A una settimana dalle elezioni statunitensi, le previsioni, le speranze e le analisi si sovrappongono, si intensificano, in un newsfeed sempre più denso. Sembra certo che i dem vinceranno il voto popolare, ma il punto sono sempre gli swing states, ovvero quegli Stati che potrebbero risultare rossi o blu: dunque, non possiamo affermare ‘oltre ogni ragionevole dubbio’ che vincerà l’uno piuttosto che l’altro. Possiamo però ragionevolmente interrogarci su cosa potrebbe restare di questa presidenza Trump e cosa potrebbe cambiare. Possiamo analizzare la ‘possibile’ o ‘probabile’ eredità trumpiana da due diversi punti di vista, uno interno agli USA ed uno esterno.

Entrambi sono accumunati da un elemento invariato rispetto alla prospettiva da cui si osservano questi quattro anni di presidenza, ovvero il metodo. La presidenza Trump si inserisce in quello che potremmo definire il momentum ‘populista’ e ‘sovranista’ che, insieme alla sua elezione nel 2016, vide affermarsi alcuni leader e tematiche fino ad allora considerate minoritarie. Pensiamo, ovviamente, alla Brexit, al lepenismo in Francia e a molti altri fenomeni, anche casalinghi. In generale, ad una critica ‘da destra’ del globalismo. Che lo si consideri uno stile comunicativo (Jagers e Walgrave) o una thin-centered ideology (Mudde), il populismo di destra sovranista ha profondamente influenzato le politiche trumpiane acuendo la polarizzazione politica nazionale ed internazionale. Una sua mancata riconferma potrebbe, forse, esaurirne la spinta, come è stato per altri movimenti di fronte ad una débacle elettorale. Internamente, l’approccio trumpiano ha eroso la base elettorale del Partito Repubblicano, rafforzando le posizioni radicali. Perciò, un’eventuale sconfitta dell’incumbent li costringerebbe ad una forte rielaborazione teorica e pratica della propria strategia. A questo proposito, alcuni fanno un parallelo con i lunghi anni del trionfo repubblicano da Nixon a Bush Senior – brevemente intervallati dal non rieletto Presidente Carter – che spinsero alla nascita dei new-dem incarnati da Clinton.

L’eredità nazionale

Dal punto di vista della politica interna, certamente resteranno i tre giudici nominati alla Corte Suprema degli Stati Uniti, inclusa Amy Coney Barrett. In un sistema di common law come quello statunitense, il ruolo della Corte è fondamentale per l’estensione o il restringimento delle previsioni costituzionali in tema di diritti fondamentali quali l’aborto, il matrimonio egualitario, ma anche il diritto di voto. L’obiettivo dichiarato di Trump è smantellare alcuni di questi diritti (aborto e diritti Lgbtqa+) e la riforma sanitaria di Obama. Considerata la durata a vita di queste nomine, potrebbe riuscirci anche se non venisse rieletto. Un altro tema fondamentale è quello economico. L’idea che l’economia si sia rafforzata durante la presidenza di Donald Trump – e che il crollo attuale sia interamente riconducibile alla pandemia – permane nello zoccolo duro del suo elettorato, ma non è corretta. Se Trump dovesse continuare con una politica di dazi, per rilanciare il mercato interno, con la de-tassazione dei super-ricchi e i tagli al welfare (come ha fatto con MedicAid togliendo l’assistenza sanitaria a milioni di poveri), l’eredità trumpiana potrebbe cristallizzarsi nel sistema statunitense.

L’eredità internazionale

Con le relazioni transatlantiche al minimo storico, un atteggiamento transattivo – do ut des – nei confronti di molti storici alleati ed un sostanziale disimpegno nel supporto agli interessi di molti Stati europei, la presidenza Trump sembra aver forzatamente riavvicinato i paesi fondatori dell’Unione europea. Se finora, per l’UE, la partita si era giocata su chi fosse riuscito ad entrare nelle grazie dei presidenti Usa, oggi si intravede la possibilità di un’Unione più coesa, almeno nella sua azione esterna, consapevole di interessi sempre più condivisi anche in tema di sicurezza e che aspira a sviluppare una sua autonomia strategica. La postura internazionale degli USA, sempre più unilaterale, sta danneggiando a turno l’Italia, la Francia e la Germania e tanti altri alleati del continente. Emblematico è ciò che è avvenuto con l’abbandono del JCPOA e la scelta di una strategia di massima pressione nei confronti dell’Iran:  lavorando al crollo dall’interno del regime di Teheran, Trump rischia di destabilizzare il Medio Oriente invece che di crearvi ordine. Le scelte in politica estera, ad esempio nei confronti di Russia, Cina, Iran, Ucraina, stanno aumentando la consapevolezza che l’Europa ha bisogno di trovare negli Stati Uniti un alleato pronto ad ascoltare, con cui condividere le scelte, e non un padrone. Nel caso di una vittoria di Biden potremmo assistere ad un rallentamento di queste dinamiche. È probabile che, attraverso il multilateralismo, un’Amministrazione Biden lavorerebbe per tamponare le ferite accumulate in questi anni, anche se su diversi temi sarebbe plausibile attendersi una sostanziale continuità, come ad esempio sui difficili rapporti con la Cina. Se Trump dovesse essere rieletto è probabile, invece, che continui sulla strada già intrapresa. L’attesa sta per finire.


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