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	<title>#ambiente Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<title>#ambiente Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Proteggere l’ambiente senza protezionismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Bergamaschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 22:30:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[#ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La sfida ambientale, e in particolare la lotta ai cambiamenti climatici, è una delle sfide principali del nostro&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La sfida ambientale, e in particolare la lotta ai cambiamenti climatici, è una delle sfide principali del nostro secolo. <strong>“Esistenziale”</strong> perché senza stabilizzare l’incremento della temperatura globale, idealmente entro 1,5 gradi come indicato dall’ultimo rapporto della comunità scientifica internazionale dell’IPCC, non sarà possibile garantire la disponibilità delle risorse – in primis acqua, cibo ed energia – e salvaguardare la salute umana e degli ecosistemi. Di conseguenza i cambiamenti climatici minacciano direttamente la sicurezza e la prosperità di tutte le nazioni, mettendo già ora in serio pericolo l’esistenza stessa delle comunità più vulnerabili, come le piccole isole del Pacifico e le comunità rurali del Sahel.</p>
<p><strong>La trasformazione ecologica deve diventare un imperativo interesse nazionale </strong>a maggior ragione perché ci troviamo in una regione geografica particolarmente esposta al surriscaldamento globale e ai suoi rischi. Il bacino del Mediterraneo si riscalda infatti più velocemente della media globale, oggi più caldo di 1,4 gradi rispetto all’incremento medio globale di circa 1 grado rispetto all’era pre-industriale. L’incremento delle temperature sta aumentando la frequenza e l’intensità, e dunque i danni, di eventi metereologici estremi che hanno già spezzato le vite di molti.</p>
<p>Nessun paese da solo può affrontare la sfida dei cambiamenti climatici. Mai come oggi abbiamo bisogno della cooperazione internazionale e di regole multilaterali condivise. L’Accordo internazionale sul clima è stato raggiunto a Parigi nel 2015 e <strong>ora si tratta di passare dalla costruzione di un regime internazionale condiviso alla sua implementazione.</strong> La comunità scientifica ci avverte che le azioni e gli impegni intraprese finora non sono sufficienti a stabilizzare il riscaldamento globale entro la soglia più sicura di 1,5 gradi, che rischia di essere raggiunta già nel 2030. Occorre dunque una trasformazione tempestiva e senza precedenti. Ad oggi siamo in rotta per raggiungere 3 gradi di riscaldamento medio globale entro fine secolo, una soglia che non garantirebbe la convivenza pacifica dei popoli.</p>
<p><strong>La sfida è proporre un modello di politica riformista alternativa ai nuovi nazionalismi in grado di offrire protezione senza protezionismo.</strong> Richiudersi in sé stessi in un mondo interconnesso, senza di fatto più confini, con la speranza di mantenere il controllo sul proprio destino è un’illusione pericolosa perché le trasformazioni in atto sono ingestibili senza la cooperazione internazionale. L’orizzonte più prossimo per la protezione degli interessi italiani nel mondo è necessariamente quello europeo. Rafforzare riformando il progetto europeo alla luce delle nuove sfide è la via più sicura ed efficace per gestire il cambiamento in modo ordinato ed equo e per incidere in modo profondo sugli affari globali (l’esatto contrario del modello della Brexit).</p>
<p><strong><em> </em></strong><strong>Abbiamo allora bisogno di un’Europa forte che si impegni a</strong> <strong>riformare il commercio internazionale per mantenere la fiducia nei mercati aperti</strong> <strong>e l’abilità di raggiungere gli obiettivi climatici. </strong>Il commercio internazionale rimane lo strumento principale che ci connette con l’economia globale e fondamentale per raggiungere gli obiettivi di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico. Perché senza mercati aperti sarà molto difficile generare economie di scala che permettano di abbattere i costi delle tecnologie pulite e garantirne così la piena e tempestiva diffusione e adozione globale. Inoltre, l’aggravarsi degli impatti climatici significa che sempre più paesi, soprattutto quelli della sponda sud del Mediterraneo e della fascia del Sahel, dipenderanno dall’importazioni di cereali e cibo per soddisfare la loro sicurezza alimentare.</p>
<p>Siamo consapevoli che gli accordi commerciali esistenti non sono perfetti ma spesso causano effetti indesiderati e non sono stati concepiti e discussi in modi inclusivo e trasparenti. Occorre includere azioni che permettono di ottenere un’economia internazionale più giusta e competitiva, come per esempio terminare i paradisi fiscali e contrastare la concentrazione di potere in mano a pochi oligarchi che impedisce l’innovazione o la riduzione dei prezzi per i consumatori. <strong>Riformare l’economia globale prendendosi cura dell’ambiente e delle persone significa iscrivere negli accordi commerciali condizioni per cui vengano rispettati gli impegni stabiliti dall’Accordo di Parigi sul clima e i diritti dei lavoratori.</strong> L’applicazione di queste condizioni deve essere garantita da organismi multilaterali indipendenti, come l’Organizzazione internazionale del lavoro per quanto riguarda il rispetto dei diritti dei lavoratori. Per garantire la protezione sociale questi accordi devono essere accompagnati da pacchetti di solide misure domestiche per rafforzare i salari e la produttività e per consentire che le industrie e le comunità più vulnerabili, come l’industria tradizionale dell’auto a combustione o le comunità rurali, abbiano accesso a processi di formazione e nuovi investimenti per rilanciare l’economia locale invece di essere spinte fuori dal mercato. Le nuove tecnologie devono diventare una fonte di creazione di valore e opportunità invece di presentarsi contro le persone.</p>
<p>Tutto ciò è possibile a patto che la transizione ecologica non diventi un obiettivo fine a sé stesso, ma un’opportunità per uno sviluppo economico sostenibile e giusto.</p>
<p><strong><em> </em></strong>La trasformazione dell’economia globale deve essere quindi accompagnata da una <strong>seria riforma della finanza pubblica e privata che devono tornare a servire l’economia e le persone e realizzare uno sviluppo pienamente sostenibile</strong>. Per permettere lo spostamento efficace di capitali da investimenti in combustibili fossili e compagnie non virtuose verso investimenti puliti è necessario che la rendicontazione non finanziaria – ossia la comunicazione di informazioni su sostenibilità ambientale, sostenibilità sociale, catena di fornitura, gestione delle diversità e gestione dei rischi – diventi obbligatoria. Solo fornendo le informazioni in modo trasparente sull’effettiva esposizione ai rischi climatici e sociali sarà possibile orientare le decisioni degli investitori privati, come fondi pensione, assicurazioni e banche d’investimento, verso attività non inquinanti e socialmente sostenibili.</p>
<p>Occorrerà inoltre disincentivare l’utilizzo dei combustibili fossili attraverso misure fiscali che ne interrompano definitivamente il sostegno pubblico e allo stesso tempo tassino le emissioni inquinanti. Per evitare che si trasformino in misure inique, i proventi di questa tassazione dovranno essere reinvestiti a beneficio delle famiglie più vulnerabili, per esempio per la riqualificazione energetica delle abitazioni delle oltre 9 milioni di persone che in Italia, soprattutto al Sud, soffrono di povertà energetica non riuscendo a riscaldare adeguatamente le loro case. <strong>L’efficienza energetica è un mezzo fondamentale per abbattere i consumi, i costi e le emissioni, offrendo al contempo elevati vantaggi per le attività produttive e la geopolitica.</strong> Riducendo infatti i consumi di gas per il riscaldamento si ridurranno anche i bisogni di importazioni di gas e di nuove infrastrutture, come gasdotti e rigassificatori, e dunque la dipendenza da (e il finanziamento di) regimi autoritari e corrotti.</p>
<p><strong> </strong><strong>La questione fondamentale connessa alle infrastrutture non è se costruire o no, ma cosa costruire e come.</strong> Le infrastrutture sono vitali per l&#8217;economia e la sicurezza delle persone, le quali dipenderanno in maniera sempre maggiore dalla capacità di resistere ai cambiamenti climatici. Questo è uno dei messaggi fondamentali del rapporto IPCC sugli 1,5 gradi. Rimanere entro la soglia di 1,5 gradi significa che ogni nuova infrastruttura non può più prescindere dalle emissioni che genererà e da standard di resilienza tali da resistere agli impatti dei cambiamenti climatici che diventeranno sempre più violenti. Questi criteri devono essere utilizzati nelle valutazioni che precederanno la costruzione di nuove infrastrutture e l’investimento di ingente capitale politico ed economico. Ciò vale soprattutto per nuove infrastrutture fossili, incluso il gasdotto TAP. Il rapporto IPCC indica con chiarezza che non c’è più spazio per nuovo gas fossile se vogliamo limitare l’incremento della temperatura a livelli più sicuri e gestibili possibili. La combustione di gas deve infatti scendere a livello mondiale del 25% entro il 2030 e del 74% entro il 2050 rispetto al 2010. Se fino ad ora abbiamo considerato il gas come “combustibile ponte” per la transizione energetica, la comunità scientifica suggerisce che siamo arrivati alla fine di quel ponte.</p>
<p>La transizione ecologica offre dunque un modello radicalmente e pragmaticamente diverso di pensare il commercio, l’economia, la finanza e le infrastrutture. Le trasformazioni necessarie a <strong>rendere le nostre città più sane, più pulite, più efficienti e intelligenti non possono però prescindere dal garantire adeguate protezioni sociali</strong> e alternative alle comunità affette in negativo dal cambiamento.</p>
<p>*Ricercatore Istituto Affari Internazionali</p>
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		<title>La transizione ecologica per il futuro della sinistra europea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jul 2018 10:44:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[#ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[#multilateralismo]]></category>
		<category><![CDATA[#unioneeuropea]]></category>
		<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Luca Bergamaschi &#160; Introduzione Da qui a maggio 2019, in occasione delle prossime elezioni europee, la sinistra&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Di Luca Bergamaschi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Introduzione</strong></p>
<p><strong>Da qui a maggio 2019, in occasione delle prossime elezioni europee, la sinistra in tutte le sue forme deve recuperare in poco tempo molto terreno se non vuole finire nell’irrilevanza, stretta dalla morsa di populismi nazionalisti ed estremisti.</strong> C’è infatti un rischio molto serio che il prossimo Parlamento Europeo sia dominato da forze di estrema destra e populiste.</p>
<p><strong>La crisi che le sinistre europee condividono, eccetto forse per il nuovo esecutivo spagnolo, è una crisi di rappresentanza, credibilità e ambizione.</strong> Nel caso del Partito Democratico ripetere continuamente i successi del passato senza una sufficiente credibilità a livello personale o di leadership (per motivi giusti o sbagliati che siano) non fa presa su un elettorato stanco e desideroso di cambiamento. Chi dice cosa è importante quanto cosa si dice. Per questo motivo il PD ha bisogno, in tempi rapidi, di una vera e proprio metamorfosi che dia spazio a facce nuove, in primis giovani e donne, sia aperta ad ampie alleanze e che rilanci visione e politiche ambiziose in risposta al crescente populismo nazionalista.</p>
<p><strong>In questo contesto la sfida ambientale, e in particolare la lotta al cambiamento climatico, offre un modello concreto e alternativo al risorgere dei nazionalismi e al futuro della sinistra.</strong> Questo modello, e il suo successo, ha le fondamenta in due pilastri principali: <strong>la trasformazione giusta dell’economia globale del ventunesimo secolo e la cooperazione internazionale basata su regole multilaterali condivise.</strong> La sinistra europea deve recuperare lo spirito della storica COP21, la ventunesima conferenza mondiale sul clima del dicembre 2015, in cui fu adottato l’Accordo di Parigi. Questo passaggio ha segnato un enorme successo della diplomazia multilaterale contemporanea sotto la guida della Presidenza francese del governo Hollande e dell’Amministrazione Obama. Da allora però la sinistra non è più riuscita a dare alla visione di Parigi la priorità politica necessaria per tradurla in un progetto politico coerente, perdendo così la credibilità di un elettorato sempre più ampio e sensibile.</p>
<p>In Italia, la scelta del referendum sulle trivelle (per continuare l’estrazione di idrocarburi, entro 12 miglia dalla costa, fino ad esaurimento del giacimento invece che fino al termine della concessione), il mancato supporto a obiettivi europei ambiziosi ma realistici nel campo dell’energia e del clima e la mancanza di una generale priorità politica (con l’eccezione del governo Gentiloni e del lavoro di alcuni sindaci come Giuseppe Sala a Milano) hanno creato un profondo scollamento all’interno della comunità della sinistra, raccolto in seguito dal Movimento 5 Stelle. In Germania, i socialdemocratici sono stati incapaci di abbracciare con coraggio l’idea di una transizione socialmente sostenibile rimanendo invece ancorati in difesa delle roccaforti carbonifere a ovest nella regione della Ruhr e a est in Lusazia. In Francia, i socialisti non hanno saputo capitalizzare il successo del 2015 lasciando la scena a Emmanuel Macron che ha fatto della lotta al cambiamento climatico una sua roccaforte domestica e internazionale.</p>
<p>Il nuovo esecutivo spagnolo manda invece segnali promettenti di rilancio, con la nomina di Teresa Ribera, da sempre in primo piano nella lotta al cambiamento climatico, a guidare il nuovo super Ministero della Transizione Ecologica. Questo ministero, sul modello di quello francese, ha responsabilità sull’energia, l’ambiente e lo sviluppo sostenibile, una formula che, se fosse applicata anche in Italia e in Germania, consentirebbe una maggiore coerenza, efficacia e pianificazione “di sistema”, invece di mantenere competenze separate in diversi ministeri ed esposti a interessi contrapposti.</p>
<p><strong>Quali proposte allora per un progetto politico alternativo con al centro la transizione ecologica in vista delle elezioni europee del 2019?</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Per una transizione giusta</strong></p>
<p><strong>La necessità e l’urgenza del riscaldamento globale e dell’inquinamento dell’aria e dei mari definiscono un nuovo paradigma politico per la convivenza pacifica dei popoli del ventunesimo secolo: riusciremo a gestire la transizione ecologica in modo ordinato o il cambiamento incontrollato trainato da eventi</strong> – dal peggioramento degli impatti climatici alle profonde trasformazioni tecnologiche alle migrazioni di massa al collasso dei paesi produttori di idrocarburi e i conseguenti impatti sulla geopolitica e sul commercio internazionale – <strong>creerà più disordine, instabilità e competizione?</strong></p>
<p><strong>La sinistra europea deve rispondere a questa sfida con la piena consapevolezza che la trasformazione giusta e ordinata dell’economia globale non è solo possibile ma l’orizzonte ultimo per preservare i suoi valori identitari di pace, giustizia sociale, progresso, diritti umani, cooperazione, democrazia e libertà.</strong></p>
<p>L’Accordo di Parigi indica come soglia di sicurezza per evitare cambiamenti incontrollabili il raggiungimento, a livello globale, della <strong>“neutralità delle emissioni”</strong> entro la seconda metà del secolo: per l’Europa questo implica la transizione a un’economia a zero emissioni nette entro il 2050. Un primo impegno concreto deve essere quello di adottare questo obiettivo ultimo come il punto di riferimento principale per pianificare il futuro dell’Unione. Nella pratica significa allineare tutte le politiche e gli obiettivi europei all’obiettivo di zero emissioni nette al 2050, iniziando con l’innalzamento dell’attuale obiettivo europeo al 2030 di riduzione delle emissioni, fissato nel 2014, da almeno il 40% ad almeno il 50% rispetto al 1990.</p>
<p><strong>Dobbiamo allora riorganizzare radicalmente e nel tempo più rapido possibile il modo in cui produciamo, consumiamo, costruiamo, ci spostiamo e ci relazioniamo con i nostri vicini e partner internazionali.</strong> Questa trasformazione così profonda richiede la definizione di un nuovo “contratto sociale ecologico” basato su tre ingredienti principali – investimenti, protezione e futuro – con al centro una grande riforma della finanza pubblica e privata che ponga la finanza al servizio dell’economia e delle persone, invece di farne da padrone, per supportare lo sviluppo locale, pulito e socialmente sostenibile. Ogni stimolo pubblico che produca chiari benefici economici, sociali e ambientali, come il supporto all’efficienza energetica, e che nel lungo periodo diminuisce i costi della spesa pubblica non può essere considerato dalle regole europee come un debito che aggrava il deficit pubblico. La battaglia della “flessibilità di bilancio” è una battaglia per la prosperità, la sicurezza e il futuro dei cittadini che la sinistra deve portare avanti nella consapevolezza di assegnare la flessibilità a quegli investimenti che effettivamente creano un provato valore economico, sociale e ambientale per la transizione ecologica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li><strong>Investimenti per creare lavoro locale </strong></li>
</ol>
<p><strong> Il passaggio da un’economia fossile a un’economia ecosostenibile richiede un livello di investimenti senza precedenti</strong>: la Commissione Europea stima che al 2030 occorrono 2 mila miliardi di euro per nuove infrastrutture, le energie rinnovabili e l’efficienza energetica. Questo rappresenta un enorme stimolo economico per la crescita e la creazione di milioni di posti di lavoro locali che va a sostituire miliardi di euro spesi per l’importazione, di oltre un miliardo di euro al giorno, di combustibili fossili. Questi investimenti permettono una riduzione sostenuta delle bollette di cittadini e imprese attraverso i risparmi sulle importazioni e l’uso efficiente delle risorse. La riduzione dell’esposizione alla volatilità dei prezzi dei combustibili fossili è lo scudo più robusto per salvaguardare la capacità di spesa dei consumatori.</p>
<p><strong>La Green Economy è oggi il settore dell’economia globale con la crescita più rapida e la piattaforma della prosperità sostenibile della prossima generazione.</strong> La rivoluzione edile di fronte a noi non risiede tanto nella costruzione del nuovo ma nel rendere il patrimonio edilizio esistente il più energeticamente efficiente e intelligente possibile. La rivoluzione dei trasporti significa adottare mezzi di trasporto elettrici e politiche di condivisione che trasformano la vita delle città, contribuendo ad abbattere l’inquinamento dell’aria che causa oltre 400 mila morti premature all’anno in Europa.</p>
<p><strong>Per ottenere tutto ciò, oltre alla visione e alla priorità politica, occorre una profonda riforma finanziaria che dedichi più risorse comuni alla transizione ecologica</strong>, partendo dal nuovo programma di investimenti europei (“InvestEU”, che sostituisce il piano Juncker) e il nuovo budget europeo. Vista la centralità della transizione ecologica in tutti i settori dell’economia, il nuovo budget europeo dovrebbe dedicare almeno la metà delle sue risorse a essa e allo stesso tempo terminare completamente ogni forma di supporto diretto o indiretto ai combustibili fossili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li><strong>Protezione dei cittadini</strong></li>
</ol>
<p><strong> </strong>Se la transizione ecologica avrà un impatto generale positivo sulla creazione di nuovi posti di lavoro, molti di quelli tradizionali andranno perduti, con serie conseguenze per i lavoratori e le comunità più vulnerabili, come nel caso dell’industria dei combustibili fossili, con particolare riferimento al carbone, e dell’industria dell’auto a combustione. È necessario allora dedicare parte dei fondi di coesione europei a quelle regioni, comunità e settori più affetti dagli impatti negativi della transizione.</p>
<p><strong>Occorre inoltre investire in strategie specifiche a seconda delle situazioni particolari e delle loro opportunità per non lasciare indietro nessuno</strong>: da piani di pre-pensionamento a sviluppo di nuove industrie locali alla possibilità di rimpiego e nuova formazione. Tutto questo in un dialogo partecipativo con sindacati, imprese, decisori politici a tutti i livelli (sindaci, governatori regionali, ministri) e la società civile. Se questo modello avrà successo aiuterà la sinistra a rispondere più efficacemente e credibilmente alla sfida generale del futuro del lavoro.</p>
<p>La protezione dei cittadini richiede di mettere la finanza al servizio delle persone più vulnerabili dedicando esplicitamente, per esempio, parte dei fondi e del budget europeo all’efficientamento energetico delle comunità più bisognose che vivono in condizioni di povertà energetica, soprattutto in Europa orientale. La Commissione Europea stima infatti che l’11% della popolazione europea, oltre 50 milioni di persone, non può permettersi i costi per un riscaldamento adeguato della propria abitazione.</p>
<p><strong>Mettere la finanza a disposizione delle persone significa anche richiedere a tutte le imprese di riportare in modo trasparente le informazioni sull’impatto dei loro investimenti sull’ambiente, con riferimento particolare alle emissioni clima-alteranti, e sulla loro esposizione al rischio fisico degli impatti climatici e al rischio finanziario della perdita di valore dei loro asset</strong> (quest’ultimo vale soprattutto per le grandi compagnie di petrolio e gas). Un impegno concreto è quello di rendere queste informazioni pubbliche e obbligatorie sulla base del lavoro svolto dalle banche centrali e dai regolatori finanziarie dei paesi G20 attraverso la <a href="https://www.fsb-tcfd.org/wp-content/uploads/2017/06/FINAL-TCFD-Report-062817.pdf"><em>Task Force on Climate-related Financial Disclosures</em></a><em>. </em>Queste informazioni sono fondamentali e necessarie per riorientare le scelte dei risparmiatori e riformare la finanza globale privata e dedita allo sviluppo.</p>
<p>Infine, <strong>la protezione dei cittadini passa dalla difesa fisica delle persone, delle imprese e del territorio dagli impatti crescenti del cambiamento climatico.</strong> Anche in questo caso occorrono risorse specifiche per l’adattamento e la resilienza, soprattutto delle regioni più esposte, come i paesi dell’Europa meridionale. Ma più risorse da sole non bastano: occorre un grande piano Europeo di gestione preventiva del rischio climatico che parta da una valutazione degli impatti delle diverse temperature sulle infrastrutture, sulla salute e sul conseguente livello di investimenti necessario, fino alla formulazione di strategie specifiche di risposta ai diversi impatti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="3">
<li><strong>Futuro</strong></li>
</ol>
<p><strong> L’industria deve tornare al centro delle politiche economiche progressiste con l’obiettivo di creare l’industria più competitiva e produttiva della transizione ecologica globale.</strong> Per fare ciò occorre investire da un lato sull’efficienza delle risorse e dall’altro sulle tecnologie del futuro. Rendere obbligatorio standard di efficienza energetica ed economia circolare permetterebbe alle imprese di risparmiare ingenti quantità di risorse per l’acquisto di combustibili fossili e altre materie prime aumentandone la produttività, la capacità di innovazione e la competitività internazionale.</p>
<p>E’ inoltre indispensabile per il futuro delle imprese e del lavoro dedicare più risorse specifiche all’innovazione, alla ricerca e allo sviluppo, accelerando il processo di commercializzazione delle innovazioni più promettenti. In particolare, la decarbonizzazione dei trasporti, dell’industria (compresa quella pesante come acciaio, alluminio, cemento e carta) e dell’agricoltura sono l’orizzonte su cui puntare attraverso programmi specifici e collaborazioni con le università per sviluppare il <em>know-how</em> del ventunesimo secolo. In questo risiede la competitività, l’opportunità e la prosperità sostenibile del futuro.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>L’Europa nel mondo</strong></p>
<p><strong>Parallelamente all’azione domestica la sinistra deve porre l’idea della trasformazione ecologica giusta al centro della propria ridefinizione del ruolo dell’Europa nel mondo e delle relazioni internazionali.</strong> Se la sfida della transizione ecologica presenta molte opportunità, vi sono però anche molti rischi che, se non gestiti, minano le basi della cooperazione multilaterale basata su regole condivise.</p>
<p>Per il secondo anno consecutivo gli impatti del cambiamento climatico hanno causato più spostamenti forzati che i conflitti: nel 2017 oltre 19 milioni di persone sono state costrette a spostarsi a causa di disastri naturali. Per il 2050 stime medie mostrano che i migranti ambientali potrebbero raggiungere i 200 milioni, con quelle più pessimiste che indicano fino a un miliardo di persone costrette a spostarsi a causa di disastri ambientali. I modelli climatologici mostrano che senza un&#8217;accelerazione della transizione la maggior parte del Medio Oriente rischia di diventare inabitabile nel corso dei prossimi decenni. La regione del Mediterraneo e del Medio Oriente potrà vedere le proprie temperature alzarsi di oltre i 4 gradi nel 2050 e tra i 6 e gli 8 gradi nel 2100, toccando in estate picchi di oltre i 50 gradi.</p>
<p><strong>E’ evidente che il cambiamento climatico sarà l&#8217;elemento determinante della migrazione e di potenziali nuovi conflitti.</strong> Se la sinistra non affronta oggi la questione del movimento forzato delle persone partendo dalle sue cause profonde, questo secolo rischia di segnare il fallimento della convivenza pacifica come l&#8217;abbiamo conosciuta in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi.</p>
<p><strong>Occorre ripensare lo sviluppo in funzione dei cambiamenti futuri e degli impatti del cambiamento climatico, iniziando a dedicare la priorità delle risorse disponibili alla resilienza dei sistemi idrici e alimentari delle regioni più vulnerabili e nel vicinato, come nell&#8217;Africa Sub-Sahariana e in Nord Africa.</strong> Le misure di resilienza, insieme all’accesso all’energia pulita e all’efficienza energetica, sono anche necessarie a garantire lo sviluppo sostenibile di una larga fetta della popolazione (in crescita) di queste aree, soprattutto quella giovanile.</p>
<p><strong>A livello geopolitico, l’Europa dovrà innanzitutto affrontare il disordine al di fuori dei suoi confini, soprattutto in Medio Oriente, causato da potenze come Russia, Arabia Saudita e Iran, il cui potere è finanziato prevalentemente dalla vendita di combustibili fossili.</strong> Il modo migliore per diminuire la capacità di questi paesi di creare instabilità è di accelerare la decarbonizzazione dei trasporti e del riscaldamento (in questo senso la rivoluzione edile e dei trasporti è anche una rivoluzione geopolitica) ma allo stesso tempo sostenere il vicinato e i produttori stessi nella loro transizione ecologica e gestione degli impatti climatici.</p>
<p><strong>Infine, in un momento di frammentazione geopolitica, sfiducia nella cooperazione internazionale e aumento dei rischi globali la sinistra deve investire di più nella diplomazia per allineare gli interessi dei vari paesi, condividere le opportunità ed evitare approcci nazionalistici, protezionistici e competitivi di sviluppo che minerebbero l’essenza stessa del multilateralismo. Nel ventunesimo secolo il successo della sinistra dipende dal successo del multilateralismo.</strong> Un impegno concreto è quello di aumentare la capacità diplomatica dell’Unione Europea, attraverso più poteri e risorse umane dedicate, per influenzare le scelte climatiche ed energetiche delle maggiori potenze globali, dalle quali dipende la nostra sicurezza, e di ripensare le relazioni con Cina, India e altri paesi emergenti. Il <a href="http://www.arne-lietz.de/files/2018/03/DraftReport.ClimateDiplomacy.pdf">nuovo rapporto del Parlamento Europeo sulla diplomazia del clima</a>, redatto dagli eurodeputati tedeschi di centro sinistra Arne Lietz e Jo Leinen, dovrebbe diventare la base di partenza per una nuova diplomazia europea.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Conclusione</strong></p>
<p><strong>La transizione ecologica, se gestita in maniera giusta e ordinata, offre alla sinistra europea una visione e azioni concrete da cui ripartire per ripensare sé stessa e il suo ruolo nel mondo.</strong> Occorre riportare al centro della politica di sinistra la sfida ambientale e dare spazio a nuove personalità per una rappresentanza credibile, impegnandosi per obiettivi e politiche ambiziose e facendo leva su un vasto capitale industriale, sociale, istituzionale e della ricerca che è fortemente impegnato e sensibile ma altrettanto sottorappresentato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1128/">La transizione ecologica per il futuro della sinistra europea</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Usa fuori da Parigi: una sfida per l&#8217;Italia.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jun 2017 13:22:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Luca Bergamaschi Con una decisione miope che danneggia la fiducia internazionale degli Stati Uniti e mette a&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Luca Bergamaschi</em></p>
<p>Con una decisione miope che danneggia la fiducia internazionale degli Stati Uniti e mette a rischio la sicurezza e stabilità globale, il Presidente americano Donald Trump ha annunciato che intende abbandonare l’Accordo di Parigi (AdP) sui cambiamenti climatici, uno dei più importanti successi della diplomazia multilaterale contemporanea, rimanendo tuttavia aperto alla possibilità di rinegoziare i termini dell’impegno americano o dell’Accordo stesso. Quest’ultima ipotesi è già stata esclusa dai leader dei tre paesi europei del G7, Italia, Francia e Germania, attraverso una <a href="http://www.governo.it/articolo/dichiarazione-italia-germania-francia-sullannuncio-degli-usa-delluscita-dallaccordo-di">dichiarazione congiunta</a> e dal <a href="http://newsroom.unfccc.int/unfccc-newsroom/unfccc-statement-on-the-us-decision-to-withdraw-from-paris-agreement/">segretariato</a> della convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC).</p>
<p>È importante innanzitutto notare che gli USA rimangono parte del UNFCCC e pertanto hanno diritto a partecipare ai lavori dell’AdP fino a quando l’uscita effettiva non sarà completata. L’AdP prevede infatti che un paese debba presentare una notifica scritta al Segretario Generale delle Nazioni Unite un anno prima dell’uscita effettiva. Questa notifica, tuttavia, può essere presentata solo dopo 3 anni dall’entrata in vigore dell’AdP, avvenuta il 4 Novembre 2016. Dunque l’uscita degli USA sarà effettiva solo a partire dal 4 Novembre 2020, ovvero 4 anni (3 più 1) dall’entrata in vigore dell’AdP. Ciò significa che se non si troverà un accordo con gli USA per un’eventuale permanenza entro quella data, i cittadini americani avranno l’opportunità di esprimere la loro preferenza attraverso le prossime elezioni presidenziali del 3 novembre 2020.</p>
<p>Che impatto avrà l’uscita degli USA dall’Accordo di Parigi?</p>
<p>L’uscita degli USA di Trump implica uno stop, sulla carta, all’implementazione dell’impegno nazionale di riduzione delle emissioni (26-28% al 2025 rispetto al 2005) e uno stop alla partecipazione al Green Climate Fund (gli USA hanno versato finora 1 miliardo di dollari, un terzo di quanto promesso da Barack Obama nel 2014). Nonostante l’uscita degli USA, l’AdP rimane in vigore e lo strumento più condiviso (sono infatti 195 i paesi firmatari, inclusa la Corea del Nord), efficace e vincolante nella lotta ai cambiamenti climatici. Ora gli USA si aggiungono a Siria e Nicaragua come unici paesi non partecipanti.</p>
<p>Gli effetti pratici di questa decisione sono ancora incerti ma certo è che la riduzione delle emissioni e l’adozione delle tecnologie a basse emissioni sono due fenomeni ormai inarrestabili grazie alla volontà politica locale, regionale e globale di continuare sulla strada tracciata dall’AdP e alle dinamiche economiche in supporto di investimenti e mercati “verdi” trainate dall’innovazione, l’efficienza e la caduta dei costi. Negli stessi Stati Uniti l’azione degli Stati, delle città, delle imprese e dei cittadini non si fermerà. Anzi, essi si stanno già mobilitando per tenere fede agli impegni americani di riduzione delle emissioni attraverso la creazione della <a href="https://twitter.com/kylegriffin1/status/870394672274952196">United States Climate Alliance</a>. Se gli Stati federali che supportano l’AdP fossero <a href="https://twitter.com/WRIClimate/status/870060211465334784">un solo Stato</a>, sarebbero la quinta economia mondiale, i sesti più grandi emettitori di emissioni e il dodicesimo paese più popoloso della terra. Un altro esempio: il giorno prima dell’annuncio di Trump, il <a href="http://www.latimes.com/politics/essential/la-pol-ca-essential-politics-updates-california-plan-for-100-renewable-1496258464-htmlstory.html">Senato della California</a> ha  passato una legge per far sì che il 100% dell’elettricità consumata dalla California entro il 2045 provenga da fonti rinnovabili.</p>
<p>L’Amministrazione Trump si trova così isolata e rischia di danneggiare la prosperità economica stessa degli Stati Uniti. Nonostante la retorica distopica del discorso di Trump, le industrie del solare e dell’eolico americane stanno infatti creando occupazione ad un passo che è <a href="http://edfclimatecorps.org/sites/edfclimatecorps.org/files/the_growth_of_americas_clean_energy_and_sustainability_jobs.pdf">12 volte più veloce</a> rispetto alla media. Il settore delle rinnovabili e dell’efficienza energetica sono un motore fondamentale della crescita e occupazione americana. Le rinnovabili danno lavoro a <a href="http://www.irena.org/News/Description.aspx?NType=A&amp;mnu=cat&amp;PriMenuID=16&amp;CatID=84&amp;News_ID=1490">777.000 americani</a> (9,8 milioni a livello globale) e già oggi l’occupazione del solare da sola (<a href="https://energy.gov/sites/prod/files/2017/01/f34/2017%20US%20Energy%20and%20Jobs%20Report_0.pdf">373.807</a>) ha sorpassato quella delle centrali a carbone (<a href="https://energy.gov/sites/prod/files/2017/01/f34/2017%20US%20Energy%20and%20Jobs%20Report_0.pdf">86.035</a>),  dell’industria mineraria del carbone (circa <a href="https://www.bls.gov/webapps/legacy/cesbtab1.htm">50.000</a>) e dell’estrazione del petrolio e gas (<a href="https://www.bls.gov/webapps/legacy/cesbtab1.htm">180.000</a>) messe insieme. Mentre <a href="https://energy.gov/sites/prod/files/2017/01/f34/2017%20US%20Energy%20and%20Jobs%20Report_0.pdf">2,2 milioni</a> di americani sono occupati nel design, installazione o produzione di prodotti e servizi legati all’efficienza energetica.</p>
<p>L’abbandono degli impegni sul clima può rivelarsi inoltre una scelta politica impopolare e controproducente. Infatti gli americani sono molto favorevoli all’azione sul clima: il <a href="https://www.thechicagocouncil.org/publication/growing-support-us-some-climate-change-action">71%</a> ritiene che gli USA dovrebbero partecipare all’AdP e solo il <a href="https://www.documentcloud.org/documents/3319076-2017-01-15-Trend-for-Release.html#document/p4">31%</a> appoggia l’uscita. <a href="http://www.pewinternet.org/2016/10/04/public-views-on-climate-change-and-climate-scientists/">L’89%</a> degli americani è a favore dei parchi solari e l’<a href="http://www.pewinternet.org/2016/10/04/public-views-on-climate-change-and-climate-scientists/">83%</a> di quelli eolici. Dunque la decisione di uscire potrebbe contribuire all’emergere di una nuova configurazione del Congresso attraverso le elezioni di <em>mid-term</em> previste a novembre 2018 nelle quali tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e 34 dei 100 seggi del Senato saranno soggetti a nuove elezioni.</p>
<p>A livello internazionale, la marcia indietro rispetto agli impegni internazionali presi segna un ulteriore perdita di fiducia nelle relazioni tra gli USA di Trump e il resto del mondo, aggravando la già scarsa credibilità e fiducia nelle competenze dell’Amministrazione Trump. <a href="http://www.repubblica.it/ambiente/2017/06/02/news/clima_juncker_non_si_torna_indietro_da_accordi_parigi-167030915/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P6-S1.6-T1">Il resto del mondo</a> ha risposto in modo chiaro nel rimanere impegnato all’attuazione dell’Accordo di Parigi. Il giorno dopo la decisione di Trump <a href="http://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2017/06/02-tusk-remarks-eu-china-summit/">i leader di Europa e Cina hanno congiuntamente riconfermato</a> il loro impegno non solo a mantenere gli impegni presi ma anche ad approfondire la cooperazione bilaterale, dando il via ad un riassesto globale.</p>
<p>L’uscita degli USA dall’AdP apre comunque un nuovo capitolo di sfide e rischi. Essa infatti fissa un precedente per altri paesi e offre l’occasione per mettere in questione l’efficacia dell’Accordo stesso. I primi segnali sono comunque positivi: l’<a href="http://in.reuters.com/article/us-germany-india-climatechange-idINKBN18Q1C0">India</a> aveva annunciato già prima dell’annuncio di Trump che anche in caso di uscita americana manterrà i propri impegni, così come la <a href="http://www.independent.co.uk/environment/russia-paris-agreement-climate-change-donald-trump-us-decision-global-warming-moscow-putin-a7766481.html">Russia</a>. La sfida immediata che soprattutto Europa e Cina dovranno affrontare è come colmare il divario che verrà lasciato dal contributo USA in termini di riduzione di emissioni e, in modo più urgente, di finanza per il clima. Occorrerà trovare una soluzione in tempi stretti perché il riscaldamento globale non deceleri e per i paesi e le regioni più vulnerabili, come l’Africa sub-sahariana, il Nord Africa e le isole pacifiche, sono già oggi esposti a livelli critici di rischio. Il cambiamento climatico aggrava la fragilità dei paesi più vulnerabili attraverso l’aumento dell’insicurezza alimentare e della sete, a cui è connesso un incremento di povertà, instabilità, conflitti e movimento delle persone. I cambiamenti climatici sono, in prima linea, una minaccia alla sicurezza e alla stabilità globale.</p>
<p>Cosa significa tutto ciò per l’Italia e l’Europa?</p>
<p>Alla luce del nuovo ordine geopolitico e geoeconomico emergente, l’implementazione dell’AdP e la trasformazione pulita dell’economia devono essere riconosciuti come interessi fondamentali ed assumere un ruolo centrale nella definizione dell’identità nazionale ed europea per un futuro prospero e sicuro. L’Italia ha tutte le potenzialità, e l’interesse strategico, per diventare l’attore chiave in Europa e contribuire a definire un ruolo nuovo dell’Europa nel mondo attraverso una rinnovata diplomazia politica ed economica del clima. Molto del successo dipenderà dalla volontà politica di collocare il tema del clima e della trasformazione dell’economia al centro dell’agenda e delle scelte politiche di oggi.</p>
<p>La competitività, crescita, occupazione e sicurezza nazionale dipendono in modo sempre maggiore da come sarà gestita la sfida del clima. L’opportunità si chiama <a href="http://www.symbola.net/assets/files/GreenItaly%20.Presentazione%20(con%20testi).DEFINITIVA_1476974725.pdf">Green Economy</a>. Già oggi essa è responsabile di quasi 3 milioni di “green jobs”, equivalente al 13,2% dell’occupazione complessiva nazionale, il cui contributo per il 2015 è stimato a 190,5 miliardi di euro e con oltre 365.000 aziende impegnate nel settore. Il rischio invece si chiama instabilità e insicurezza. Il cambiamento climatico è già visibile con aumenti di temperature record e l’inasprirsi delle vulnerabilità del territorio, come quella idrogeologica, e dei fenomeni climatici estremi, come siccità e alluvioni. Tra il 2009 e il 2011 più di 2,3 milioni di italiani sono stati affetti da calamità idrogeologiche, che hanno causato <a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-direttorio/int-dir-2017/en_Signorini_06.02.2017.pdf?language_id=1">2,7 miliardi</a> di danni all’anno. <a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-direttorio/int-dir-2017/en_Signorini_06.02.2017.pdf?language_id=1">9 milioni di italiani e un’impresa su cinque</a> è a rischio inondazione. C’è anche un rischio clima “esterno” generato dall’instabilità che il cambiamento climatico può generare nel vicinato, soprattutto nella <a href="http://e3g.org/news/media-room/underpinning-the-mena-democratic-transition">regione del Nord Africa e Medio Oriente</a>. Essa è infatti una delle regioni più esposte ai rischi climatici e allo stesso tempo una delle regioni più instabili del pianeta. L’instabilità climatica aumenterà la fragilità, come nel caso della <a href="https://factbook.ecc-platform.org/conflicts/syrian-civil-war-role-climate-change">Siria,</a> e il rischio di conflitti e il dislocamento delle persone.</p>
<p>Perciò l’Italia deve impegnarsi con convinzione per una seria politica e diplomazia del clima, con l’obiettivo di:</p>
<ul>
<li>supportare la continua diffusione delle energie rinnovabili, dell’efficienza energetica, cruciale per tagliare consumi e costi e accrescere la competitività e la salute del sistema Paese, e della mobilità elettrica;</li>
<li>approfondire e accelerare il processo di riforma fiscale e finanziaria “verde” partendo dai risultati del recente <a href="http://www.minambiente.it/sites/default/files/archivio/allegati/sviluppo_sostenibile/Financing_the_Future_Summary_IT.pdf">dialogo nazionale per la finanza sostenibile</a>;</li>
<li>pianificare <a href="http://www.wwf.it/news/notizie/?25860/Ecco-le-politiche-per-luscita-dal-carbone-in-Italia">l’uscita dall’uso del carbone entro il 2025</a> in modo giusto; è un impegno coraggioso ma realizzabile e una dimostrazione dall’impatto globale che la decarbonizzazione è possibile senza lasciare indietro nessuno. Può diventare un esempio globale e un <em>asset</em> diplomatico, di leadership e credibilità fondamentale;</li>
<li>supportare le città nella pianificazione urbana sostenibile e resiliente, soprattutto per <a href="https://www.legambiente.it/contenuti/comunicati/emergenza-smog-ecco-come-combattere-lo-smog-cambiando-le-citta-italiane-10-moss">abbattere l’inquinamento atmosferico</a>, e nell’accesso ai capitali finanziari necessari;</li>
<li>concorrere per e riuscire ad ospitare la COP26, la conferenza annuale delle Nazioni Unite sul clima nel 2020, metterebbe l’Italia al centro dei lavori dell’attuazione dell’AdP e della politica globale del clima, soprattutto nel caso in cui un nuovo Presidente americano siederà al tavolo dei negoziati;</li>
<li>ripensare il sistema della governance istituzionale del clima e dell’energia in maniera sistematica e olistica per aumentare la comunicazione, il coordinamento, l’efficienza e l’impatto del lavoro del Governo attraverso, per esempio, l’istituzione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri di un’unità strategica di coordinamento interministeriale per il clima e l’energia;</li>
<li>sviluppare reti elettriche nazionali intelligenti e transnazionali come un elemento strategico fondamentale per ridurre i costi generali di sistema e accrescere la sicurezza.</li>
</ul>
<p>L’elettricità è il vettore del futuro e con essa lo diventeranno le relazioni politiche ed economiche con i nostri vicini, soprattutto nell’area del Mediterraneo. La geopolitica dell’AdP rovescia gli interessi nazionali e crea nuovi rischi, soprattutto per i produttori ed esportatori di combustibili tradizionali. L’Italia deve essere pronta a capire e gestire le nuove sfide e adottare una nuova politica e diplomazia, nazionali ed europee, per garantire stabilità, sicurezza e sviluppo sostenibile per tutti.</p>
<p><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/06/20170527_0593.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-medium_large wp-image-628" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/06/20170527_0593-768x544.jpg" alt="" width="640" height="453" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/06/20170527_0593-768x544.jpg 768w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/06/20170527_0593-300x213.jpg 300w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/06/20170527_0593-1024x726.jpg 1024w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/06/20170527_0593.jpg 1345w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
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