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	<title>Commercio internazionale Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Commercio internazionale Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Per un nuovo modello di sviluppo: il sogno di Adriano Olivetti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 22:39:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Protezionismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Fabrizio Macrì* Il rinnovato dinamismo dell’Italia sui mercati internazionali testimoniato dai dati indicati da Umberto Marengo e&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Fabrizio Macrì*</em></p>
<p>Il rinnovato dinamismo dell’Italia sui mercati internazionali testimoniato dai dati indicati da Umberto Marengo e Chiara Giribaudo, è solo una piccola parte del processo di impetuosa crescita che si potrebbe innescare se la nostra economia fosse ancora più aperta. Non si può ignorare, infatti, che l’incidenza strutturale del valore dell’export totale sul PIL (che in Italia è al 29%) fa di noi il fanalino di coda tra le maggiori economie europee di simili dimensioni: in Germania lo stesso rapporto è al  46%, in Spagna al 33% ed in Francia al 30%. Questi numeri ci dimostrano quindi che la vocazione esportatrice dell’Italia non si è ancora dispiegata a pieno e che ancora grande potrebbe essere il suo sviluppo ed il suo impatto.</p>
<p><strong>Le contraddizioni della globalizzazione e la sfida del protezionismo</strong></p>
<p><strong> </strong>Tuttavia, in Italia come in quasi tutti i paesi occidentali, le politiche pubbliche sembrano essere sempre meno orientate all’apertura economica. Al contrario, assistiamo ad una stretta protezionista destinata ad avere effetti recessivi sia sull’export degli stessi paesi protezionisti che sul tasso di crescita complessivo della domanda globale. Perché questa spirale autolesionista? Ebbene, la crescente apertura dei mercati ha avuto un impatto positivo sull’export, ma ha altresì innescato, specie nei paesi avanzati come l’Italia, delle tensioni sociali legate a due ordini di problemi:</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li>l’introduzione di nuove forme di diseguaglianza anche all’interno delle stesse categorie sociali, generando una forte polarizzazione tra imprenditori capaci di adattarsi al nuovo contesto competitivo grazie ad investimenti in tecnologia, forza lavoro, logistica e marketing e imprenditori legati più al mercato interno che non hanno visto arrivare l’ondata competitiva e sono rimasti specializzati in settori maggiormente esposti alla concorrenza dei paesi a basso costo della manodopera . Una diseguaglianza che si è riflessa anche sui lavoratori che sono stati formati o hanno sviluppato le necessarie competenze economiche e tecnologiche e coloro che hanno invece mantenuto un profilo e delle competenze non più richieste dal nuovo mercato globale;</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li>il forte sviluppo dei Paesi emergenti in particolare nel Sud Est asiatico, non accompagnato da reciprocità nel commercio internazionale e nei flussi d’investimento, ha accentuato lo shock competitivo su alcuni settori e categorie di lavoratori nei Paesi avanzati.</li>
</ol>
<p>La linea di demarcazione quindi tra classi sociali si è spostata ed è diventata trasversale; come ci ha spiegato bene Massimo Ungaro in apertura a questo dossier, possiamo affermare che <strong>non esiste più, o esiste sempre meno, un conflitto tra chi possiede le imprese e chi vi lavora, mentre si è acceso il conflitto tra imprese e lavoratori competitivi in grado di stare sul mercato globale cogliendone le grandi opportunità e chi invece ne è stato tagliato fuori</strong>, subendo un processo di impoverimento graduale che giustamente ci si rifiuta di accettare.</p>
<p><strong>Competitività e solidarietà sociale sono compatibili</strong></p>
<p><strong> </strong>Quei paesi avanzati che meglio hanno saputo ingrandire l’area dei settori vincenti e ridurre l’area dei settori perdenti sono quelli che stanno vincendo la sfida della globalizzazione (Germania, Paesi Scandinavi, Olanda, Canada). Il welfare danese e olandese ad esempio ci viene ben descritto nell’articolo di Igor Guardiancich. La ricetta insomma per sfidare le mutate condizioni sembra essere quella di coniugare in modo equilibrato la competitività con politiche di inclusione nel sistema di chi non ce la fa o è in ritardo. Politiche dunque tese il più possibile ad <strong>allargare l’area che può beneficiare dei vantaggi della globalizzazione e a limitare l’assistenza a quella parte, che deve diventare minoritaria, di imprese e lavoratori che ne vengono esclusi</strong>. Questa impostazione è chiaramente non compatibile con una visione protezionistica dell’economia o nostalgica di una presenza massiccia dello Stato nella gestione dell’impresa. Tuttavia, specie per l’Italia, significa concentrare le risorse disponibili su quei settori industriali a maggiore potenziale di crescita sui mercati internazionali, favorendo qui investimenti ed assunzioni e l’allargamento della platea delle imprese in grado di esportare regolarmente (in Italia ad oggi solo il 25% del totale a fronte del 45% in Germania); rendere eccellenti i servizi turistici, migliorando formazione ed infrastrutture funzionali a questo obiettivo e semplificare nettamente il rapporto tra impresa e Pubblica Amministrazione per favorire non solo l’avvio di attività locali, ma anche l’attrazione di attività imprenditoriali dall’estero. <strong>Più veloce e strutturale sarà la strada intrapresa in questa direzione e minore sarà il peso della spesa necessaria</strong> (e doverosa, oltre che utile al sostegno della domanda aggregata) destinata a sostenere i redditi di chi rimane fuori dal processo di crescita indotto dalla globalizzazione.</p>
<p><strong>Capire le ragioni del protezionismo e del sovranismo</strong></p>
<p><strong> </strong>Una visione pragmatica di quanto sta avvenendo nel mondo e dei rapporti di forza tra economie che si vanno delineando, in cui l’Italia (specie in un contesto di graduale indebolimento dell’UE sulla scena mondiale) non è certo favorita, ci obbliga ad una riflessione più ampia che metta in discussione anche l’impostazione dogmaticamente « aperturista » che le classi dirigenti occidentali hanno seguito dagli anni ’90 in poi. È vero infatti che il sistema di libero accesso delle merci e degli investimenti tra i Paesi del mondo funziona solo se le condizioni di partenza, anche se non identiche, sono per lo meno simili. Questo significa che i Paesi in via di sviluppo non possono sperare di accedere ai nostri mercati in mancanza di regolamenti a tutela dell’ambiente, dei lavoratori e ancora peggio in condizioni di mancanza di reciprocità, come è regolarmente avvenuto negli ultimi anni a vantaggio della Cina e a svantaggio degli Stati Uniti. <strong>Reagire con sdegno alle politiche protezionistiche di alcuni governi, limitandosi ad elencarne gli effetti recessivi e l’inefficacia non è quindi sufficiente.</strong> Il rifiuto del protezionismo e della chiusura deve passare attraverso il riconoscimento del sentimento di paura dei ceti svantaggiati, ai quali si deve essere capaci di offrire <strong>un antidoto alternativo e più efficace delle politiche sovraniste</strong>. Occorre quindi affrontare alla radice gli squilibri del sistema economico globalizzato, tra i quali si annovera certamente la mancanza di condizioni di reciprocità con alcuni giganti il cui status di economia in via di sviluppo, a dire il vero, può riferirsi forse alla distribuzione della ricchezza interna alle loro società, ma certamente non alla posizione che essi occupano nel mercato globale.</p>
<p><strong>Un nuovo modello di sviluppo è possibile? Il sogno di Adriano Olivetti</strong></p>
<p><strong> </strong>Accanto ai rischi sociali, con il contributo di Luca Bergamaschi non abbiamo mancato di richiamare i rischi di insostenibiltà ambientale dell’attuale sistema economico. Ecco perché, se il primo nucleo di politiche da adottare deve tendere alla capacità dell’Italia di sopravvivere e continuare a muoversi nel contesto globalizzazione, esso deve necessariamente dispiegarsi a livello europeo, e nei consessi internazionali di cui facciamo parte, a favore di un sistema economico che incentivi attività a basso impatto ambientale ed un consumo ragionevole delle risorse naturali. <strong>La transizione ecologica, lungi dall’essere soltanto un modo per limitare i danni dell’attuale sistema economico, dovrebbe configurarsi come uno strumento per individuare nuovi strumenti e nuove opportunità di sviluppo, centrate sull’uomo e fondate sull’idea di convivenza tra gli uomini.</strong> Forse Adriano Olivetti, che fu un esponente del capitalismo italiano più illuminato, può suggerirci i contorni di questa nuova visione con una frase da lui pronunciata negli anni ’50.</p>
<p><em>“Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente, qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica? C’è un fine nella nostra azione di tutti i giorni a Ivrea come a Pozzuoli… il fine è la realizzazione di un’impresa di tipo nuovo al di là del socialismo e del capitalismo…la nostra Società crede nei valori spirituali nei valori della scienza, dell’arte, della cultura, crede infine che gli ideali di giustizia non possano essere estraniati dalle contese ancora ineliminate tra capitale e lavoro. Crede soprattutto nell’uomo, nella sua fiamma divina, nella sua possibilità di elevazione e di riscatto”.</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>*MondoDem</p>
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		<title>Il welfare come elemento di competitività: contro il familismo, il modello del Nord-Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 22:34:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Igor Guardiancich In un famoso articolo del 1996, il politologo Maurizio Ferrera classificò l’Italia come facente parte&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1271/">Il welfare come elemento di competitività: contro il familismo, il modello del Nord-Europa</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Igor Guardiancich</em></p>
<p>In un famoso articolo del 1996, il politologo Maurizio Ferrera classificò l’Italia come facente parte di un regime di welfare ‘mediterraneo’ o ‘sudeuropeo’. Una delle caratteristiche cardine di tale regime è la sussidiarietà, in base alla quale, lo Stato – al contrario di quanto avviene nei regimi ‘nordici’ o ‘socialdemocratici’ – interviene a tutela dei bisogni sociali solo quando la capacità previdenziale della società e in primis della famiglia è esaurita. Pertanto, il benessere della famiglia è stato in gran parte concepito come una responsabilità privata e prevalentemente femminile. <strong>Questo ‘familismo implicito’ nel regime mediterraneo ha fatto sì che gli aiuti statali, soprattutto l’offerta di servizi in natura, quali l’assistenza all’infanzia e la cura di anziani e/o disabili, siano deboli e sottosviluppati, contribuendo in maniera fondamentale alle disparità di genere.</strong></p>
<p><strong> </strong>Come scrive il sociologo Egidio Riva, negli ultimi decenni del secolo scorso, svariate pressioni hanno aumentato la salienza del problema della conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro. La necessità di affrontare i ‘nuovi rischi sociali’, derivanti dall&#8217;aumento della partecipazione delle donne alla forza lavoro, la preoccupazione per i cambiamenti demografici, l’istituzionalizzazione del dibattito sulle pari opportunità ed un crescente consenso riguardo al rafforzamento dell’assistenza all’infanzia hanno fatto sì che il dibattito politico si occupasse della questione femminile. Questa nuova agenda politica è stata decisamente influenzata dall&#8221;Unione europea, che, a partire dagli anni ’90, ha contribuito allo sviluppo di politiche sociali specifiche. Tuttavia, dopo quasi tre decenni e svariati tentativi di riforma, il nocciolo delle politiche in tema di conciliazione famiglia-lavoro non è sostanzialmente cambiato. Gli indicatori di <em>policy outcome</em> non potrebbero essere più espliciti. Nonostante un progressivo miglioramento, il numero di bambini sotto i 3 anni che non ottengono un posto in un’istituzione per l’infanzia è del 65.6% [1]. Nonostante il dato sia equiparabile alla media europea (67.1% nel 2016), esso risulta molto elevato se raffrontato con i paesi Scandinavi, con la Francia, l’Olanda o il Belgio, i quali investono di più in un <strong>armonioso bilanciamento degli impegni lavorativi e familiari</strong>.</p>
<p>Andiamo ad analizzare i casi paradigmatici della Danimarca e dell’Olanda. Il paese Scandinavo è rappresentante indiscusso di un equilibrio di assistenza all’infanzia <em>full-time</em>. Nel 2016, solo il 30% dei bambini Danesi sotto in 3 anni non fruivano di una forma istituzionalizzata di <em>childcare</em>. Del restante 70%, quasi 9 infanti su 10 frequentavano un asilo o una <em>crèche</em> per più di 30 ore settimanali. Ciò fa sì che <strong>le mamme abbiano la possibilità di dedicarsi esse stesse ad un lavoro a tempo pieno</strong>. I Paesi Bassi invece sono rappresentativi di un equilibrio di assistenza all’infanzia <em>part-time</em>. Infatti, secondo l’Eurostat, il 47.6% dei bambini sotto i 3 anni nel 2016 partecipavano ad istituzioni prescolastiche che offrivano i loro servizi per una durata da 1 alle 29 ore settimanali, e solo il 5.4% a istituzioni che si prendevano cura dei bimbi per più di 30 ore a settimana. Tale equilibrio si riflette specularmente nel numero di donne che hanno un impiego part-time, ovvero ben il 62.8% del totale.</p>
<p>Questa maggiore attenzione al duplice ruolo delle donne in quanto lavoratrici e madri ha un impatto considerevole sulla società. Al netto delle differenze, i due paesi del nord Europa innescano <strong>un circolo virtuoso tra occupazione femminile nel privato e nel pubblico, disponibilità di posti in istituzioni per l’assistenza all’infanzia e natalità</strong>. In entrambi i casi, la lavoratrice-madre può rientrare nel mercato del lavoro (a tempo pieno o meno) pochi mesi dopo il parto, evitando pertanto l’obsolescenza delle proprie competenze. Le tasse (elevate in ambedue i paesi) pagate dalle lavoratrici vengono reinvestite in asili e nidi, aumentando ulteriormente il tasso di occupazione, prevalentemente femminile, attraverso il pubblico impiego (o attraverso sussidi pubblici a istituzioni private). Si tratta, come è facilmente intuibile, di una situazione <em>win-win</em>: <strong>l’assistenza ai figli viene ‘defamilializzata’, contribuendo ad un innalzamento della natalità</strong>. Non è un caso, infatti, che il tasso totale di fertilità nei paesi Scandinavi (Danimarca, Norvegia e Svezia) fosse di 1,78 figli per donna nel 2016, quello della Francia, primatista europea, di 1,92 figli, e quello dell’Italia di soli 1,34 figli per donna durante il medesimo anno. Al contempo, i due paesi staccano l’Italia di 20 punti percentuali per quel che riguarda l’occupazione femminile: nel 2017, il 73.7% delle donne danesi ed il 72.8% delle donne olandesi erano occupate contro il 52.5% delle italiane.</p>
<p>Possiamo pertanto affermare che l’Italia si trovi in un vero e proprio circolo vizioso tra bassa natalità, ridotta occupazione femminile e insufficiente investimento nei servizi per l’infanzia. A questo bisogna aggiungere che <strong>le famiglie italiane, per far fronte alle carenze istituzionali, si avvalgono spesso di servizi offerti privatamente da badanti e baby-sitter</strong>: un equilibrio basato, in parte, sui migranti e, in parte, sul lavoro irregolare, viste le deduzioni irrisorie di tali servizi dall’imponibile.</p>
<p>Ovviamente i modelli danese e olandese non possono essere semplicemente replicati nel contesto italiano, in assenza di una preparazione certosina ad un passaggio progressivo dall’elargizione di denaro ai genitori all’offerta di servizi per l’infanzia. Tra i possibili interventi si possono auspicare <strong>un aumento della copertura degli asili nido, sgravi per le famiglie sia per le rette dei nidi e sia per l’impiego di badanti e baby-sitter, per non parlare del maggior coinvolgimento dei padri attraverso un utilizzo sistematico del congedo di paternità</strong>. Solo allora si potrà pensare all’implementazione di un sistema autosufficiente, con possibili benefici per la competitività dell’Italia sulla scena globale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*Ricercatore Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Tutti i dati citati nell’articolo provengono dalle banche dati Eurostat, che assicurano la comparabilità a livello europeo. I dati Istat potrebbero pertanto deviare dalle statistiche qui riportate. Ad esempio, il numero di bambini che hanno accesso agli asili nido in Italia è, secondo l’Istat, notevolmente più basso.</p>
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		<title>Proteggere l’ambiente senza protezionismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Bergamaschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 22:30:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[#ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La sfida ambientale, e in particolare la lotta ai cambiamenti climatici, è una delle sfide principali del nostro&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La sfida ambientale, e in particolare la lotta ai cambiamenti climatici, è una delle sfide principali del nostro secolo. <strong>“Esistenziale”</strong> perché senza stabilizzare l’incremento della temperatura globale, idealmente entro 1,5 gradi come indicato dall’ultimo rapporto della comunità scientifica internazionale dell’IPCC, non sarà possibile garantire la disponibilità delle risorse – in primis acqua, cibo ed energia – e salvaguardare la salute umana e degli ecosistemi. Di conseguenza i cambiamenti climatici minacciano direttamente la sicurezza e la prosperità di tutte le nazioni, mettendo già ora in serio pericolo l’esistenza stessa delle comunità più vulnerabili, come le piccole isole del Pacifico e le comunità rurali del Sahel.</p>
<p><strong>La trasformazione ecologica deve diventare un imperativo interesse nazionale </strong>a maggior ragione perché ci troviamo in una regione geografica particolarmente esposta al surriscaldamento globale e ai suoi rischi. Il bacino del Mediterraneo si riscalda infatti più velocemente della media globale, oggi più caldo di 1,4 gradi rispetto all’incremento medio globale di circa 1 grado rispetto all’era pre-industriale. L’incremento delle temperature sta aumentando la frequenza e l’intensità, e dunque i danni, di eventi metereologici estremi che hanno già spezzato le vite di molti.</p>
<p>Nessun paese da solo può affrontare la sfida dei cambiamenti climatici. Mai come oggi abbiamo bisogno della cooperazione internazionale e di regole multilaterali condivise. L’Accordo internazionale sul clima è stato raggiunto a Parigi nel 2015 e <strong>ora si tratta di passare dalla costruzione di un regime internazionale condiviso alla sua implementazione.</strong> La comunità scientifica ci avverte che le azioni e gli impegni intraprese finora non sono sufficienti a stabilizzare il riscaldamento globale entro la soglia più sicura di 1,5 gradi, che rischia di essere raggiunta già nel 2030. Occorre dunque una trasformazione tempestiva e senza precedenti. Ad oggi siamo in rotta per raggiungere 3 gradi di riscaldamento medio globale entro fine secolo, una soglia che non garantirebbe la convivenza pacifica dei popoli.</p>
<p><strong>La sfida è proporre un modello di politica riformista alternativa ai nuovi nazionalismi in grado di offrire protezione senza protezionismo.</strong> Richiudersi in sé stessi in un mondo interconnesso, senza di fatto più confini, con la speranza di mantenere il controllo sul proprio destino è un’illusione pericolosa perché le trasformazioni in atto sono ingestibili senza la cooperazione internazionale. L’orizzonte più prossimo per la protezione degli interessi italiani nel mondo è necessariamente quello europeo. Rafforzare riformando il progetto europeo alla luce delle nuove sfide è la via più sicura ed efficace per gestire il cambiamento in modo ordinato ed equo e per incidere in modo profondo sugli affari globali (l’esatto contrario del modello della Brexit).</p>
<p><strong><em> </em></strong><strong>Abbiamo allora bisogno di un’Europa forte che si impegni a</strong> <strong>riformare il commercio internazionale per mantenere la fiducia nei mercati aperti</strong> <strong>e l’abilità di raggiungere gli obiettivi climatici. </strong>Il commercio internazionale rimane lo strumento principale che ci connette con l’economia globale e fondamentale per raggiungere gli obiettivi di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico. Perché senza mercati aperti sarà molto difficile generare economie di scala che permettano di abbattere i costi delle tecnologie pulite e garantirne così la piena e tempestiva diffusione e adozione globale. Inoltre, l’aggravarsi degli impatti climatici significa che sempre più paesi, soprattutto quelli della sponda sud del Mediterraneo e della fascia del Sahel, dipenderanno dall’importazioni di cereali e cibo per soddisfare la loro sicurezza alimentare.</p>
<p>Siamo consapevoli che gli accordi commerciali esistenti non sono perfetti ma spesso causano effetti indesiderati e non sono stati concepiti e discussi in modi inclusivo e trasparenti. Occorre includere azioni che permettono di ottenere un’economia internazionale più giusta e competitiva, come per esempio terminare i paradisi fiscali e contrastare la concentrazione di potere in mano a pochi oligarchi che impedisce l’innovazione o la riduzione dei prezzi per i consumatori. <strong>Riformare l’economia globale prendendosi cura dell’ambiente e delle persone significa iscrivere negli accordi commerciali condizioni per cui vengano rispettati gli impegni stabiliti dall’Accordo di Parigi sul clima e i diritti dei lavoratori.</strong> L’applicazione di queste condizioni deve essere garantita da organismi multilaterali indipendenti, come l’Organizzazione internazionale del lavoro per quanto riguarda il rispetto dei diritti dei lavoratori. Per garantire la protezione sociale questi accordi devono essere accompagnati da pacchetti di solide misure domestiche per rafforzare i salari e la produttività e per consentire che le industrie e le comunità più vulnerabili, come l’industria tradizionale dell’auto a combustione o le comunità rurali, abbiano accesso a processi di formazione e nuovi investimenti per rilanciare l’economia locale invece di essere spinte fuori dal mercato. Le nuove tecnologie devono diventare una fonte di creazione di valore e opportunità invece di presentarsi contro le persone.</p>
<p>Tutto ciò è possibile a patto che la transizione ecologica non diventi un obiettivo fine a sé stesso, ma un’opportunità per uno sviluppo economico sostenibile e giusto.</p>
<p><strong><em> </em></strong>La trasformazione dell’economia globale deve essere quindi accompagnata da una <strong>seria riforma della finanza pubblica e privata che devono tornare a servire l’economia e le persone e realizzare uno sviluppo pienamente sostenibile</strong>. Per permettere lo spostamento efficace di capitali da investimenti in combustibili fossili e compagnie non virtuose verso investimenti puliti è necessario che la rendicontazione non finanziaria – ossia la comunicazione di informazioni su sostenibilità ambientale, sostenibilità sociale, catena di fornitura, gestione delle diversità e gestione dei rischi – diventi obbligatoria. Solo fornendo le informazioni in modo trasparente sull’effettiva esposizione ai rischi climatici e sociali sarà possibile orientare le decisioni degli investitori privati, come fondi pensione, assicurazioni e banche d’investimento, verso attività non inquinanti e socialmente sostenibili.</p>
<p>Occorrerà inoltre disincentivare l’utilizzo dei combustibili fossili attraverso misure fiscali che ne interrompano definitivamente il sostegno pubblico e allo stesso tempo tassino le emissioni inquinanti. Per evitare che si trasformino in misure inique, i proventi di questa tassazione dovranno essere reinvestiti a beneficio delle famiglie più vulnerabili, per esempio per la riqualificazione energetica delle abitazioni delle oltre 9 milioni di persone che in Italia, soprattutto al Sud, soffrono di povertà energetica non riuscendo a riscaldare adeguatamente le loro case. <strong>L’efficienza energetica è un mezzo fondamentale per abbattere i consumi, i costi e le emissioni, offrendo al contempo elevati vantaggi per le attività produttive e la geopolitica.</strong> Riducendo infatti i consumi di gas per il riscaldamento si ridurranno anche i bisogni di importazioni di gas e di nuove infrastrutture, come gasdotti e rigassificatori, e dunque la dipendenza da (e il finanziamento di) regimi autoritari e corrotti.</p>
<p><strong> </strong><strong>La questione fondamentale connessa alle infrastrutture non è se costruire o no, ma cosa costruire e come.</strong> Le infrastrutture sono vitali per l&#8217;economia e la sicurezza delle persone, le quali dipenderanno in maniera sempre maggiore dalla capacità di resistere ai cambiamenti climatici. Questo è uno dei messaggi fondamentali del rapporto IPCC sugli 1,5 gradi. Rimanere entro la soglia di 1,5 gradi significa che ogni nuova infrastruttura non può più prescindere dalle emissioni che genererà e da standard di resilienza tali da resistere agli impatti dei cambiamenti climatici che diventeranno sempre più violenti. Questi criteri devono essere utilizzati nelle valutazioni che precederanno la costruzione di nuove infrastrutture e l’investimento di ingente capitale politico ed economico. Ciò vale soprattutto per nuove infrastrutture fossili, incluso il gasdotto TAP. Il rapporto IPCC indica con chiarezza che non c’è più spazio per nuovo gas fossile se vogliamo limitare l’incremento della temperatura a livelli più sicuri e gestibili possibili. La combustione di gas deve infatti scendere a livello mondiale del 25% entro il 2030 e del 74% entro il 2050 rispetto al 2010. Se fino ad ora abbiamo considerato il gas come “combustibile ponte” per la transizione energetica, la comunità scientifica suggerisce che siamo arrivati alla fine di quel ponte.</p>
<p>La transizione ecologica offre dunque un modello radicalmente e pragmaticamente diverso di pensare il commercio, l’economia, la finanza e le infrastrutture. Le trasformazioni necessarie a <strong>rendere le nostre città più sane, più pulite, più efficienti e intelligenti non possono però prescindere dal garantire adeguate protezioni sociali</strong> e alternative alle comunità affette in negativo dal cambiamento.</p>
<p>*Ricercatore Istituto Affari Internazionali</p>
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		<title>Il lavoro interrotto del PD per mettere in sicurezza l’Italia nella globalizzazione</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1265/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 22:26:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Chiara Gribaudo Il ruolo dell’export è stato determinante durante la crisi e negli anni della crescita per&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Chiara Gribaudo</em></p>
<p>Il ruolo dell’export è stato determinante durante la crisi e negli anni della crescita per far ripartire l’Italia. Nel 2017, ultimo anno dei governi PD, l’export è cresciuto del 7,4% toccando il record storico di 450 miliardi e la bilancia commerciale italiana, al netto degli energetici, era positiva per 47,5 miliardi di euro. <strong>Il nostro DNA di paese trasformatore</strong>, grazie anche a politiche industriali innovative e ad un grande sforzo per l’internazionalizzazione delle imprese, ha tenuto accesi i motori dell’economia, in particolare della manifattura, ed è salito di giri sfruttando meglio di molti altri settori la positiva congiuntura globale che vediamo invece contrarsi nella seconda metà del 2018, complici le tensioni geopolitiche, le tensioni protezionistiche, l’ascesa di partiti sovranisti nel contesto europeo.</p>
<p><strong>Ogni spinta alla chiusura delle frontiere commerciali è una spinta verso la disoccupazione</strong> e l’impoverimento del tessuto produttivo. L’eccezionale dato del nostro manifatturiero da poco rilasciato da ISTAT, che segna nel triennio 2014-2017 una crescita del 10%, seconda solo alla Germania e davanti a Francia e Regno Unito, non sarebbe stato conseguibile se non fosse per la presenza delle nostre imprese nelle catene del valore globali e continentali. In un Paese il cui PIL dipende per un terzo dalle esportazioni, non è più rimandabile il tema di come vogliamo mantenere le nostre posizioni in queste catene e, semmai, di come vogliamo scalare la catena per passare da essere un Paese prevalentemente <em>supplier </em>a un Paese più decisamente <em>seller, </em>la posizione di maggior vantaggio e minor rischio dell’economia globalizzata. Per intenderci, la posizione della Germania.</p>
<p>Questa era la ragione ed il grande obiettivo strategico di riposizionamento geo-economico del Paese per cui  i governi del Partito Democratico hanno intrapreso questa strada attraverso la creazione di legami commerciali sempre più forti con la Cina e altre realtà ormai sviluppate, ma anche e soprattutto attraverso <strong>l’introduzione del piano Industria 4.0</strong>. Superammortamento e iperammortamento su specifici beni strumentali ad alta innovazione tecnologica servivano ad accompagnare e stimolare le nostre imprese verso la digitalizzazione, l’automazione, l’utilizzo dei big data. Questi incentivi hanno avuto fin da subito grande successo fra le grandi imprese, dimostrando al contempo due debolezze: la difficoltà di essere utilizzate fra le PMI e la generalizzata mancanza di competenze che consentissero di adoperare con profitto le “macchine” acquistate grazie agli incentivi.</p>
<p>Questo ci introduce ad un&#8217;altra sfida della globalizzazione che riguarda le competenze e lo <em>skill mismatch</em> che è ormai un problema centrale nel nostro mercato del lavoro. A fronte della <strong>disoccupazione che con grandi sforzi avevamo ricondotto sotto il 10%,</strong> vanificati dal governo gialloverde in meno di 3 mes<strong>i</strong>, gli industriali segnalano di aver bisogno, da qui al 2022, di circa mezzo milione di tecnici specializzati che non riusciranno a trovare. Al tempo spesso, l’Italia riesce, unica fra i maggiori partner europei, ad avere un forte saldo negativo rispetto alle migrazioni di personale impegnato in ricerca e sviluppo dovute anche all’arretratezza del nostro sistema universitario. I cambiamenti che il mondo del lavoro affronterà nei prossimi anni impongono un cambio di paradigma nelle politiche di orientamento, <em>job placement</em> e <em>life long learning</em> che i governi del PD hanno soltanto iniziato, e che devono assolutamente essere portato avanti.</p>
<p>Se è vero che <strong>entro il 2025 ben 75 milioni di mansioni umane saranno sostituibili dalle macchine e dagli algoritmi, ma 133 milioni di nuove mansioni potrebbero rendersi necessarie</strong>, mantenere e migliorare la nostra posizione nelle catene globali del valore significa prendere atto di questa realtà e farsi carico oggi di questo tema epocale. Il <em>Jobs act</em> lo affrontava con la riforma delle politiche attive del lavoro, che però non è mai arrivata fino in fondo. La creazione dell’ANPAL per il coordinamento delle politiche regionali e l’istituzione degli assegni di ricollocamento si sono arenati sul fallimento del referendum costituzionale. Il programma Garanzia giovani ha creato un primo modello condiviso di intervento, che ha però bisogno di essere rivisto e aggiornato. L’alternanza scuola/lavoro è stata un progresso indispensabile per avvicinare istruzione e imprese, ma necessita di un grande investimento in orientamento e nella costruzione di rapporti veri e genuini fra scuole e aziende, per garantire esperienze di qualità e non la sostituzione di forza lavoro. Lo stesso vale per i tirocini e l’orientamento al lavoro degli studenti universitari.</p>
<p>I dati di fine 2018 ci dicono che l’economia globale rallenta, l’industria tedesca frena e l’industria italiana ne subisce immediatamente i contraccolpi, determinando nel terzo trimestre del 2018 <strong>una decrescita del PIL dello 0,1% per la prima volta dal 2014</strong>. Fino a quando non saremo in grado di spostarci sul piano più alto della catena del valore, sarà sempre così. Continuare a dipingere un Paese chiuso, che dice no ad ogni infrastruttura transfrontaliera, che rifiuta le opportunità del commercio internazionale, non farà altro che peggiorare la situazione. Il reddito di cittadinanza rischia di essere non solo uno spreco immane di risorse pubbliche, ma un’incredibile occasione persa. Il governo M5S – Lega non si sta preoccupando in alcun modo di come riformare davvero i centri dell’impiego: tutta l’attenzione è spostata sul sussidio, sulla sua entità, erogazione, durata. Non sui servizi. 9 miliardi per questo, 6-7 miliardi per una riforma delle pensioni che spegne il futuro dei nostri giovani. Quelle risorse si potrebbero impiegare, oltre che in una vera lotta alla povertà, nel potenziamento degli ITS, nel raddoppio dei finanziamenti per università e ricerca, nella prosecuzione del piano industria 4.0.</p>
<p>Le priorità? Chiedere regole condivise almeno in ambito europeo per <strong>contrastare il dumping sociale e salariale e puntare su un grande piano per la transizione tecnologica ed ecologica. Il nostro sistema di welfare deve, inoltre, dotarsi di un vero e proprio pilastro, accanto a sanità, previdenza e istruzione, per la riqualificazione dei lavoratori lungo tutto l’arco della vita</strong>. Il diritto alla formazione, infatti, è l’unico che può garantire un reddito stabile e una condizione di vita dignitosa fino all’età del pensionamento, accompagnato dalla creazione di un ammortizzatore sociale universale di carattere europeo. Idee da rendere centrali nel programma dei progressisti per l’appuntamento continentale del 2019. Così sfideremo le destre populiste e neoliberiste.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*Deputata Partito Democratico</p>
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		<title>Più aperti per crescere: il motore dell’export</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 22:23:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[export]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Umberto Marengo* Se vogliamo usare un’immagine, l’Italia è un’automobile fragile con un motore troppo piccolo ma molto&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Umberto Marengo*</em></p>
<p>Se vogliamo usare un’immagine, <strong>l’Italia è un’automobile fragile con un motore troppo piccolo ma molto potente. Questo motore è, senza dubbio, l’export</strong>.</p>
<p>Negli ultimi anni, e in particolare nel periodo più grave della crisi tra 2010 e 2012, la capacità delle aziende italiane di essere competitive sui mercati internazionali ha di fatto tenuto a galla il paese. Costretta a pagare ogni anno quasi il 4 percento del Pil in interessi sul debito pubblico, l’economia italiana non avrebbe resistito senza le esportazioni. Il motore italiano è tutto sommato piccolo per un paese di grandi dimensioni come il nostro perché le aziende che esportano sono ancora poche. Ma nonostante le dimensione ridotte, il nostro motore è molto potente. Le aziende che esportano sono forti, riconosciute nel mondo, e rappresentano un traino per il territorio.</p>
<p>Se quindi l’export, da solo, non è sufficiente come strategia di sviluppo per tutto il paese, esso resta senza dubbio il primo strumento per accelerare la crescita. Negli ultimi anni le esportazioni italiane hanno registrato risultati da record. Questo anche grazie a politiche come il<em> Piano Straordinario per la Promozione del Made Italy</em>, che ha promosso iniziative efficacemente concentrate su mercati e settori ad alto potenziale per l’export italiano come gli Stati Uniti. I risultati ci sono stati. Nel 2017 le nostre esportazioni hanno raggiunto la cifra di 448 miliardi di Euro, oltre 57 miliardi in più rispetto al 2012, riportando una crescita oltre il 15 percento. <strong>La nostra crescita è stata nettamente superiore a quella francese (+7 percento), e sullo stesso livello della Germania (+18 percento) nello stesso periodo.</strong> Tra 2012 e 2017, l’Italia è uscita dalla crisi con la competitività. La misura del successo delle aziende italiane è la bilancia commerciale, ovvero la misura del totale dei prodotti esportati meno quelli importati. L’Italia è seconda in Europa per bilancia commerciale, con un surplus positivo di oltre 47 miliardi l’anno, collocandosi dietro alla Germania, ma davanti a tutti i maggiori paesi europei, la maggior parte dei quali ha deficit commerciali. Tra il 2012 e il 2017 il surplus commerciale italiano è cresciuto dei 380 percento, complice anche un calo delle importazioni e dei consumi, mentre il surplus commerciale tedesco, è cresciuto del 40 percento.</p>
<p>Se guardiamo ai comparti italiani di maggior successo, meccanica e manifattura si confermano ancora una volta il vero motore produttivo del paese. Manifattura e macchinari hanno registrato nel 2017 oltre 320 miliardi di euro di export complessivi con una bilancia commerciale positiva per 95 miliardi. Rispetto alla Germania, la chimica è la grande assente nell’export delle aziende italiane, mentre il settore alimentare continua a registrare export positivi ma oggettivamente modesti.</p>
<p>L’export è quindi una risorsa, ma non si può ignorare che l’apertura al mercato ha avuto anche costi sociali<strong>.</strong> La crescente distanza tra una minoranza di aziende e lavoratori “vincenti” nei mercati globali e la fetta di paese che è rimasta esclusa e impoverita, è <strong>la radice della crisi democratica che l’Italia sta affrontando</strong>. Gli effetti di questa divaricazione tra la sicurezza dei “vincenti” e la legittima paura dei “perdenti” è evidente ormai nella società e si mostra a ogni elezione in Italia e in occidente.</p>
<p>Il motore italiano è potente ma manca di carburante, ovvero di investimenti. Nonostante i passi avanti degli ultimi anni, l’Italia è ancora un paese poco attrattivo per gli investitori internazionali. La lezione degli ultimi anni della globalizzazione è che la qualità degli investimenti è ancora più importante della quantità. <strong>L’Italia ha bisogno di investimenti stranieri, ma allo stesso tempo deve proteggere la capacità di produrre ricchezza sul territorio.</strong> Per un paese esportatore come il nostro, l&#8217;unica strategia per attrarre investimenti di qualità è creare un sistema di incentivi e freni per casi di emergenza.</p>
<p>Il cumulato degli investimenti in Italia esteri al 2017 è meno della metà rispetto alla Francia (413 miliardi di euro in Italia contro 875 miliardi in Francia), e nettamente inferiore alla Germania (931 miliardi di euro). Questo a dimostrazione del fatto che <strong>non c’è contraddizione tra protezione dell’economia nazionale e apertura agli investitori stranieri</strong>. Anche paesi a vocazione protezionista come la Francia sono, nella realtà dei fatti, molto più aperti rispetto all’Italia.</p>
<p><strong>Mancati investimenti significano mancata occupazione.</strong> Secondo il <em>Financial Times</em>, tra 2003 e 2016 gli investimenti esteri hanno creato 350 mila posti di lavoro in Francia, contro i 170 mila in Italia. In particolare, l’Italia non è ancora capace di attirare il crescente flusso di investitori non europei. Oggi il 40 percento degli investimenti esteri globali proviene dall’Asia, ma soltanto il 14 percento degli investitori internazionali in Italia è extraeuropeo. La causa di questo ritardo è duplice, investire in Italia è più difficile e rende di meno a causa della debolezza strutturale del paese. Maggiore debito pubblico e peggiori infrastrutture, significa tassi di interesse più alti per le imprese, e meno investimenti.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/5.png"><img decoding="async" class="alignnone size-medium_large wp-image-1262" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/5-768x498.png" alt="" width="640" height="415" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/5-768x498.png 768w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/5-300x194.png 300w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/5-232x150.png 232w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/5.png 778w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
<p>In conclusione, l’apertura al mondo è ancora oggi il punto di forza dell’economia italiana che perderebbe il suo motore più potente senza l’export. Negli ultimi cinque anni l’Italia è ripartita: l’export ha raggiunto numeri record, e la forza produttiva di imprese e lavatori della manifattura e della meccanica si conferma ancora una delle migliori al mondo. Eppure, la globalizzazione dei mercati ha avuto un costo sociale evidente, allargando il divario tra vincitori e perdenti. L’apertura dei mercati è stata in parte una scelta ma anche una trasformazione storica. Usciti dalla povertà, miliardi di lavoratori e imprese nelle economie emergenti sono entrati nei nostri mercati. Quest’apertura ha avuto un costo sociale che sta oggi mettendo in crisi la democrazia liberale in occidente. <strong>L’Italia ha tutto da perdere da possibili guerre commerciali.</strong> Chi propone di chiudere le frontiere semplicemente non conosce il nostro paese. Ma la lezione dell’ultimo decennio è che export e investitori internazionali da soli non bastano a creare benessere. L’Italia ha bisogno di imprese forti in uno Stato forte ma non invasivo. Navigare il cambiamento, e non chiudersi al mondo deve essere l’obiettivo di una nuova politica progressista.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p><em>The Economist Intelligence Unit</em> (Le opinioni sono espresse a titolo esclusivamente personale)</p>
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		<title>Vincitori e perdenti della globalizzazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 22:13:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Massimo Ungaro* Da secoli il liberalismo economico teorizza che il commercio libero, ovvero l’abbattimento delle tariffe doganali&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Massimo Ungaro</em>*</p>
<p>Da secoli il liberalismo economico teorizza che il commercio libero, ovvero l’abbattimento delle tariffe doganali a favore dello scambio internazionale di beni, sia un motore di progresso economico per tutti i paesi che lo adottano. Con l’abbattimento delle tariffe doganali si riducono le distorsioni del mercato, aumenta l’efficienza nell’allocazione delle risorse e ogni paese può sfruttare il proprio ‘vantaggio competitivo’, come teorizzato da Ricardo, e  quindi crescere economicamente. Quando il liberalismo si afferma come corrente di pensiero dominante sancisce la fine del mercantilismo, del colbertismo, che identificava la ricchezza di un’economia con l’accumulazione assoluta di beni tangibili &#8211; e non la complessità e la sofisticazione degli inter-scambi economici – che aveva caratterizzato il pensiero economico fino ad Adam Smith. Nel corso del ventesimo secolo il liberalismo evolve teorizzando uno Stato regolatore, piccolo e forte, e poco presente nell’economia proprio per ridurre le distorsioni di mercato e dare libero corso alla ‘mano invisibile’. Si predica non solo l’apertura dei mercati dei beni, ma anche dei capitali e quindi la liberalizzazione delle partite correnti. Storicamente il processo di globalizzazione è considerato il prodotto di queste dottrine. La globalizzazione, ovvero l’apertura dei mercati e il conseguente aumento esponenziale dell’interconnessione tra le diverse economia del globo, è <strong>un fenomeno complesso</strong> spesso identificato come uno dei principali motori di progresso, specie per molti paesi in via di sviluppo<strong>,</strong> soprattutto quelli con maggiore peso demografico come i cosiddetti ‘BRICS’ (Brasile, Russia, India, Cina, Africa del Sud). L’apertura dei mercati ha gradualmente inserito questi paesi nelle catene di produzione e le catene di distribuzione a livello globale causando un forte aumento della produttività associata con la rapida urbanizzazione di centinaia di milioni di persone.<strong> La povertà nel mondo si è quindi ridotta negli ultimi 30 anni </strong>e il tenore di vita di centinaia di milioni di persone, specie cinesi e indiani, è drammaticamente migliorato. D’altra parte, la globalizzazione ha anche creato degli sconfitti.</p>
<p><strong> </strong><strong>La globalizzazione ha aumentato in parte le disuguaglianze sociali, anche nei paesi sviluppati.</strong> Schematizzando possiamo dire che nei paesi in via di sviluppo, ricchi di manodopera non qualificata e poveri di capitale, la globalizzazione ha creato una forte domanda per i lavoratori non qualificati andando cosi a diminuire il divario sociale tra lavoratori qualificati e lavoratori meno qualificati. Delocalizzando la propria produzione in quei paesi, anche grazie alla liberalizzazione delle partite correnti e attraverso un nuovo vigoroso flusso di investimenti, sia di portafoglio che diretti, i paesi in via di sviluppo hanno ricevuto nuovi capitali e intelligenza industriale, linfa vitale per aumentare la loro crescita potenziale. Nei paesi sviluppati invece è successo l’opposto: la globalizzazione ha creato più domanda per quei beni e servizi dell’ultima frontiera tecnologica portando quindi a una maggiore domanda per lavoratori qualificati a discapito dei lavoratori meno qualificati ora direttamente in competizione con i lavoratori dei paesi in via di sviluppo. Questo ha portato a un aumento del divario sociale, osservabile nell’aumento dell’indice <em>Gini</em> in vari paesi sviluppati, e quindi alla graduale <strong>‘erosione della classe media’</strong> determinando una <strong>‘polarizzazione sociale’</strong> spesso associata con la vittoria di partiti e movimenti populisti e protezionistici negli ultimi anni. A fronte di questa narrativa è importante ricordare che questa è una sfida che lo Stato può affrontare senza soluzioni categoriche come l’autarchia o il ‘<em>laissez faire’, </em>ma investendo sulla formazione e riqualificazione dei propri lavoratori. In altre parole, una scelta politica che richiede risorse e pianificazione, come testimonia l’esperienza di molte piccole economie aperte, dai paesi scandinavi ai paesi del <em>Commonwealth </em>in Asia.</p>
<p>La globalizzazione, o l’apertura dei mercati, non ha creato disuguaglianza solo tra le persone, ma anche fra le aziende e gli agenti economici. Mercati più grandi hanno portato a una concorrenza maggiore e non tutte le aziende sono pronte: a volte è impossibile competere con aziende multinazionali che possono usufruire di impressionanti economie di scala, sia per la produzione che per la distribuzione. Per il liberalismo classico questo non è un problema: ogni economia si deve concentrare su quello che sa fare meglio, e in questo modo ne beneficiano tutti, ma <strong>empiricamente molti dei paesi che nel dopoguerra aprirono i propri mercati dei beni e dei capitali non ne hanno beneficiato in termini economici</strong>. La commissione per l’America Latina delle Nazioni Unite negli anni ’70 denunciò il liberalismo predicato dall’Occidente e propose l’attuazione di politiche industriali volte all’autarchia per produrre direttamente i beni d’importazione e ridurre la propria dipendenza dai mercati esteri. Il risultato economico fu catastrofico.</p>
<p>Se quindi la chiusura dei mercati e la pianificazione non sono percorribili, ma l’immediata apertura dei mercati sembra minacciare lo sviluppo delle aziende domestiche, quale strada percorrere? È qui che nasce la narrativa dello Stato imprenditore, o, a seconda dei punti di vista, protettore: ‘<em>the infancy argument’</em> ovvero la capacità di uno Stato di aprire i propri mercati a seconda di quanto le aziende di ogni settore siano preparate alla concorrenza internazionale. Questo richiede <strong>un piano di politica industriale, un’idea di equilibrio macroeconomico e una visione di sviluppo per il proprio paese</strong>. Nel campo degli investimenti di portafoglio abbiamo due esempi eccellenti: proprio l’India e la Cina aprirono i propri mercati dei capitali solo molto gradualmente con un sistema complesso di quote e aste per i diritti di acquisto di titoli domestici per gli investitori stranieri, una lezione tratta a seguito della devastante crisi delle valute asiatiche del 1997.</p>
<p>Come bilanciare allora il bisogno di creare mercati ampi e privi di distorsioni e attuare una politica industriale efficace?  È opportuno attuare o accelerare un processo di industrializzazione? Queste domande rimangono tema di dibattito. Lo Stato ha tasche di solito molto più profonde di qualsiasi altro agente privato ed è quindi il miglior attore per intervenire quando i mercati non falliscono. Detto questo la storia ci insegna che l’intervento statale è spesso associato a distorsioni e inefficienze. Anche qui non esiste una risposta netta: guardiamo solo la differenza di risultati tra due paesi simili, la Francia e l’Italia, entrambe economie con una forte presenza dello Stato, eppure in Italia l’IRI era negli ultimi anni sempre in perdita mentre la stessa cosa non si può dire di molte aziende statali francesi.  Il tema si pone ugualmente per quei paesi non industrializzati ricchi in materie prime che, in un regime di mercato aperto, hanno subito il ‘male olandese’ (cosiddetto ‘<em>dutch disease’</em>), quando l’immediato flusso di capitale estero crea un apprezzamento della valuta locale soffocando tutti gli altri settori produttori di beni esportabili. L’unica soluzione rimane <strong>uno Stato accorto che riesca a mediare i diversi interessi</strong>, sappia decidere quali mercati aprire, quando e come in modo da ottimizzare il bene comune.</p>
<p>La globalizzazione e l’apertura dei mercati espongono l’economia di un paese a delle dinamiche globali che possono generare delle asimmetrie tra ceti sociali, tra imprese, tra stati. L’impatto di queste asimmetrie dipende in larga misura dalla struttura e dalla consistenza delle istituzioni esistenti in quel paese e della capacità politica di gestirle. Non esiste una risposta univoca alle sfide della globalizzazione: essa dipende dalle condizioni strutturali di ogni paese. <strong>Nel caso dell’Italia, un paese industrializzato e trasformatore, privo di materie prime, i vantaggi dell’apertura dei mercati sono indiscutibili ed è una condizione necessaria per sostenere la crescita economica</strong>. Alla sfida della disuguaglianza sociale si deve rispondere con investimenti in formazione, capitale umano, ricerca e sviluppo per modernizzare il sistema produttivo e raggiungere l’ultima frontiera tecnologica. Nel contesto della competizione internazionale <strong>l’Italia parte con alcuni punti di vantaggio</strong>:  l’Italia esporta di tutto. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, siamo uno dei paesi con la più alta diversificazione delle proprie esportazioni &#8211; dai pizzi calabri ai radar, dai veicoli di lusso al tessile – che sono inoltre relativamente inelastiche alle fluttuazioni valutarie in confronto a molti altri paesi. Inoltre l’affermarsi di una nuova classe media nei paesi in via di sviluppo sostiene il turismo nel nostro paese. In un mondo che ha sempre più fame di bello l’Italia può vincere, se equipaggiata con le istituzioni e gli strumenti adeguati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*Deputato Partito Democratico</p>
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		<title>Il protezionismo: vantaggi, svantaggi e motivazioni</title>
		<link>https://www.mondodem.it/706/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Jul 2017 18:50:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Protezionismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Luca Milani Spesso si parla di globalizzazione e di integrazione dei mercati internazionali, numerosi accordi, bilaterali e&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/706/">Il protezionismo: vantaggi, svantaggi e motivazioni</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Luca Milani</em></p>
<p>Spesso si parla di globalizzazione e di integrazione dei mercati internazionali, numerosi accordi, bilaterali e multilaterali, sono stati discussi e firmati a riguardo poiché molti paesi perseguono politiche finalizzate all’abbattimento quasi totale delle barriere commerciali. Nonostante queste tendenze tuttavia, in tempi di crisi economica, al ridursi del PIL e all’aumentare del tasso di disoccupazione, spesso si tende a proporre politiche protezionistiche che “difendano” i produttori nazionali dalla concorrenza estera.</p>
<p>Tra le prime politiche protezioniste possiamo citare il <em>Zollverein</em> tedesco del diciannovesimo secolo, il quale prevedeva l’abolizione delle barriere agli scambi tra gli stati aderenti della confederazione tedesca e la costituzione di barriere all’importazione di beni esteri.</p>
<p>Nel ventesimo secolo, prima e dopo la seconda guerra mondiale, numerosi Paesi europei hanno adottato politiche in linea con principi di autarchia e protezionismo; similmente negli Stati Uniti, durante gli anni della Grande Depressione, si optò per un innalzamento delle barriere doganali per tutelare le industrie nazionali ed impedire al tasso di disoccupazione di aumentare ulteriormente. In tempi più recenti invece due elementi hanno probabilmente determinato un riavvicinamento al protezionismo:</p>
<p>1- L’apparente riduzione dei risultati relativi ad un’ulteriore liberalizzazione degli scambi dopo i progressi raggiunti nell’ambito delle trattative internazionali fino agli anni 90, che sono state seguite dallo stallo delle trattative nell’ambito del Doha Development Round.</p>
<p>2-  La percezione diffusa che la globalizzazione provochi più vinti che vincitori nell’ambito della distribuzione del reddito, acuendo le disuguaglianze preesistenti.</p>
<p><strong>I vantaggi del commercio internazionale: la teoria</strong></p>
<p>Uno dei maggiori contributi alle teorie liberiste legate agli scambi tra nazioni deriva da quella di David Ricardo dei “vantaggi comparati”. Ipotizzando che due Paesi possano produrre due soli beni (X ed Y), qualora uno  fosse più efficiente nella produzione di  X e l’altro di Y, sarebbe più conveniente per entrambi specializzarsi nella produzione del bene in cui sono più efficienti, ossia di quello per la produzione del quale godono di un vantaggio comparato, ed importare l’altro bene. Questa teoria esemplificativa ci permette di cogliere alcuni dei vantaggi forniti dalla libertà di scambio, tra cui la specializzazione e la possibilità di consumare di più a parità di fattori di produzione.</p>
<p>La riduzione delle barriere commerciali da un punto di vista teorico avrebbe lo stesso effetto di un allargamento del mercato, dando luogo, di conseguenza, ad economie di scala in grado di ridurre i costi unitari dei prodotti; questo permetterebbe ai consumatori quindi non solo di poter acquistare beni ad un prezzo più basso, ma anche di accedere a diverse varietà degli stessi, effettuando scelte che meglio soddisfino le loro preferenze. Un’altra conseguenza con possibili effetti positivi per i consumatori è la fine, in seguito all’allargamento della concorrenza, di situazioni di monopolio che fissano prezzi e quantità in maniera sub ottimale; la competizione da locale diviene globale e la maggior concorrenza stimola le imprese ad investire in innovazione e formazione del personale qualificato.</p>
<p><strong>Protezionismo e zone grigie</strong></p>
<p>Vi sono più motivazioni in virtù delle quali il protezionismo viene invocato come necessario per quanto concerne la tutela dei cittadini e dei mercati, alcune di ottica maggiormente mercantilista, altre legate al “terreno di gioco” del commercio internazionale.</p>
<p>Spesso si sottolinea come la totale apertura possa determinare forti rischi per le neonate imprese che entrano nel mercato; la nuova impresa infatti si va a collocare all’interno di un sistema di concorrenza con un elevato numero di competitori, i quali hanno già raggiunto le dimensioni e le competenze per sfruttare le economie di scala. In un contesto simile vi è la possibilità di essere eliminati dalla concorrenza prima di poter raggiungere il livello di competitività che permetta di “sopravvivere”. Una tutela per le imprese nazionali nei primi stadi di sviluppo permetterebbe di arginare tale rischio, tuttavia all’aumentare delle dimensioni aumentano anche le possibilità dell’impresa di effettuare pressioni, con la conseguenza di estendere la tutela oltre le fasi iniziali, determinando un disincentivo all’innovazione ed alla competitività.</p>
<p>È inoltre comprensibile che uno Stato nazionale voglia mantenere la propria autonomia per quanto concerne la produzione di beni che reputa essere di fondamentale importanza. In tal caso è facile comprendere lo scetticismo relativo all’affidare tali rifornimenti a produttori esteri; in un’ottica di lungo periodo molte cose potrebbero mutare, rendendo la tutela delle industrie del settore un fatto auspicabile; tuttavia, anche da un punto di vista teorico, la specializzazione di un Paese nella produzione molto spesso è solamente parziale e non totale, e difficilmente si abbandona del tutto la produzione di un bene.</p>
<p>Tra le rotture maggiori fra la teoria ricardiana e la realtà empirica viene spesso fatto notare che il commercio internazionale non è caratterizzato da equità e parità di potere contrattuale. Numerosi elementi tra cui le asimmetrie informative, rapporti di durata storica tra paesi e maggior potere sullo scacchiere internazionale influenzano i rapporti commerciali rendendoli asimmetrici.</p>
<p>Spesso viene sottolineato come la maggiore competitività di alcuni Paesi sia fortemente aiutata da ridotti sistemi di tutela dei lavoratori, da salari più bassi o da normative ambientali meno restrittive, mentre in altri non è possibile accedere allo stesso livello di competitività vista la maggior presenza di leggi e organi di salvaguardia della forza lavoro. Questo creerebbe un’asimmetria delle condizioni nel “gioco” del commercio internazionale, determinando una dicotomia tra “free trade” e “fair trade” che ispira politiche restrittive verso importazioni da paesi che non rispettino standard minimi.</p>
<p>Anche in questo caso il dibattito è aperto, molte imprese tramite l’outsourcing producono in Paesi esteri, oppure acquistano componenti intermedi per la produzione di beni finiti dagli stessi, determinando di rimando una situazione che richiederebbe una puntuale definizione dei limiti relativi al commercio in questi casi.</p>
<p>Tra le politiche che limitano l’impatto dei prodotti esteri in altri mercati spesso si utilizzano misure antidumping, ossia sanzioni nei confronti di coloro che immettono grandi quantità di un bene all’interno del mercato, ad un prezzo inferiore, con la conseguenza di forzare l’uscita di altre imprese dallo stesso. In ambito UE nel decennio 1998-2008 vi sono state più di 300 investigazioni in questo settore, molto spesso in settori in cui il vantaggio comparato dei paesi europei era in declino; anche in questo ambito risulta molto difficile tracciare una chiara linea che permetta di definire la divisione una pratica scorretta ed un approccio eccessivamente tutelante delle imprese nazionali.</p>
<p><strong>I costi del protezionismo</strong></p>
<p>Nel 2008 il Direttore Generale del WTO, Pascal Lamy, aveva messo in guardia gli stati per quanto concerneva i rischi delle politiche legate ala gestione della crisi economica iniziata negli Stati Uniti, definendo il protezionismo e l’isolazionismo come “politiche del passato per cui non c’è posto nel futuro”, aggiungendo che “la lezione della crisi del ‘29 è stata che lo Smooth-Hawley Tariff Act<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> degli anni 30 ha determinato una guerra commerciale tra nazioni, determinando un impoverimento per tutti”.</p>
<p>Nonostante tale avviso numerose sono state le misure intraprese da più stati in questa direzione, una differenza incisiva nelle modalità emerge tra paesi avanzati ed in via di sviluppo. Mentre i primi tendono a supportare le compagnie nazionali tramite l’utilizzo di strumenti non tariffari, come incentivi alle esportazioni, campagne a favore del consumo di beni nazionali e ostacoli invisibili al commercio, i secondi, avendo budget più ristretti, tendono a tassare i beni importati. Le ricerche del comitato europeo hanno stimato che, a partire dal 2008, il numero di restrizioni relative al commercio internazionale ad opera dei paesi del G20 ha superato quota 400, la maggioranza delle quali concentrate nel biennio 200-2010, nel tentativo di arginare l’effetto domino generato dalla crisi.</p>
<p>Più studi hanno analizzato l’impatto delle politiche in esame sul potere di acquisto delle famiglie, giungendo alla conclusione che, molto spesso, questo subisce una contrazione inversamente proporzionale al reddito, con il conseguente rischio di provocare un’ulteriore contrazione dell’economia. In un Paese, in media, l’impiego del protezionismo riduce del 28% il potere d’acquisto di soggetti ad alto reddito, ma del 63% quello del 10% più povero dei consumatori. Questo poiché ridurre la concorrenza permette che un minor numero di imprese all’interno del mercato possa fissare prezzi più elevati di quanto non potrebbe fare in un contesto diverso.</p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p>Il protezionismo è stato definito come “una delle più evidenti discrepanze tra la teoria economica e l’evidenza empirica”. Infatti, nonostante le numerose teorie a sostegno del libero commercio, non solo non sono state eliminate tutte le barriere, ma ne sono state innalzate di nuove.</p>
<p>Il protrarsi di questo approccio è legato a più motivi, generalmente infatti non è detto che la massimizzazione degli interessi internazionali coincida con quelli del singolo Stato; inoltre altri numerosi fattori entrano in gioco, tra cui la tutela delle giovani aziende, le pressioni che alcuni gruppi sono in grado di esercitare sui governi, la sicurezza legata alla capacità di produrre in autonomia determinati beni e le necessità relative al mantenimento dei posti di lavoro a livello nazionale possono sembrare produrre vantaggi maggiori rispetto a quelli derivanti dalla liberalizzazione.</p>
<p>La soluzione a questa contrapposizione delle rispettive visioni degli scambi non risiede unicamente nella componente economica dell’analisi, è un insieme di politica, relazioni, rapporti di potere ed interessi nazionali non allineati, per motivi diversi, a quelli internazionali. Tuttavia, l’avviarsi lungo un sentiero che preveda un crescente avvicinamento all’isolazionismo rischia di minare il futuro economico degli stati, condizionando i futuri rapporti commerciali con i Paesi che, ad oggi, potrebbero trovare chiuse le frontiere per i loro beni.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a>Una tassa sulle importazioni di più di 20000 beni</p>
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