<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Commercio Archivi &#8211; MondoDem</title>
	<atom:link href="https://www.mondodem.it/tag/commercio/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.mondodem.it/tag/commercio/</link>
	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
	<lastBuildDate>Mon, 27 Apr 2020 12:10:02 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.3</generator>

<image>
	<url>https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/10/cropped-MondoDem_Logo_RGB_colored-min-1-1-32x32.png</url>
	<title>Commercio Archivi &#8211; MondoDem</title>
	<link>https://www.mondodem.it/tag/commercio/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Dazi? Meglio il rispetto dei trattati commerciali</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1042/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/1042/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Apr 2018 15:08:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[#dazi]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=1042</guid>

					<description><![CDATA[<p>Di Fabrizio Macrì &#160;  L’introduzione dei dazi L’amministrazione Trump ha annunciato l’introduzione di limiti tariffari all’importazione negli Stati&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1042/">Dazi? Meglio il rispetto dei trattati commerciali</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Fabrizio Macrì</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> </em><em>L’introduzione dei dazi</em></p>
<p>L’amministrazione Trump ha annunciato l’introduzione di limiti tariffari all’importazione negli Stati Uniti di acciaio e alluminio: i dazi ammontano rispettivamente al 25% nel settore dell’acciaio ed al 10% nel settore dell’alluminio.</p>
<p>La misura corrisponde ad una promessa elettorale fatta dal Presidente durante la vittoriosa campagna elettorale ai lavoratori americani dei settori industriali coinvolti che da anni soffrono la concorrenza dei paesi che producono a basso costo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Le cause</em></p>
<p>I dazi si propongono di limitare la concorrenza soprattutto cinese che avendo costruito negli ultimi anni una grande sovrapproduzione di acciaio e alluminio, ha generato un eccesso di offerta e quindi un calo generalizzato dei prezzi che colpisce soprattutto l’industria di base dei paesi ad alto costo del lavoro quale Nord America ed Europa occidentale. La Cina è il primo fornitore mondiale di acciaio con il 49% della produzione.</p>
<p>I dazi per ora esentano le importazioni dall’Area NAFTA ma colpiscono l’Europa, tra i maggiori fornitori mondiali del mercato americano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il paradosso americano</em></p>
<p>A ben guardare i danni generati dall’introduzione di questi dazi per l’economia americana rischiano di essere maggiori dei benefici attesi per 2 ragioni fondamentali:</p>
<ul>
<li>Il rischio di reciprocità laddove gli altri grandi mercati di destinazione delle merci americane decidano a loro volta di introdurre dei dazi che colpiranno l’export americano con un effetto recessivo sul PIL USA;</li>
<li>i settori protetti dai dazi rappresentano appena lo 0,5% del PIL americano e lo 0,7% dell’occupazione complessiva (87.000 persone), mentre gli altri settori industriali dell’economia USA che fanno uso di acciaio ed alluminio e che soffriranno di un aumento dei costi dovuto alla chiusura del mercato USA a forniture estere, sono molto più rilevanti sia in termini di ricchezza prodotta che di posti di lavoro generati. Uno dei settori più colpiti potrebbe essere l’automotive americano: lo stesso gruppo FCA che ha negli States il 60% della sua produzione si stima che avrà una riduzione dei suoi utili nell’ordine del 3,5% in conseguenza dell’introduzione dei dazi.</li>
</ul>
<p><em>Conseguenze sulle altre maggiori economie</em></p>
<p>Se dunque è vero che l’introduzione dei dazi potrebbe non avere l’effetto benefico sperato sull’economia americana, è anche probabile che non sia neanche l’opzione più efficace per colpire la Cina, che a detta di Trump, è il principale obiettivo della misura protezionistica.</p>
<p>La Cina infatti, nonostante per effetto della sua sovrapproduzione, sia il maggiore responsabile del calo dei prezzi in questi due settori, vende in USA circa 800.000 tonnellate di acciaio (appena l’1,4% del suo export mondiale di circa  72,4 Milioni), poca cosa rispetto ai 5 Milioni esportati in USA dall’Unione Europea di cui 500.000 tonnellate dall’Italia.</p>
<p>È prevedibile quindi una riduzione quantitativa di circa un milione di tonnellate dell’export europeo di acciaio e di 100.000 tonnellate dall’Italia (che si traduce in circa un miliardo di Dollari in meno in valore per il nostro export in USA). Una misura strabica quindi che concepita per colpire la CIna finisce per danneggiare gli alleati europei tra cui in modo significativo il nostro Paese.</p>
<p>Il rischio che queste misure protezionistiche possano danneggiare la crescita prodigiosa negli ultimi anni delle nostre esportazioni sul mercato americano è alto, soprattutto se queste misure si estenderanno anche ad altri settori come l’automotive e l’agroalimentare, in cui l’Italia eccelle sul mercato americano. L’Italia nel 2017 è diventato l’ottavo paese esportatore negli USA, superando la Francia ed ha aumentato il volume del proprio export nel Paese del 137% dal 2009 al 2017.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Concorrenza sleale </em></p>
<p>La radice del problema è la concorrenza sleale.</p>
<p>Il processo di apertura dei mercati promosso dagli USA a partire dagli anni ’90 ha consentito a molti paesi in via di sviluppo di crescere e uscire da condizioni di povertà assoluta, tuttavia le disparità di reddito, di regimi politici più o meno liberali e di quadri normativi sociali ed ambientali hanno messo in difficoltà i sistemi produttivi dei paesi più ricchi ed avanzati.</p>
<p>La Cina, oggetto delle attenzioni dell’amministrazione Trump, è l’esempio più lampante se non altro per via del suo peso economico, di come la concorrenza sleale si manifesti sui mercati internazionali. In Cina lo Stato gioca un doppio ruolo di regolatore e competitor attraverso la diffusa partecipazione dello stesso alla governance di imprese che attraverso sussidi pubblici competono a prezzi stracciati, con effetti distorsivi e di dumping sui mercati dei paesi più sviluppati come gli USA.</p>
<p>Effetti distorsivi hanno anche, da un lato l’imposizione dei cinesi sugli investitori industriali esteri dell’obbligo di trasferimento in Cina della proprietà intellettuale e dall’altro l’assenza di normative stringenti come nei paesi socialmente più sviluppati in tema di tutela dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori.</p>
<p>La corsa all’apertura dei mercati ha prevalso insomma sull’esigenza di imporre a tutti il rispetto delle regole in primis del WTO, ispirate al principio della reciprocità.</p>
<p>L’esposizione delle economie dei paesi più ricchi ed avanzati alla concorrenza dei paesi industriali emergenti in queste condizioni di asimmetria, ha fortemente colpito i settori a più basso valore aggiunto la cui competitività è prevalentemente basata sul prezzo e non sugli innesti di tecnologia e know-how come nei settori ad alto valore aggiunto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Winners, losers e politiche economiche nella globalizzazione</em></p>
<p>Qui sta la causa della forte polarizzazione tra «winners» e «losers» della globalizzazione che si è manifestata in molti paesi occidentali, tra cui anche l’Italia e che ha creato un’ondata di malcontento tra le classi sociali di quanti (imprenditori, lavoratori e disoccupati) non hanno potuto cogliere le opportunità di crescita offerte dalla globalizzazione, ma al contrario ne sono stati danneggiati.</p>
<p>La rappresentanza politica di questo malcontento si esprime ora sulla scena internazionale attraverso le misure protezionistiche di Trump che, oltre ad avere un effetto macroeconomico paradossale, danneggiando settori ben più importanti sotto il profilo occupazionale dell’economia americana rispetto a quelli che si vuole proteggere, rischiano anche di innescare un circolo vizioso di reciproche restrizioni agli scambi commerciali tra paesi che avrebbero un effetto recessivo sull’economia globale.</p>
<p>Più efficace sarebbe, oltre all’adozione di misure sociali e di politica economica interna tese a diminuire la polarizzazione tra settori competitivi e settori esclusi dalla globalizzazione, una politica commerciale internazionale tesa a ristabilire la “sovranità” dei trattati internazionali obbligando i paesi contraenti al rispetto de loro principi fondanti e limitandone al massimo le violazioni. Mentre quindi appare legittima l’irritazione degli USA e degli strati sociali più deboli dei paesi occidentali per le conseguenze sociali della concorrenza sleale a livello globale, appare per ora poco efficace e miope la scelta di politica economica che ne consegue: l’imposizione dei dazi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1042/">Dazi? Meglio il rispetto dei trattati commerciali</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/1042/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La nuova battaglia politica europea si chiama CETA</title>
		<link>https://www.mondodem.it/171/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/171/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Nov 2016 15:10:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Canada]]></category>
		<category><![CDATA[CETA]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio]]></category>
		<category><![CDATA[Mercato]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=171</guid>

					<description><![CDATA[<p>Di Umberto Marengo*    Il 30 ottobre Unione europea e Canada hanno firmato un accordo bilaterale per lo&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/171/">La nuova battaglia politica europea si chiama CETA</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="post-hero-image clear-fix"></div>
<div class="entry-content">
<p><em>Di Umberto Marengo*   </em></p>
<p>Il 30 ottobre Unione europea e Canada hanno firmato un accordo bilaterale per lo sviluppo del commercio, il cosiddetto <em>Comprehensive Economic and Trade Agreement</em> (CETA). L’accordo prevede, tra gli elementi principali, l’abbattimento pressoché totale dei dazi doganali, la semplificazione delle garanzie per lavoratori e imprese che vogliono operare tra Europa e Canada e il reciproco riconoscimento di alcune qualifiche professionali. Nonostante sette anni di negoziazioni la firma non era per nulla scontata. L’accordo ha infatti aperto un duro dibattito politico su due questioni fondamentali: primo, è giusto continuare ad aprire i nostri mercati e, secondo, quale deve essere il controllo democratico su temi così controversi?</p>
<p>Nella percezione pubblica europea – complice un decennio di recessione – la liberalizzazione del commercio è avvertita come una minaccia alla sicurezza dello stile di vita attuale. L’opposizione ad accordi come il CETA, o il corrispettivo in negoziazione con gli Stati Uniti (il TTIP) è simbolicamente diventata la resistenza alla “globalizzazione delle élite e delle corporation”.</p>
<p>Si tratta di preoccupazioni giustificate? Accordi bilaterali come il CETA o il TTIP sono la risposta allo stallo delle negoziazioni multilaterali in seno all’Organizzazione Mondiale del Commercio dovuta l’inconciliabilità delle posizioni tra paesi sviluppati e paesi emergenti. L’apertura dei mercati ha offerto opportunità di crescita e export per le economie emergenti ma allo stesso tempo ha creato costi distributivi (vinti e vincitori) all’interno delle nostre società. A questo si aggiungono i costi politici. Globalizzazione significa interdipendenza e pertanto un qualche livello di condivisione delle regole e della sovranità, anche da parte di Europa e Nord America che erano tradizionalmente abituate dettare le regole del gioco.</p>
<p>Gli avversari del <em>free trade</em> non potevano tuttavia scegliere un obiettivo peggiore del CETA. Se il metro di successo di un accordo è la capacità di creare regole comuni per governare il commercio internazionale e la globalizzazione, l’accordo con il Canada è il caso di maggior successo dell’Unione europea. L’accordo prevede esplicitamente norme per la salvaguardia dei servizi pubblici, della salute, dei prodotti di origine geografica controllata, e per impedire il dumping ambientale. Europa e Canada mantengono intatto il diritto di regolare i loro mercati e il mutuo riconoscimento degli standard è limitato a quegli ambiti dove entrambe le parti considerano equivalenti i rispettivi livelli di protezione.</p>
<p>Il CETA è un esempio di come l’Europa può proiettare nel mondo il proprio modello di economia sociale e aperta. Come ogni negoziato anche il CETA crea vincitori e vinti e ha richiesto dei <em>trade off</em>, ovvero delle scelte politiche. A chi spettano queste scelte?</p>
<p>La politica commerciale è da sempre competenza esclusiva dell’Unione europea e pertanto queste scelte sono e dovrebbero restare di competenza del Consiglio e del Parlamento europeo. La Commissione ha invece deciso di considerare il CETA un accordo “misto” europeo e nazionale, chiedendo l’approvazione di ciascuno dei 28 parlamenti nazionali (e in alcuni casi anche regionali).</p>
<p>Questa decisione non democratizza la politica commerciale e rischia invece di distruggerla. In primo luogo, democrazia significa negoziazione e compromesso, non dare a tutti gli attori in gioco potere di veto. In secondo luogo, l’Europa ha bisogno di una voce unica e forte per difendere il proprio modello economico. In passato le divisioni nazionali europee potevano perfino essere un elemento di forza. Nel dopoguerra i nostri partner commerciali volevano accesso al mercato unico della Comunità europea e la regola dell’unanimità ha permesso di proteggere gli interessi di tutti gli Stati Membri. La situazione oggi si è ribaltata. È l’Europa a chiedere accesso ai mercati internazionali dei servizi e allo stesso tempo l’adozione di standard di protezione ambientale e della salute più costosi (o diversi) rispetto a quelli comunemente adottati. In questo contesto senza una voce unica e credibile l’Europa si condanna all’irrilevanza.</p>
<p>In conclusione, il processo di ratifica del CETA si preannuncia conflittuale ma è essenziale che arrivi in porto. Per molto tempo gli effetti politici e distributivi della globalizzazione sono stati minimizzati e ignorati. Per questo oggi il CETA è stato trasformato in una battaglia politica che ha poco a che vedere con gli effetti dell’accordo e segnala invece un problema molto più ampio, ovvero la difficoltà di riconciliare mercati aperti e preferenze democratiche nazionali.</p>
<p>Dopo la firma dei capi di governo e l’approvazione del Parlamento europeo l’accordo entrerà in vigore limitatamente alle parti di competenza europea. Per la piena ratifica sarà necessaria l’approvazione dei 28 parlamenti nazionali. Bloccare l’accordo di maggior successo della storia europea non porterebbe maggiore democrazia ma renderebbe invece impossibile per l’Europa continuare a promuovere nel mondo il proprio modello di economia aperta e, allo stesso tempo, sociale.</p>
<p>*<em><strong>Umberto Marengo</strong> è consulente manageriale e Associate fellow all’Istituto Affari Internazionali di Roma</em></p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/171/">La nuova battaglia politica europea si chiama CETA</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/171/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
