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	<title>Aleppo Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<title>Aleppo Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Aleppo non è Srebrenica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lia Quartapelle]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Dec 2016 13:32:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Aleppo]]></category>
		<category><![CDATA[Rwanda]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
		<category><![CDATA[Srebrenica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le immagini e le notizie che ci arrivano dalla città ormai espugnata sono disperanti e vividissime. L’unica certezza&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Le immagini e le notizie che ci arrivano dalla città ormai espugnata sono disperanti e vividissime. L’unica certezza è che non sarà possibile dimenticare <strong>Aleppo</strong> e che ci vergogneremo di quanto non stiamo facendo, proprio come accadde tra l’aprile e il luglio del 1994 di fronte al genocidio rwandese o al massacro di tutti i maschi musulmani della città bosniaca, sotto gli occhi delle truppe olandesi delle<strong> Nazioni Unite</strong>, avvenuto l’11 luglio 1995.</p>
<p>Tuttavia, Aleppo non è <strong>Srebrenica</strong>. E non è Kigali. È cambiata, infatti, la natura della guerra, e i conflitti di questa nostra era di disordine globale rendono ancora più difficile discernere chi siano i buoni e quali i cattivi.</p>
<p>A partire dal 19 luglio 2012, l’assedio di Aleppo è proseguito per più di quattro anni. Aleppo è infatti una delle città siriane che dall’inizio della timidissima primavera siriana, trasformatasi velocemente e con crudeltà nella guerra civile siriana, si sono ribellate al regime di <strong>Assad</strong>. La sua conquista ha assunto quindi da subito una valenza simbolica oltre che strategica, sia per i gruppi anti-Assad, che per il regime siriano e i suoi alleati. E se l’attaccamento al potere da parte di Bashar Assad ha trasformato in brevissimo tempo la guerra civile siriana in una guerra totale, nei luoghi in cui anche simbolicamente si è combattuta più intensamente essa è diventata subito un groviglio inestricabile di crudeltà, ferocia, ingiustizie e torti in competizione tra di loro.</p>
<p>Lo scontro ha messo in braccio a tutti le armi. Come in tutti gli assedi prolungati, da Famagosta a Stalingrado, persino le donne e i bambini, per contribuire alla propria sopravvivenza, hanno fiancheggiato le milizie, diventando guerriglieri, sabotatori e parti attive di un conflitto dove le figure delle vittime si fondevano spesso con quelle dei carnefici.</p>
<p>Ecco perché nel conflitto siriano, e in particolare modo ad Aleppo, noi occidentali non siamo stati in grado di capire con chi fosse giusto stare. Tra le milizie che hanno tenuto il controllo di Aleppo est non ci sono milizie democratiche, laiche, ma molti affiliati a gruppi terroristi come il Fronte al-Nusra e il Fronte islamico e milizie che, abbandonate a sé stesse, si sono andate via, via radicalizzando.</p>
<p>Certo, nella confusione abbiamo guardato con sofferenza e sconcerto le immagini di una città che sotto le bombe e i colpi di mortaio perdeva l’anima, oltre che il suo antico splendore.  Ci siamo fatti promotori di iniziative umanitarie, con l’appello di rendere “Aleppo città aperta”, ma senza trovare argomentazioni e motivazioni sufficientemente solide per condurre a una sentenza definitiva sui colpevoli e le loro responsabilità. Confondere i piani non aiuta a identificare i problemi, e quindi a individuare strumenti per affrontarli. E Aleppo è il simbolo di un’epoca di riconfigurazione degli equilibri globali, sul quale, per tante ragioni, non siamo stati capaci di incidere o abbiamo deciso di non partecipare.</p>
<p>Questo, tuttavia, non può rappresentare un alibi. Mentre la propaganda russa parla di 5mila ribelli e le loro famiglie che aspettano di essere ordinatamente evacuate, il sindaco di Aleppo al <strong>Consiglio europeo</strong> a Bruxelles denuncia 50mila persone in attesa di uscire dalla città, e di più di mille morti nelle strade.</p>
<p>Le nuove immagini che ci arrivano oggi da Aleppo con un ulteriore carico di tragedia e impotenza, non devono farci dimenticare perché siamo arrivati fino a qui. Anche se non sappiamo chi sono i buoni e i cattivi, anche se l’intervento in Iraq e Afghanistan ci hanno insegnato che non si possono facilitare le transizioni con la forza, anche se i civili stessi hanno combattuto la guerra, non possiamo lasciare che si verifichino vendette o rappresaglie su chi si arrende e sta lasciando la città. Di fronte a quelle immagini, a quelle storie, a quei bambini, spesso senza più i genitori, che in gruppetti provano a mettersi in salvo scappando dalla città rasa al suolo, non possiamo voltarci dall’altra parte. Non dobbiamo dimenticare che la storia umana si è dotata di strumenti come il diritto di guerra e di reati come i crimini di guerra e contro l’umanità, con l’obiettivo di tutelare i valori universali, i diritti umani proprio nelle situazioni più atroci. Dobbiamo chiederne il rispetto.</p>
<p>Occorre anche rivedere profondamente la dottrina della responsabilità di proteggere, quella dottrina inventata negli anni Novanta proprio per fare fronte a situazioni come quella che vediamo ad Aleppo. E forse è davvero giunto il momento di riconsiderare la nostra indisponibilità a farci coinvolgere in situazioni come la vicenda siriana, soprattutto quando vengono oltrepassate soglie, i crimini contro l’umanità, che dovremmo aver imparato a considerare insuperabili. Si tratta di capire quando le molte ragioni per l’opportunità del non fare rischiano di trasformarsi in un alibi che travolge il comune senso di umanità, i valori che riteniamo universali e la fatica che abbiamo la responsabilità di caricarci per fare in modo che questi non siano svuotati.</p>
<p>Nel 2012 si era indicata come “linea rossa” per un possibile intervento armato in Siria l’utilizzo di armi chimiche, ma nell’agosto 2013, dopo l’attacco chimico di Ghuta da parte del regime di Assad, non ci furono reazioni se non quella di continuare a cercare la necessaria soluzione politica. Fu una delle tante volte che davanti al “casino siriano” abbiamo allargato le braccia.</p>
<p>Oggi ci troviamo senza parole davanti ad Aleppo. L’auspicio è che il silenzio induca a una riflessione per immaginare iniziative chiare e determinate per denunciare il cinismo russo e iraniano, per condannare la ferocia senza vergogna di Assad, per superare lo stato confusionale occidentale e per salvare le persone in fuga. Per smettere di allargare le braccia.</p>
<p>(Ph Reuters)</p>
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		<title>Le guerre in Siria e Iraq e le ricadute in Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Canetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Oct 2016 16:03:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Aleppo]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
		<category><![CDATA[Stato Islamico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se i due principali problemi per l’Europa sono l’emergenza migranti e il terrorismo – con le loro ricadute&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se i due principali problemi per l’Europa sono l’emergenza migranti e il terrorismo – con le loro ricadute politiche e sociali, che stanno scuotendo l’Unione europea alle sue fondamenta – il massacro in corso a Aleppo in Siria e la prossima offensiva su Mosul (capitale dello Stato Islamico) in Iraq rischiano di aggravarli in modo significativo.</p>
<p><strong><em>L’aumento dei flussi di rifugiati e il rischio di radicalizzazione della popolazione locale.</em></strong></p>
<p>L’assedio del regime siriano sui quartieri orientali di Aleppo, controllati dai ribelli, dura da inizio settembre. Se la violenta offensiva in corso dei lealisti porterà alla caduta della zona est della città, è facile ipotizzare un incremento del numero di profughi. In molti cercheranno di scappare dalle milizie sciite e alauite, dalle ritorsioni della dittatura e dalla devastazione che delle loro case e delle loro vite ha lasciato giusto le macerie. Non solo. Si può anche immaginare che le fila delle formazioni più estremiste – come Jabhat Fateh al-Sham, già Jabhat al Nousra, branca siriana di Al Qaeda, e lo stesso Isis – saranno ingrossate da tanti disperati, sopravvissuti soli e senza mezzi alla distruzione di Aleppo, in cerca di vendetta contro Assad o anche solo di uno stipendio da mercenari. Allo stesso modo la prossima offensiva dell’esercito iracheno, aiutato dagli Stati Uniti ma anche (se non soprattutto) da milizie sciite filo-iraniane già tacciate in passato di violenze settarie, rischia di scatenare un esodo di massa della popolazione sunnita di Mosul e un travaso di consensi in favore dello Stato Islamico in Iraq.</p>
<p><strong><em>Che fare?</em></strong></p>
<p>Per quanto riguarda Mosul, una possibile strada sarebbe quella di fare pressione sugli Stati Uniti, affinché utilizzino le proprie leve per bloccare l’operazione voluta dal premier iracheno al Abadi, chiedendo che venga prima decisa una strategia su chi e come debba liberare la città e soprattutto sul dopo-liberazione.</p>
<p>Per quanto riguarda Aleppo invece il primo ostacolo da superare è di carattere teorico. C’è una diffusa convinzione secondo cui, per ottenere il prima possibile quella stabilità che è l’interesse principale dell’Europa, convenga lasciar fare a Putin e a Assad. In base a questa teoria, infatti, una volta conquistata la città, il regime e il suo alleato russo sarebbero disponibili a trattare una tregua stavolta reale, che porti anche a una spartizione delle aree di influenza nel Paese, se non del Paese stesso. Le critiche americane al massacro di Aleppo si spiegherebbero dunque come il tentativo di prolungare gli scontri fino all’insediamento del prossimo presidente che, magari attraverso una politica estera mediorientale più interventista, potrebbe riuscire nell’impresa di causare la caduta di Assad (cosa gradita, se non quasi pretesa, dagli alleati regionali dell’Occidente: Turchia e soprattutto Arabia Saudita).</p>
<p>Se la genuinità dell’idealismo americano può legittimamente suscitare qualche dubbio, il resto di questa teoria è però piuttosto debole. La maggioranza della popolazione siriana è composta da sunniti, molti di loro (anche se non tutti) vogliono la cacciata di Assad e non si fiderebbero di una sua permanenza al vertice del Paese. Anche tra le minoranze cristiana, sciita, drusa etc. – che pure temono l’eventuale ascesa al potere di estremisti religiosi sunniti – la dittatura trova critici e oppositori. Il regime è senza soldi e senza uomini. Viene tenuto in vita dai finanziamenti e dalle milizie che Russia e Iran riversano nel Paese. Difficilmente con Assad al potere, anche su una parte che non sia minoritaria del Paese, si uscirebbe mai da una situazione di conflitto perenne. Al momento, quindi, il meglio che si può fare – non solo umanitariamente ma anche in termini di interesse europeo – è fare pressione perché si interrompa la strage di Aleppo.</p>
<p>A tale scopo sarebbe utile intensificare i rapporti con Mosca, alleato di ferro del regime fin dai tempi dell’Urss (in Siria, a Tartous, c’è l’unica base navale russa nel Mediterraneo), offrendole un’alternativa. Putin non vuole perdere una pedina fondamentale, meno che mai dopo aver investito nell’ultimo anno in Siria ingenti risorse economiche e militari, ma non sarebbe contrario a sostituire Assad con altra figura meno divisiva. Il fallimento nella ricerca di una tale alternativa ha reso finora la Russia feroce nel difendere Assad, ma anche al Cremlino sembra esserci scetticismo sulla possibilità che il dittatore riesca mai a pacificare il Paese. È dunque con Mosca che va cercato un compromesso, offrendo magari anche qualche contropartita in aree più strategiche per la Russia. Per farlo bisogna però negoziare un accordo anche con Teheran, capo-fila dell’asse sciita e protettore di Assad. Alla Repubblica Islamica iraniana servono infatti rassicurazioni analoghe a quelle richieste da Mosca circa la tutela dei propri interessi e della propria influenza. Considerato lo scontro in atto con l’Arabia Saudita in diversi scenari mediorientali, si potrebbe, in cambio di determinate garanzie, offrire a Teheran anche una riduzione del sostegno militare occidentale a Riad (oltre agli americani anche francesi e altri europei vendono miliardi di dollari di armi alla monarchia saudita). Se la logica dell’accordo sul nucleare stipulato con l’Iran l’anno scorso era quella di propiziare un balance of power regionale, tentare la via di un disarmo – imposto da parte dei fornitori – dei contendenti potrebbe funzionare meglio di quanto abbia invece fatto finora ingozzarli di armamenti e lasciarli scannare in un pigro (o voluto, si pensi allo Yemen) disinteresse occidentale.</p>
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