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	<title>Democratici Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<title>Democratici Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Alabama, dicembre 2017: prende forza la reazione democratica al Trumpismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Dec 2017 14:02:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[#Alabama]]></category>
		<category><![CDATA[Democratici]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Fabio Iannuzzelli* Un anno fa, a quest’ora, migliaia di famiglie statunitensi stavano per trascorrere le feste natalizie&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Fabio Iannuzzelli*</em></p>
<p><strong>Un anno fa, a quest’ora, migliaia di famiglie statunitensi stavano per trascorrere le feste natalizie con un buon proposito: evitare di trasformare il pranzo o la cena di Natale in un infuocato dibattito sull’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America.</strong> Raramente così divisi, gli USA mostravano al mondo l’entusiasmo incontenibile dei sostenitori repubblicani di Trump contrapposto all&#8217;incredulità dei fedelissimi di un Partito Democratico convinto (o quasi) di portare la prima donna Presidente al 1600 di Pennsylvania Avenue. Oggi, ad un anno di distanza, attivisti e dirigenti di quello stesso Partito Democratico, nonché milioni di democratici in giro per il paese, possono finalmente ricominciare un po’ a sorridere. Buone notizie erano già arrivate ad inizio novembre con l’elezione di due democratici a governatori del New Jersey e della Virginia, ma una notizia ancora migliore è appena giunta dall’Alabama: in uno degli stati più rossi della nazione, i democratici sono riusciti a strappare ai repubblicani una vittoria simbolica ed entusiasmante.</p>
<p><strong>In Alabama, il 12 dicembre scorso, si è tenuta la cosiddetta Special Election per scegliere uno dei due senatori in rappresentanza dello stato presso il Senato degli USA, posto vacante lasciato dal repubblicano Jeff Sessions, nominato Procuratore Generale degli Stati Uniti da Donald Trump: il candidato democratico Doug Jones sfidava il repubblicano Roy Moore.</strong> Sfida difficile per i democratici, tanto più perché giocata nello stato che un anno fa, nelle elezioni presidenziali, consegnò a Donald Trump una schiacciante vittoria contro Hillary Clinton. Eppure,<strong> il risultato finale ha decretato Jones al 49,9% e Moore al 48,4%</strong>. L’avvocato progressista, conosciuto in Alabama per avere perseguito con successo due membri del Ku-Klux-Klan responsabili per l’attentato omicida di quattro ragazzine afroamericane nel 1963, è riuscito a battere il conservatore, simbolo del Trumpismo, noto per aver affermato che l’America era davvero grande ai tempi della schiavitù, e, più recentemente, per essere stato accusato di intrattenere rapporti sessuali con minorenni quando aveva trent’anni. Una vittoria di misura, ma pesante.</p>
<p><strong>Un candidato repubblicano impresentabile, dunque, o una reazione democratica al Trumpismo diffuso? Un fenomeno locale o dalla portata più ampia? Più che a risposte nette, tali domande lasciano spazio a prudenti riflessioni.</strong> Intanto, in uno stato federale che come pochi ha conosciuto un’ardua battaglia per la conquista di diritti civili ed umani fondamentali, la reazione della comunità afroamericana ad un candidato nostalgico della schiavitù, è stata forte e compatta: il 30% dei votanti era afroamericano (il 96% avrebbe votato per Jones), quota più alta di quella delle elezioni che portarono Obama alla Casa Bianca nel 2008 e nel 2012. Inoltre, la preoccupazione della comunità afroamericana per le politiche regressive ai danni delle fasce più povere sostenute dal candidato repubblicano è stata contrastata da Jones, il quale, durante la campagna elettorale, ha mostrato particolare sensibilità per temi come l’equo accesso al sistema sanitario o la riforma della giustizia penale. A questa reazione vigorosa della comunità afroamericana, si è associata una massiccia mobilitazione degli attivisti del Partito Democratico dell’Alabama che, attraverso migliaia di chiamate telefoniche, sms e visite a domicilio (più di 520.000!), è riuscita a far sostenere strenuamente la candidatura di Jones. Al contempo, è probabile che l’incapacità del Partito Repubblicano dell’Alabama di smarcarsi dalla bigotteria impresentabile di Moore abbia indotto diversi repubblicani ad astenersi o a sostenere il candidato democratico: i principali mezzi di informazione statunitensi hanno evidenziato che molti repubblicani residenti nelle ricche periferie cittadine avrebbero mostrato interesse per Jones.</p>
<p>Sebbene molti elementi che hanno portato alla vittoria del candidato democratico siano attribuibili al contesto specifico, tale successo consente di osservare e riflettere su dinamiche e azioni che hanno favorito e potrebbero favorire una più ampia reazione democratica al Trumpismo diffuso. <strong>L’affermazione di Jones nella Special Election si può anche ricondurre ad una crescente risposta, a livello nazionale, all’aggressiva polarizzazione promossa da personaggi come Moore, ispirati e legittimati da Trump.</strong> Certo, la reazione afroamericana in Alabama è dettata dall’insensatezza delle proposte e dichiarazioni di Moore, ma si contrappone anche, ad esempio, alla retorica della supremazia bianca sempre più diffusa nell’intera nazione e non ostacolata dal Trumpismo. D’altro canto, il caso dell’Alabama, così come quello della Virginia lo scorso novembre, potrebbe indicare una certa fatica da parte dell’elettorato repubblicano nel sostenere, sempre e comunque, posizioni fortemente divisive. Oltre a ciò, al successo di Jones hanno contribuito l’importante ruolo del Partito Democratico nazionale, ad esempio attraverso il massiccio supporto finanziario ad organizzazioni di base in Alabama, la mobilitazione di attivisti democratici al di fuori dello stato, ed il forte sostegno al candidato democratico da personaggi di spicco come Obama.</p>
<p><strong>Grazie alla voglia di reagire al Trumpismo, che spacca l’elettorato e promuove una regressione sui diritti civili ed umani fondamentali, e all’impegno concreto e costante dei democratici in territori tradizionalmente più ostili, i progressisti potranno guardare con maggior ottimismo e fiducia alle elezioni di medio-termine di novembre 2018, un’importante occasione per arginare i Repubblicani e costringerli a rivedere le loro strategie.</strong> Ma ai democratici serviranno anche buone dosi di attenzione, fatica e coraggio. Il margine basso di vittoria in Alabama, così come il carattere speciale delle elezioni, devono suggerire ai democratici che per replicare i successi su larga scala, per colpire il Trumpismo senza abbandonare valori e idee progressiste, servirà un lavoro impegnativo e continuo. Speranzosamente, la vittoria in Alabama ha trasmesso, a chi ancora non lo aveva, lo slancio per affrontare questa lunga e impervia sfida.</p>
<p><em>*Laureato in Economia presso il Collegio Carlo Alberto e l’Università degli Studi di Torino, ha servito per diversi anni in Guinea-Bissau, Africa Occidentale, per le ONG ENGIM e Mani Tese operanti nel settore dello sviluppo e della promozione dei diritti umani. Ha completato recentemente un Master in Relazioni Internazionali presso la Johns Hopkins University School of Advanced International Studies (SAIS). È iscritto e collabora con il circolo PD di Washington, D.C. da settembre 2016.</em></p>
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		<title>L&#8217;Asinello smarrito: il grande sentiero del Partito Democratico statunitense</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Dec 2017 20:06:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Democratici]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Stefano Graziosi* Non sono tempi facili per il Partito Democratico statunitense. La sconfitta elettorale del 2016 è stata&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Stefano Graziosi*</em></p>
<p><strong>Non sono tempi facili per il Partito Democratico statunitense</strong>. La sconfitta elettorale del 2016 è stata infatti una delle più drammatiche della sua storia. E ha lasciato un segno profondo: non soltanto l’Asinello ha perso la Casa Bianca ma non è neppure riuscito a conquistare uno dei due rami del Congresso. <strong>Il partito è</strong>, insomma, <strong>piombato in una fase di stallo, ritrovandosi fondamentalmente dilaniato da una feroce lotta intestina: da una parte, la sinistra di Bernie Sanders; dall’altra la corrente moderata</strong> (più o meno clintoniana). La prima appoggia una visione tendente al socialismo, venata di protezionismo economico e isolazionismo geopolitico. La seconda, di contro, non disdegna i trattati internazionali di libero scambio e, pur non condividendo le prospettive dell’unilateralismo neoconservatore, ritiene che gli Stati Uniti debbano continuare a giocare un ruolo di primo piano sullo scacchiere internazionale e multilaterale.</p>
<p><strong>Un duello aspro, dunque, tra due sistemi di pensiero quasi antitetici</strong>. Un duello riesploso energicamente in occasione delle elezioni per la scelta del nuovo presidente del Partito Democratico, lo scorso febbraio: elezioni che hanno visto scontrarsi <strong>Tom Perez</strong> e <strong>Keith Ellison</strong>. Il primo, ex ministro del Lavoro di Barack Obama, si è presentato come il candidato dell’establishment, nel tentativo di arginare i sandersiani compattando le aree di centro e centro-sinistra. Il secondo, deputato per il Minnesota, ha invece ottenuto l’appoggio della sinistra (da Bernie Sanders ad Elizabeth Warren). Dopo aver vinto sul filo del rasoio, Perez ha teso la mano ad Ellison, con l’obiettivo di mantenere unite le varie correnti di un partito che fatica ancora oggi a ritrovare una propria identità.</p>
<p><strong>E difatti, su svariate questioni le due anime non sembrano essere ancora riuscite a trovare una sintesi.</strong> Pensiamo alla sanità: quest’estate, Bernie Sanders ha presentato un progetto di riforma con l’obiettivo di creare un sistema sanitario in grado di coprire tutti i cittadini americani. Una proposta da molti giudicata irrealizzabile ma che il senatore del Vermont difende a spada tratta, sostenendo la necessità di un energico aumento delle tasse. Si tratta di una visione che le ali moderate del partito non guardano con troppa simpatia. Non solo temono che simili politiche possano spostare l’Asinello su posizioni barricadiere con conseguente fuga degli elettori moderati. Ma, pragmaticamente, preferiscono concentrarsi sulla difesa di Obamacare dai picconamenti di Trump. Il punto, insomma, è che queste anime combattive non riescono ancora a trovare un elemento coesivo che vada al di là della (ovviamente legittima) opposizione a Trump.</p>
<p><strong>Non è un caso che Barack Obama, contrariamente ai suoi immediati predecessori, sia rimasto particolarmente attivo sulla scena politica americana.</strong> Il problema è che, dopo lo straordinario successo della sua rivoluzione nel 2008, il Partito Democratico non è parso capace di attuare un significativo rinnovamento interno  che gli consenta di superare le divisioni intestine per creare una piattaforma di effettiva alternativa a Trump e ai Repubblicani. Le stesse recenti (e pur importanti) vittorie ottenute nelle elezioni governatoriali in Virginia e New Jersey non bastano a segnalare un’inversione di tendenza: si tratta infatti di territori tendenzialmente favorevoli ai democratici, dove non risiede lo zoccolo duro dell’elettorato trumpiano (la classe operaia impoverita della Rust Belt). Senza poi dimenticare che nel New Jersey l’Elefantino sconta la pessima gestione dell’ex governatore repubblicano, Chris Christie. Se veramente vuole capitalizzare questi buoni risultati, l’Asinello dovrebbe finalmente cercare di disancorarsi dal passato, guardando saldamente al futuro.</p>
<p><strong>Ma il tempo è poco. Tra meno di anno, si terranno le elezioni di medio termine in cui si rinnoverà la totalità della Camera e un terzo del Senato.</strong> E i democratici dovranno fare di tutto per cercare di riconquistare almeno la Camera: un obiettivo fondamentale non soltanto per attuare una opposizione più efficace a Trump. Ma anche per tornare di fatto a contare nell’agone politico statunitense. Un agone da cui i democratici ormai sembrano quasi spariti e in cui tengono completamente banco le sole beghe interne al Partito Repubblicano. L’Asinello deve insomma guardare avanti: Obama può essere un punto di partenza, ma non certo un punto di arrivo. Non solo perché, banalmente, il XXII Emendamento gli impedisce un terzo mandato. Ma anche – e soprattutto – perché l’America di oggi fatalmente non è più quella del 2008. Trump, piaccia o meno, è un segno dei tempi. Ed è stato abile ad intercettare un disagio profondo, perché ha avuto fiuto. Ecco: questo fiuto i democratici devono ritrovare. Perché il rischio, per loro, non è perdere le prossime elezioni, ma sprofondare nell’irrilevanza storica. Un’opzione che il partito di Franklin Delano Roosevelt non può permettersi.</p>
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<p>*Laureato in filosofia politica alla Cattolica di Milano, collabora su esteri (soprattutto Stati Uniti) con varie testate (Lettera43, Verità, Stati Generali, in passato America24 ecc.)</p>
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		<title>I Democratici hanno perso perché non sono di sinistra?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Sgrulletti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Nov 2016 14:25:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Democratici]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>No, i Democratici non hanno perso la Casa Bianca perché “non sono di sinistra”. E nemmeno perché sono&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>No, i Democratici non hanno perso la Casa Bianca perché “non sono di sinistra”. E nemmeno perché sono “subalterni all’ideologia neoliberista e alla finanza globalizzata”. Dato che i ciclostile dell’analisi della sconfitta sono sempre attivi in certi sgabuzzini della sinistra italiana, vale la pena affermare queste negazioni con nettezza.</p>
<p>La Presidenza Obama ha praticato politiche di sinistra, come nessun’altra prima, negli Stati Uniti d’America.</p>
<p>Con la riforma sanitaria, ha fornito protezione sociale a 20 milioni di persone, che per la prima volta hanno avuto accesso all’assicurazione medica. Lo ha fatto a costo di una battaglia politica durissima contro i Repubblicani, maggioranza nel Congresso per quasi tutto il corso dell’Amministrazione. Uno scontro feroce, con episodi di ostruzionismo che hanno imposto, per determinati periodi, il blocco della prestazione di servizi pubblici. Con la legge Dodd-Frank, l’Amministrazione Obama ha fornito alle autorità federali significativi poteri di controllo sul sistema bancario, una misura importante e coraggiosa che poco piacque alle lobby di Wall Street. Quanto al settore della produzione industriale, Obama ha preso l’America di Bush, refrattaria a qualunque politica di contrasto del mutamento climatico globale, e l’ha portata all’assunzione della più alta responsabilità, nel consesso multilaterale degli accordi di Parigi.</p>
<p>La Presidenza Obama è stata costantemente ispirata da una visione filantropica globale, che sta nel profondo di una certa tradizione dell’America democratica, che fa coincidere la cittadinanza con la scelta americana, coniugata con una razionale convinzione dell’opportunità di politiche tese al massimo avanzamento possibile dei processi di inclusione di neri e latinos.</p>
<p>Si dirà: non era candidato Obama. E’ vero e non poteva esserlo. Ma, particolarmente in politica interna, Hillary Clinton è stata la candidata della continuità con Obama, specie dopo la dolorosa rinuncia di Joe Biden alla corsa alle primarie democratiche. E il voto popolare, andato in maggioranza alla Clinton, delegittima una spiegazione superficiale che attribuisce la sconfitta all’errore della sua nomination.</p>
<p>Segnalo che con Donald Trump entra alla Casa Bianca quella parte della destra americana che in passato si è battuta per legare la cittadinanza al sangue degli avi e alla lingua, finendo ripetutamente sconfitta. Segnalo che il proposito di smontare la riforma sanitaria, pezzo per pezzo, è stato un mantra della campagna elettorale roboante di Trump. Segnalo che il Presidente eletto fa trapelare, attraverso il suo team di transizione, che intende abrogare la legge Dodd-Frank come primo atto della sua esperienza a Washington DC e che ha garantito di non essere intenzionato a proseguire alcuna politica energetica di riduzione dei carboni fossili.</p>
<p>Bisogna guardare la bestia negli occhi, anche se fa paura: le politiche dei democratici sono state di sinistra e sono state respinte e sconfitte, da destra, in alcuni settori della società e in alcuni Stati che un tempo votavano prevalentemente democratico. Tanti lavoratori del settore dell’industria, nel nord-est americano e non solo, hanno considerato più rassicurante per il loro futuro la promessa del blocco dei processi di riconversione produttiva, conseguenti agli impegni assunti nella lotta al surriscaldamento del Pianeta, rispetto ai progressi innegabili nell’ambito della previdenza sociale. Tanti americani bianchi, tutt’altro che ricchi, hanno votato contro i loro concittadini afroamericani e latinos perché ciascuno che sale un gradino di condizione sociale viene considerato un avversario con cui battersi per lo stesso spicchio di benessere.</p>
<p>La proposta politica democratica di società aperta, inclusiva, plurale, ha perso in settori della società decisivi per l’elezione del Presidente degli Stati Uniti. Di certo non tornerà a vincere presto se da sinistra negheremo che sia stata praticata con tanta coerenza! Non c’è altra strada che la battaglia politica per affermare la supremazia di quell’idea, in un regime democratico dell’alternanza, anche laddove oggi è maggioritario il messaggio di reazione, paura e chiusura della destra.</p>
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