrazione Biden dove si è cercato un bilanciamento sia nelle tipologie di ruolo sia in una composizione che dovesse “assomigliare all’America”, in modo da rappresentare anche donne e minoranze; questo ‘metodo’ ha fatto sì che oggi il gabinetto di Biden sia il più ‘diverse’ della storia statunitense, col 45,8% di presenze femminili. Si tratta di un metodo che abbiamo rivisto anche nella segreteria del Partito Democratico di Enrico Letta, l’unico neo è il difficile salto ancora da fare da un metodo ‘una tantum’ a una pressi consolidata e trasversale.

Mettendo in correlazione, dunque, il sistema italiano con quello statunitense potremmo dire che in Italia ha prevalso un approccio top-down, mentre negli Stati Uniti un approccio bottom-up. Nella politica statunitense mancano infatti dei sistemi di ‘discriminazione positiva’ che favoriscano l’inclusione femminile, dunque, ‘dall’alto’, ma c’è un ricco panorama di esperienze dal basso. Viceversa in Italia spesso ci si limita a seguire le norme, che però andrebbero integrate con maggiore dibattito pubblico e maggiore attivismo in modo da superare il sistema della cooptazione femminile in politica. Adesso sembra arrivato il momento in cui anche in Italia serve un cambio di passo “dal basso” che stimoli la cultura politica a progredire e a diventare più inclusiva. Nonostante le differenze sistemiche che intercorrono con gli USA, dunque, dall’esperienza statunitense si possono trarre alcuni validi insegnamenti. In particolare, c’è bisogno di stimolare la mentalità politica e coinvolgere la società civile e le forze politiche per superare alcune specifiche criticità del nostro sistema tra cui, soprattutto, la mancanza di donne in ruoli esecutivi e di governo, un impegno ancora più necessario oggi dopo l’acuirsi delle differenze generato dalla pandemia di Covid-19. Un esempio virtuoso nel nostro Paese può essere quello della campagna “Ti candido – il potere della democrazia” che attraverso il fundraising – in appoggio alla piattaforma progressiveacts.eu – ha l’obiettivo di sostenere le candidature di attiviste e attivisti (in maniera paritaria) che abbiano a cuore la giustizia sociale, l’emergenza climatica e la lotta alle discriminazioni.


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