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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>#dazi Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Dazi? Meglio il rispetto dei trattati commerciali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Apr 2018 15:08:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[#dazi]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Fabrizio Macrì &#160;  L’introduzione dei dazi L’amministrazione Trump ha annunciato l’introduzione di limiti tariffari all’importazione negli Stati&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Fabrizio Macrì</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> </em><em>L’introduzione dei dazi</em></p>
<p>L’amministrazione Trump ha annunciato l’introduzione di limiti tariffari all’importazione negli Stati Uniti di acciaio e alluminio: i dazi ammontano rispettivamente al 25% nel settore dell’acciaio ed al 10% nel settore dell’alluminio.</p>
<p>La misura corrisponde ad una promessa elettorale fatta dal Presidente durante la vittoriosa campagna elettorale ai lavoratori americani dei settori industriali coinvolti che da anni soffrono la concorrenza dei paesi che producono a basso costo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Le cause</em></p>
<p>I dazi si propongono di limitare la concorrenza soprattutto cinese che avendo costruito negli ultimi anni una grande sovrapproduzione di acciaio e alluminio, ha generato un eccesso di offerta e quindi un calo generalizzato dei prezzi che colpisce soprattutto l’industria di base dei paesi ad alto costo del lavoro quale Nord America ed Europa occidentale. La Cina è il primo fornitore mondiale di acciaio con il 49% della produzione.</p>
<p>I dazi per ora esentano le importazioni dall’Area NAFTA ma colpiscono l’Europa, tra i maggiori fornitori mondiali del mercato americano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il paradosso americano</em></p>
<p>A ben guardare i danni generati dall’introduzione di questi dazi per l’economia americana rischiano di essere maggiori dei benefici attesi per 2 ragioni fondamentali:</p>
<ul>
<li>Il rischio di reciprocità laddove gli altri grandi mercati di destinazione delle merci americane decidano a loro volta di introdurre dei dazi che colpiranno l’export americano con un effetto recessivo sul PIL USA;</li>
<li>i settori protetti dai dazi rappresentano appena lo 0,5% del PIL americano e lo 0,7% dell’occupazione complessiva (87.000 persone), mentre gli altri settori industriali dell’economia USA che fanno uso di acciaio ed alluminio e che soffriranno di un aumento dei costi dovuto alla chiusura del mercato USA a forniture estere, sono molto più rilevanti sia in termini di ricchezza prodotta che di posti di lavoro generati. Uno dei settori più colpiti potrebbe essere l’automotive americano: lo stesso gruppo FCA che ha negli States il 60% della sua produzione si stima che avrà una riduzione dei suoi utili nell’ordine del 3,5% in conseguenza dell’introduzione dei dazi.</li>
</ul>
<p><em>Conseguenze sulle altre maggiori economie</em></p>
<p>Se dunque è vero che l’introduzione dei dazi potrebbe non avere l’effetto benefico sperato sull’economia americana, è anche probabile che non sia neanche l’opzione più efficace per colpire la Cina, che a detta di Trump, è il principale obiettivo della misura protezionistica.</p>
<p>La Cina infatti, nonostante per effetto della sua sovrapproduzione, sia il maggiore responsabile del calo dei prezzi in questi due settori, vende in USA circa 800.000 tonnellate di acciaio (appena l’1,4% del suo export mondiale di circa  72,4 Milioni), poca cosa rispetto ai 5 Milioni esportati in USA dall’Unione Europea di cui 500.000 tonnellate dall’Italia.</p>
<p>È prevedibile quindi una riduzione quantitativa di circa un milione di tonnellate dell’export europeo di acciaio e di 100.000 tonnellate dall’Italia (che si traduce in circa un miliardo di Dollari in meno in valore per il nostro export in USA). Una misura strabica quindi che concepita per colpire la CIna finisce per danneggiare gli alleati europei tra cui in modo significativo il nostro Paese.</p>
<p>Il rischio che queste misure protezionistiche possano danneggiare la crescita prodigiosa negli ultimi anni delle nostre esportazioni sul mercato americano è alto, soprattutto se queste misure si estenderanno anche ad altri settori come l’automotive e l’agroalimentare, in cui l’Italia eccelle sul mercato americano. L’Italia nel 2017 è diventato l’ottavo paese esportatore negli USA, superando la Francia ed ha aumentato il volume del proprio export nel Paese del 137% dal 2009 al 2017.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Concorrenza sleale </em></p>
<p>La radice del problema è la concorrenza sleale.</p>
<p>Il processo di apertura dei mercati promosso dagli USA a partire dagli anni ’90 ha consentito a molti paesi in via di sviluppo di crescere e uscire da condizioni di povertà assoluta, tuttavia le disparità di reddito, di regimi politici più o meno liberali e di quadri normativi sociali ed ambientali hanno messo in difficoltà i sistemi produttivi dei paesi più ricchi ed avanzati.</p>
<p>La Cina, oggetto delle attenzioni dell’amministrazione Trump, è l’esempio più lampante se non altro per via del suo peso economico, di come la concorrenza sleale si manifesti sui mercati internazionali. In Cina lo Stato gioca un doppio ruolo di regolatore e competitor attraverso la diffusa partecipazione dello stesso alla governance di imprese che attraverso sussidi pubblici competono a prezzi stracciati, con effetti distorsivi e di dumping sui mercati dei paesi più sviluppati come gli USA.</p>
<p>Effetti distorsivi hanno anche, da un lato l’imposizione dei cinesi sugli investitori industriali esteri dell’obbligo di trasferimento in Cina della proprietà intellettuale e dall’altro l’assenza di normative stringenti come nei paesi socialmente più sviluppati in tema di tutela dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori.</p>
<p>La corsa all’apertura dei mercati ha prevalso insomma sull’esigenza di imporre a tutti il rispetto delle regole in primis del WTO, ispirate al principio della reciprocità.</p>
<p>L’esposizione delle economie dei paesi più ricchi ed avanzati alla concorrenza dei paesi industriali emergenti in queste condizioni di asimmetria, ha fortemente colpito i settori a più basso valore aggiunto la cui competitività è prevalentemente basata sul prezzo e non sugli innesti di tecnologia e know-how come nei settori ad alto valore aggiunto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Winners, losers e politiche economiche nella globalizzazione</em></p>
<p>Qui sta la causa della forte polarizzazione tra «winners» e «losers» della globalizzazione che si è manifestata in molti paesi occidentali, tra cui anche l’Italia e che ha creato un’ondata di malcontento tra le classi sociali di quanti (imprenditori, lavoratori e disoccupati) non hanno potuto cogliere le opportunità di crescita offerte dalla globalizzazione, ma al contrario ne sono stati danneggiati.</p>
<p>La rappresentanza politica di questo malcontento si esprime ora sulla scena internazionale attraverso le misure protezionistiche di Trump che, oltre ad avere un effetto macroeconomico paradossale, danneggiando settori ben più importanti sotto il profilo occupazionale dell’economia americana rispetto a quelli che si vuole proteggere, rischiano anche di innescare un circolo vizioso di reciproche restrizioni agli scambi commerciali tra paesi che avrebbero un effetto recessivo sull’economia globale.</p>
<p>Più efficace sarebbe, oltre all’adozione di misure sociali e di politica economica interna tese a diminuire la polarizzazione tra settori competitivi e settori esclusi dalla globalizzazione, una politica commerciale internazionale tesa a ristabilire la “sovranità” dei trattati internazionali obbligando i paesi contraenti al rispetto de loro principi fondanti e limitandone al massimo le violazioni. Mentre quindi appare legittima l’irritazione degli USA e degli strati sociali più deboli dei paesi occidentali per le conseguenze sociali della concorrenza sleale a livello globale, appare per ora poco efficace e miope la scelta di politica economica che ne consegue: l’imposizione dei dazi.</p>
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		<title>I dazi di Donald Trump: quali rischi per l’economia italiana?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Mar 2018 19:43:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[#dazi]]></category>
		<category><![CDATA[#imprese]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Bernardo Tarantino* L’articolo intende fornire un’analisi dei dazi introdotti recentemente da Donald Trump e dei potenziali effetti&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1011/">I dazi di Donald Trump: quali rischi per l’economia italiana?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Bernardo Tarantino*</em></p>
<p>L’articolo intende fornire un’analisi dei dazi introdotti recentemente da Donald Trump e dei potenziali effetti sull’economia italiana. La prima parte illustrerà la portata dei provvedimenti protezionistici del Governo statunitense nel settore siderurgico. La seconda parte sarà dedicata ai potenziali effetti dei dazi sulle aziende italiane esportatrici di acciaio e alluminio. Infine, si illustreranno le tappe di una possibile <em>escalation</em> tariffaria e le potenziali conseguenze sull’export italiano.</p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<ol>
<li><strong><em>I motivi e gli obiettivi della scelta di Trump</em></strong></li>
</ol>
<p>Lo scorso 23 marzo, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha introdotto dazi del 25% per l’acciaio e del 10% per l’alluminio. I motivi principali di questa decisione risiedono nella crisi che il settore siderurgico statunitense ha conosciuto negli ultimi due decenni. In particolare, il rapporto del Dipartimento per il Commercio USA del 16 febbraio considera l’eccedenza delle importazioni di acciaio e alluminio una minaccia per la sicurezza nazionale e l’occupazione. Il rapporto, oltre a rilevare una diminuzione negli ultimi vent’anni del 35% degli occupati nel settore dell’acciaio e del 58% tra il 2013 e il 2016 nel settore dell’alluminio, raccomanda misure di politica commerciale volte a tutelare i comparti produttivi nazionali.</p>
<p>Inizialmente, i provvedimenti di politica commerciale dell’Amministrazione Trump avrebbero dovuto colpire quasi tutti i partner commerciali degli Stati Uniti. Gradualmente, l’asprezza delle misure tariffarie si è affievolita. Canada e Messico, rispettivamente primo e quarto partner commerciale degli Stati Uniti nel settore siderurgico, sono stati subito esentati dai dazi. A ridosso della firma del Proclama presidenziale, l’Unione europea, il Brasile, la Corea del Sud, l’Argentina e l’Australia hanno ottenuto un’esenzione temporanea. La Cina, primo produttore mondiale di acciaio e alluminio, è pertanto il destinatario principale delle misure tariffarie imposte da Trump. Ciò nondimeno, il rischio di una guerra commerciale tra Stati Uniti e Unione europea non è da sottovalutare. La data del primo maggio indicata dall’Amministrazione Trump per concludere i negoziati su dazi e relazioni commerciali sembra poco realistica e la Commissione europea sostiene che l’esenzione dai dazi debba essere permanente e non solo temporanea.</p>
<p>I dazi di Trump rappresentano una sfida senza precedenti per l’industria siderurgica globale. Gli USA sono il maggior importatore mondiale di acciaio (circa 31 milioni di tonnellate) e le ripercussioni dei dazi non tarderanno a farsi sentire. Per i paesi esportatori, una tassa aggiuntiva alle importazioni rappresenta un problema di non poco conto, in quanto molti prodotti rischiano di vedere le proprie esportazioni drasticamente diminuite.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li><strong><em> I dazi di Trump avrebbero effetti negativi su alcuni comparti della siderurgia italiana caratterizzati da un significativo valore aggiunto</em></strong></li>
</ol>
<p>I rapporti commerciali tra Stati Uniti e Italia sono eccellenti. L’interscambio supera i 55 miliardi di euro. Il saldo della bilancia commerciale è nettamente a favore dell’Italia. Nel 2017, con <strong>40,5 miliardi di fatturato</strong>, l’Italia si è piazzata all’ottavo posto dei paesi da cui provengono le importazioni degli Stati Uniti. Le importazioni italiane dagli Stati Uniti si attestano a 15 miliardi di euro.</p>
<p>Nel settore siderurgico<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>, l’Italia rappresenta soltanto l’1% del valore complessivo delle importazioni degli Stati Uniti. Il peso degli Stati Uniti, nel totale delle vendite all’estero di prodotti siderurgici italiani è pari al 3,8%, appena lo 0,2% dell’export manifatturiero. Tuttavia, i potenziali effetti negativi non sono da sottovalutare. Le aziende italiane specializzate nella produzione di acciaio e alluminio esportano complessivamente verso gli Stati Uniti <strong>470 mila tonnellate d’acciaio l’anno</strong> per un valore di circa <strong>653 milioni di euro</strong><a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><strong><sup>[2]</sup></strong></a>.</p>
<p>Se si analizzano nel dettaglio le performance dei singoli prodotti, emerge un ruolo più rilevante  per l’Italia nel commercio di semilavorati ad alto valore aggiunto. La categoria che rischierebbe di essere più colpita dai dazi di Trump è  infatti quella dei <strong>lingotti in acciai inox</strong> per i quali le esportazioni negli Stati Uniti rappresentano il <strong>57</strong><strong>,4%</strong> del totale (21.603 tonnellate su 37.613). Relativamente più contenuto, ma comunque rilevante, sarebbe l’impatto anche sulle <strong>barre e profilati in acciai inossidabili</strong> (18,5% le esportazioni negli USA sul totale),<strong> i tubi senza saldatura</strong> (13,1%), <strong>i fili in acciai legati </strong>(12,5%) ed i <strong>lingotti in acciai legati </strong>(9,3%).<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><sup>[3]</sup></a></p>
<p>Una stretta sui dazi non sarebbe quindi senza conseguenze per l’industria italiana. Per molti prodotti il mercato americano non rappresenta solo una delle destinazioni più remunerative, ma anche una delle aree con maggiori prospettive di crescita. Uno studio di Prometeia considera il mercato statunitense una combinazione di “<strong>ampie prospettive di sviluppo”</strong> per il prossimo biennio ed elevato<strong> “peso specifico”</strong>, in termini di volumi potenzialmente assorbibili,<strong> </strong>per i settori dei “tubi in acciaio” e della “lavorazione a freddo dell’acciaio”.</p>
<p>Alla luce di questi dati, secondo il Presidente di Federacciai Gozzi, le imprese italiane potenzialmente colpite dai dazi di Trump non supererebbero la decina. Tra di esse, si segnala il caso di <strong>Arinox (Gruppo Arvedi) </strong>situata a Riva Trigoso, azienda specializzata nella produzione di acciaio inossidabile che ha recentemente trasmesso il proprio parere al Dipartimento del Commercio USA. Altro caso da segnalare è quello dell’acciaieria<strong> Valbruna, </strong>con sedi a Vicenza, Bolzano e nello Stato dell’Indiana, che esporta 40 mila tonnellate di acciaio inossidabile negli USA.</p>
<p>Prima dell’annuncio dell’imposizione dei dazi su acciaio e alluminio, l’Amministrazione Trump aveva già imposto un dazio provvisorio del 22,6% alle importazioni di <strong>vergella</strong> italiana colpendo principalmente l’azienda friulana <strong>Ferriere Nord </strong>e la veronese<strong> Ferriere Valsider</strong>. Gli Stati Uniti sostengono che parte delle esportazioni italiane di vergella sono in dumping a causa di sussidi statali. Nel 2016 le esportazioni italiane di vergella negli USA ammontavano a 12 milioni di dollari per un totale di 30 mila tonnellate. Nei primi 8 mesi del 2017 l’Italia ha esportato negli USA circa 19 mila tonnellate di vergella.</p>
<p>Infine, sembra opportuno descrivere brevemente gli <strong>effetti indiretti</strong> che i dazi sui prodotti cinesi avrebbero sul mercato siderurgico europeo. Le esportazioni cinesi di acciaio e alluminio verso gli USA, colpite dai dazi, potrebbero riversarsi sui mercati dei Paesi membri dell’UE danneggiando tutte le aziende del settore. A tal proposito sono state espresse preoccupazioni per la concorrenza che la <strong>filiera siderurgica lecchese</strong> subirebbe dai competitor asiatici.  Con i suoi 19.857 addetti il distretto industriale lecchese ha generato un export pari a <strong>1,8 miliardi</strong> nei primi nove mesi del 2017. Questi risultati potrebbero essere compromessi da una maggiore disponibilità sui mercati europei di prodotti di acciaio e alluminio provenienti dalla Cina e che, non trovando più sbocco negli USA, potrebbero dirigersi sull’Europa. Tuttavia, le esportazioni cinesi verso gli USA hanno un peso relativamente modesto in quanto costituiscono solo il 3% del totale delle importazioni USA di acciaio e alluminio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="3">
<li><strong><em> Nel caso di escalation tariffaria gli effetti sull’export italiano sarebbero rilevanti</em></strong></li>
</ol>
<p>Benché al momento poco probabile, non è da escludere l’avvio di un’escalation di ritorsioni tariffarie.  La Commissione europea si è attivata per ottenere un’esenzione dai dazi sull’acciaio e l’alluminio. Come si è evidenziato, il Governo americano ha concesso un’esenzione temporanea i cui profili giuridici ed operativi risultano poco chiari. L’Unione europea chiede un’esenzione permanente e sta studiando una triplice strategia per rispondere al protezionismo americano.</p>
<p>a) L’Unione europea potrebbe fare richiesta di arbitrato presso l’Organo delle risoluzione delle controversie dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Tuttavia questa procedura richiede tempi molto lunghi.</p>
<p>b) Una seconda opzione sarebbe quella di adottare misure di salvaguardia provvisorie per impedire che i prodotti oggi esportati negli Usa dal resto del mondo, e che verranno bloccati dai dazi, si riversino nel mercato europeo creando seri danni all’industria siderurgica.</p>
<p>c) Infine, l’Ue potrebbe attivare una ritorsione commerciale che avrebbe però effetti dirompenti sul commercio internazionale. In tal caso, sembrerebbe che l’Ue abbia già stilato una lista di beni statunitensi a cui applicare dazi e che includono acciaio, alluminio, motociclette, jeans, whiskey, motori per imbarcazioni, riso, fragole, granoturco e molti altri beni per un valore totale di 2,83 miliardi di euro.</p>
<p>Nel caso di ritorsioni da parte dell’Unione europea, Trump ha annunciato di voler ampliare la lista dei prodotti europei da sottoporre a dazi, a cominciare dall’<strong>automotive</strong>. Gli esportatori italiani sarebbero i più colpiti insieme a quelli tedeschi. In particolare, il 23,0% dell’export industriale italiano negli Stati Uniti è costituito da <strong>mezzi di trasporto</strong>, il 18,7% da <strong>macchinari</strong>, il 10,1% da <strong>alimentari e bevande</strong> e il 9,5% da <strong>tessile, abbigliamento e calzaturiero</strong>. A livello regionale, <strong>Lombardia e Veneto sarebbero le regioni</strong> più colpite da un’escalation tariffaria. Si pensi che nel 2016 la Lombardia ha esportato negli Stati Uniti merci per 8,1 miliardi di euro e il Veneto per 4,8 miliardi.</p>
<p>È difficile prevedere gli <strong>effetti di un’escalation tariffaria</strong> sull’export italiano e sui singoli settori produttivi, soprattutto se non si conoscono l’ampiezza e la portata delle misure protezionistiche. Tuttavia, è evidente che il ritorno ai dazi in settori strategici dell’export italiano avrebbe un impatto rilevante sulla nostra economia determinando una perdita per le aziende. Uno studio di Prometeia sull’impatto dei dazi americani ha ipotizzato che se si riportassero le tariffe doganali ai livelli pre-OMC (precisamente ai livelli del 1989), gli ulteriori oneri doganali costerebbero alle imprese italiane circa <strong>800 milioni di euro </strong><a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><sup>[4]</sup></a> , distribuiti diversamente tra i vari settori. Secondo lo studio, di questi 800 milioni, oltre 345 peserebbero sui settori tradizionali del Made in Italy: la moda, le calzature, il design e l’alimentare. Per 216 milioni sui mezzi di trasporto e la meccanica, per 62 milioni sui prodotti e materiali da costruzione. Per 43 milioni sulla metallurgia e per 32 milioni sulla chimica-farmaceutica. Tutto ciò escludendo eventuali misure sanitarie e fito-sanitarie che potrebbero ulteriormente colpire settori specifici del nostro export. Infine, occorre sottolineare che i dazi si applicherebbero a tutti i paesi dell’Unione europea e ciò provocherebbe un “effetto domino” sulle catene del valore internazionali determinando ulteriori perdite per economie aperte come quella italiana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*Bernardo Tarantino è consulente relazioni internazionali e istituzionali. A Expo Milano 2015, si occupato dell’organizzazione delle attività internazionali e delle iniziative di Promozione del Sistema Paese all’estero. In qualità di allievo dell’École Nationale d’Administration, ha svolto servizio alla Rappresentanza permanente della Francia presso l’Unione europea ed è stato membro del gabinetto del Prefetto del Lot-et-Garonne (Fr).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> Federacciai conta 130 imprese associate. Gli addetti nel settore siderurgico in Italia sono 70.000. La produzione nazionale di acciaio ammonta a 22 milioni di tonnellate l’anno.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"><strong><sup>[2]</sup></strong></a> Fonte: Federacciai</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3"><sup>[3]</sup></a> Elaborazione siderweb su dati ISTAT</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4"><sup>[4]</sup></a> Il calcolo è stato fatto a partire dai dati export del 2015</p>
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