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	<title>Allargamento Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>L’allargamento ai Balcani occidentali di un’Europa in crisi: quali prospettive per il ruolo Italiano?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Nov 2016 14:56:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Allargamento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Andrea Frontini* La pubblicazione, il 9 novembre scorso, del ‘Pacchetto Allargamento 2016’ (pagella periodica della Commissione sulla&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Andrea Frontini*</em></p>
<p>La pubblicazione, il 9 novembre scorso, del ‘Pacchetto Allargamento 2016’ (pagella periodica della Commissione sulla <em>performance</em> dei singoli paesi candidati all’ingresso nell’Unione Europea), e la discussione, nel Parlamento italiano, del Protocollo di adesione del Montenegro all’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO), hanno conferito nuova visibilità al processo di stabilizzazione e integrazione europea dei Balcani occidentali (in gergo meno burocratico, l’ex Yugoslavia socialista, meno Slovenia e Croazia, più Albania). Un <em>dossier</em> troppo spesso assente, se non su un piano prevalentemente retorico, dalle reali priorità politiche tanto di Bruxelles quanto, seppure con le specificità che si diranno, della stessa Roma.</p>
<p>Ciò avviene in una fase quantomeno critica per la generale stabilità della regione; una stabilità a lungo considerata ‘inevitabile’, dopo che lo storico Vertice di Salonicco del giugno 2003 aveva inteso rimediare agli orrori delle guerre balcaniche degli anni novanta, offrendo a termine l’ingresso in Europa dell’intera regione. Ma se il processo di allargamento ha pure registrato in questi anni importanti successi, tra cui l’ingresso della Croazia, l’accordo sulla normalizzazione serbo-kosovara o i progressi compiuti da Albania e Serbia verso l’adesione all’UE, i Balcani rimangono esposti a rischiose tensioni politiche e etnico-religiose, stagnazione socio-economica, debole stato di diritto e (conseguenti) fenomeni diffusi di corruzione e crimine organizzato. A ciò si sono aggiunte dinamiche senz’altro complicanti, quali la crisi migratoria lungo la ‘rotta balcanica’ dello scorso anno, e l’attivismo economico-commerciale e/o politico-strategico di Russia, Cina, Turchia e paesi del Golfo.</p>
<p>Anche nella ‘casa europea’ non mancano, del resto, difficoltà attinenti sia alle <em>technicalities</em> del <em>dossier</em> che al generale clima politico dell’UE. Da un lato, l’allargamento appare vittima di una pericolosa ‘nazionalizzazione’, con diversi Stati membri inclini a inasprire i requisiti tecnici e politici richiesti ai candidati balcanici al fine di trarne vantaggi in termini di consenso interno (anche a fronte di opinioni pubbliche euroscettiche) o concessioni sul piano bilaterale. Dall’altro, la profonda crisi politica, economica e in senso lato morale che attraversa da anni il Vecchio Continente, approfondita recentemente dagli esiti del <em>referendum</em> britannico, rischia di aggravare ulteriormente il già palpabile ‘affaticamento’ del sogno europeo dei Balcani.</p>
<p>Dinnanzi a questa formidabile combinazione di sfide e incertezze, l’Italia, Paese da sempre a favore dell’europeizzazione dei Balcani, rimane un attore-chiave per ridare credibilità, efficacia e certezza alla ‘promessa’ di Salonicco. Ruolo però, quello italiano, non sempre adeguatamente compreso e valorizzato dalla classe politica nazionale, con ricadute negative per l’azione diplomatica specifica, e la più generale visibilità, anche sul piano della comunicazione interna ed esterna, del nostro Paese.</p>
<p>In particolare, da storica priorità geografica della nostra politica estera, seconda forse al solo Mediterraneo, i Balcani hanno lentamente ma inesorabilmente ceduto il passo a temi più urgenti per la proiezione internazionale dell’Italia, dalla crisi migratoria, al <em>dossier</em> libico, ai rapporti con la Russia, venendo in parte, e di fatto, delegati alla gestione certo minuziosa ma essenzialmente tecnico-burocratica delle istituzioni europee.</p>
<p>Più in generale, e pur con le debite eccezioni, dall’agenda internazionale del Governo ai dibattiti in sede parlamentare sul tema, sembra evincere una certa, perdurante disattenzione della nostra classe dirigente verso i Balcani. Un’assenza che, se ha goduto del ruolo supplente che il mondo privato, la società civile e alcune Amministrazioni dello Stato come Esteri, Difesa, Giustizia ed Interni, hanno garantito in virtù del loro diverso operato nella regione, ha talvolta lasciato Roma ai margini di iniziative a forte valenza politica che, pur con un’etichetta europea, altre capitali hanno condotto nella regione, come il ‘Processo di Berlino’ a guida tedesca dell’estate 2015 o il ‘Piano per la Bosnia’ anglo-tedesco dell’inverno precedente.</p>
<p>Appare quindi necessario e doveroso, per il nostro Paese, riprendere con coraggio e visione il ‘timone’ della rotta europea dei Balcani. Un timone, beninteso, retto da più ‘mani’ – istituzioni UE, Stati membri e paesi candidati – ma che richiede sempre più un impulso politico rinnovato, una ‘bussola’ se si vuole, che permetta di superare i molteplici scogli che frappongono la regione a quell’integrazione europea rispondente, per ragioni a un tempo antiche ed attualissime, a un primario interesse italiano.</p>
<p>Alcune importanti finestre di opportunità dovrebbero essere abilmente sfruttate a tal fine da Governo e Parlamento nel prossimo futuro. Il disimpegno della Gran Bretagna dalla politica di allargamento UE che accompagnerà il ‘divorzio europeo’ di Londra offre, paradossalmente, un’opportunità preziosa per rafforzare il peso politico e negoziale di Roma in sede di Consiglio. La ‘Conferenza sui Balcani Occidentali’, ennesima tappa del ‘Processo di Berlino’ che si terrà a Roma nell’estate del 2017, potrebbe altresì costituire, se accompagnata da un robusto coinvolgimento in sede politica, un momento assai concreto nella riscoperta della ‘vocazione balcanica’ del nostro Paese, e di un suo nuovo e duraturo attivismo anche in sede europea.</p>
<p>Policy Analyst, European Policy Centre (EPC), Bruxelles</p>
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