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	<title>Facebook Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Facebook Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Cambridge Analytica e Big Data: sono davvero un pericolo per la democrazia?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Apr 2018 15:25:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[#bigdata]]></category>
		<category><![CDATA[#privacy]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Gabriele Suffia Fin dall’inaspettata elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, nell’autunno del 2016, si è cominciato&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1045/">Cambridge Analytica e Big Data: sono davvero un pericolo per la democrazia?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Gabriele Suffia </em></p>
<p>Fin dall’inaspettata elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, nell’autunno del 2016, si è cominciato a parlare del mondo digitale e delle sue possibili interferenze con la vita politica di uno Stato e con le sue elezioni. Il principale timore era legato all’attività di imprecisati <em>hacker</em>, meglio se russi, che avrebbero in qualche modo potuto alterare i risultati delle tornate elettorali. La realtà ha dimostrato, finora, che se un’attività di “manipolazione” di vari risultati c’è stata, questa ha l’indirizzo preciso di una sede legale: Cambridge Analytica, 55 New Oxford Street, Londra.</p>
<p>Da più parti si è parlato di questa società, di Facebook e del futuro della democrazia. Anche il Garante per la privacy italiano, Antonello Soro, si è espresso nei termini di “allarme altissimo” e ha sottolineato come la dimensione dei social network, Facebook in particolare, sia tale da “condizionare gli sviluppi dell&#8217;umanità”. Se “questo potenziale è usato per mandare a un numero elevato di utenti una serie di informazioni selettivamente orientate per poi condizionare i singoli comportamenti, questo passaggio cambia la natura delle democrazie nel mondo”.</p>
<p>Davvero è in pericolo la democrazia? E, soprattutto, è in pericolo da oggi?</p>
<p>Gli appelli per un uso consapevole delle tecnologie si susseguono ormai da tempo, per lo più inascoltati, e solo quando un caso mediatico si pone all’attenzione di tutti si invocano provvedimenti e si rilasciano dichiarazioni in merito. Bisogna, innanzitutto, rifuggire l’idea che parlare di digitale sia oggi un argomento per esperti di cyber security, mentre invece è bene che tutti ne sappiano e siano adeguatamente informati a riguardo.</p>
<p>Il mondo digitale porta con sé una serie di pregiudizi e di preconcetti e, ancora oggi, è visto da molti come se si trattasse di pilotare un aereo: il mondo può convivere con il fatto che la stragrande maggioranza delle persone non sappia farlo. Utilizzare il digitale oggi, però, non è più come pilotare un aereo a causa della <em>usability</em>, che ha indirizzato lo sviluppo delle tecnologie informatiche verso l’utilizzo massivo degli utenti. Le tecnologie <em>user-friendly</em> non sono più aerei, ma automobili, e anche senza essere piloti professionisti è ragionevole aspettarsi che tutti coloro che vogliano utilizzare un’automobile abbiano acquisito i rudimenti di base per farne un uso consapevole e sicuro.</p>
<p>Conoscere gli strumenti è la base per utilizzarli, o anche solo per difendersi da essi. Capire l’informatica e le sue interazioni con la sfera pubblica, anche se si tratta solo di una provocazione, deve oggi essere necessario tanto quanto avere una patente di guida.</p>
<p>Con riguardo a Cambridge Analytica, invece, basterà sapere che è una società che si occupa di psicometria e che, con alcune migliaia di “test” somministrati online su Facebook, è riuscita a raccogliere dati (e a elaborare profili) di circa 50 milioni di utenti. Tale risorsa è stata utilizzata per il targeting elettorale mirato durante la campagna per le Presidenziali USA da parte di Donald Trump e il suo entourage (Steve Bannon in primis, direttamente chiamato in causa dalla vicenda)<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>.</p>
<p>Cambridge Analytica è solo una delle tante società di <em>political consulting</em> in giro per il mondo e, pur se l’operazione presenta alcuni profili di dubbia liceità, non è certamente l’unico caso di profilazione per fini commerciali/politici oggi in corso. Quanto detto deve essere, infatti, esteso a tutto l’universo dei Big Data. L’analisi di una grande quantità di dati è, per sua natura, foriera di connessioni e interessanti e gli utilizzi oggi sono molteplici: ad esempio, è possibile mappare la diffusione dell’influenza stagionale molto meglio dalle ricerche su Google che non attraverso la rete dei medici di base, perché è oggi l’algoritmo della Big G il primo “soggetto” ad essere chiamato in causa all’incorrere dei primi sintomi<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Compiendo un passaggio ulteriore, si potrà facilmente ricevere pubblicità mirata per l’acquisto di un nuovo computer quando le statistiche del nostro dispositivo testimonieranno per noi che è giunto il momento di cambiarlo in favore di prodotti più al passo con i tempi.</p>
<p>Oggi applicare il marketing alla politica è diventata prassi costante, ma le sue prime applicazioni risalgono probabilmente agli albori del suffragio universale. Mentre oggi la politica si affanna per rincorrere le “rilevazioni di mercato”, bisognerebbe prendere coscienza del fatto che Facebook, una società privata, ha subito<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a> annunciato grandi cambiamenti<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a> per difendere sé stesso (e, in maniera indiretta, anche la democrazia) attraverso queste linee di azione (qui solo per titoli): 1) Rivedere la piattaforma; 2) Informare le persone sull&#8217;uso improprio dei dati; 3) Disattivare l&#8217;accesso per le app inutilizzate; 4) Limitare i dati di accesso di Facebook; 5) Incoraggiare le persone a gestire le app che utilizzano; 6) Premiare le persone che trovano vulnerabilità.</p>
<p>La politica è pronta, allo stesso modo, a mettere in campo azioni per salvaguardare la democrazia?</p>
<p>Dovremmo trarre dalla “<em>società dei dati”</em> più benefici dei danni che ne potrebbero derivare. Mentre oggi siamo tutti colti di sorpresa da questi danni, e perdiamo tempo ad auspicare che siano gli interessi e le azioni dei privati a salvaguardare la sicurezza e la libertà dei cittadini, la politica sta fornendo ancora scarse proposte per l’utilizzo positivo della tecnologia e dei dati in particolare. Non rientrano in questa categoria le svariate misure di sorveglianza e controllo biometrico adottate da vari Stati, se non nei limiti strettamente necessari per garantire la sicurezza e l’incolumità pubblica, mentre vi potrebbero rientrare le esperienze da più parti descritte come “<em>sensor societies</em>”<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>: sensori per ottimizzare la mobilità, snellire la burocrazia, comprendere fenomeni latenti. Il novero limitato di questi esempi è indicativo delle difficoltà finora incontrata dagli Stati per implementare tali tecnologie.</p>
<p>Nel caso italiano, si potrebbe cominciare dall’educazione (non solo digitale, ma anche civica e democratica) dei cittadini, chiedendosi se davvero possa dirsi matura una società, come quella occidentale, in cui la cultura politica media è influenzabile dal marketing al pari dell’acquisto di un dentifricio<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>. Forse, se si cominciasse a considerare il Ministero dell’Istruzione e della Ricerca non tanto come un’istituzione che si occupa di contratti di lavoro del proprio personale (ad oggi l’attività prevalente, anche con riguardo alla <em>Buona Scuola</em> della scorsa legislatura), ma come davvero il luogo in cui si elaborano le strategie per formare gli alunni cittadini di domani, si potrebbe anche immaginare che i dati siano utilizzati non per dividere le persone, ma per comprendere le loro necessità. Perché, invece di demonizzarli o lasciarli all’utilizzo solo degli avversari politici, non farsi suggerire dai Big Data quali siano i problemi da risolvere e provare ad adottare politiche e strategie pertinenti con questo nobile compito?</p>
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<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Secondo Chris Wylie, la talpa che ha provocato lo scandalo, il programma per la raccolta di dati su Facebook fu avviato da Cambridge Analytica sotto la supervisione di Steve Bannon tre anni prima di diventare lo stratega (ora allontanato) di Donald Trump, con lo scopo di costruire profili dettagliati di milioni di elettori americani su cui testare l&#8217;efficacia di molti di quei messaggi populisti che furono poi alla base della campagna elettorale 2016. Cfr. http://www.ansa.it/sito/notizie/tecnologia/internet_social/2018/03/21/facebook-kogan-io-capro-espiatorio-tutti-sapevano-tutto-_79cab7af-0e0d-4b7e-b1c5-2f1b35e3403b.html (link consultato in data 26/03/2018).</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Cfr. V. Mayer-Schönberger, K. N. Cukier, <em>Big data. </em><em>Una rivoluzione che trasformerà il nostro modo di vivere e già minaccia la nostra libertà</em>, Garzanti Libri, 2013.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> In realtà il termine è controverso, dal momento che Facebook sapeva del problema da tempo. Se, forse, non si sono comprese da subito tutte le implicazioni, di certo non si è stati in grado di intervenire con i correttivi oggi introdotti e, domani, da verificare nel loro risultati.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Cfr. il comunicato ufficiale al link: https://newsroom.fb.com/news/2018/03/cracking-down-on-platform-abuse/ (link consultato in data 26/03/2018).</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Cfr. P. Khanna, <em>La rinascita delle città-Stato</em>, Fazi, 2017.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Il riferimento al dentifricio è preso dal mantra dei dirigenti di Cambridge Analytica, riportato anche in http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/dai-social-alle-urne-il-caso-cambridge-analytica-facebook-19939 (link consultato in data 26/03/2018).</p>
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		<title>Il Fact-Checking nel mondo della comunicazione che cambia: Dialogo con Alexios Mantzarlis</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Dacrema]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Mar 2017 16:39:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Fact-checking]]></category>
		<category><![CDATA[fake-news]]></category>
		<category><![CDATA[Pagella Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Poynter]]></category>
		<category><![CDATA[WikiLeaks]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il fact-checking, insieme ad altri termini come fake-news o post-verità è entrato prepotentemente nel vocabolario del dibattito pubblico&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il fact-checking, insieme ad altri termini come fake-news o post-verità è entrato prepotentemente nel vocabolario del dibattito pubblico di questi anni in Italia come nel resto del mondo. Mentre nasce con l’esigenza di verificare ciò che i politici affermavano in discorsi pubblici e campagne elettorali, oggi l’attività dei fact-checker va ben oltre la semplice comunicazione politica occupandosi spesso anche delle notizie divulgate dal mondo dei media. È certamente una reazione alla rivoluzione che la tecnologia digitale ha portato nei media, aumentando a dismisura fonti e narrative e rendendo spesso necessaria una “voce terza” che si occupi di verificare i fatti e i numeri contenuti nella comunicazione. Una verifica portata a termine dai fact-checker  appoggiandosi alle fonti considerate quanto più neutre e affidabili possibili.  Il fact-checker è quindi una figura nuova nel panorama giornalistico, anche se ispirata dalla tradizionale figura del revisore di bozze che fin dagli anni Venti nelle redazioni di giornali come il Newyorker e il TIME  aveva compiti di verifica molto simili. Ma il fact-checker di oggi ha un compito certamente più complesso e di crescente importanza: mantenere le sempre più numerose narrazioni politiche e giornalistiche quanto più possibile attaccate ai fatti e alla realtà. Il fact-checker non assegna ragione o torto a una interpretazione della realtà piuttosto che un’altra. Il suo compito è verificare i fatti su cui tali narrazioni si poggiano. Un compito ovviamente delicato, che spesso presta il fianco a critiche e attacchi. Ma che sta diventando sempre più importante, soprattutto nelle società occidentali.</p>
<p>In Italia il principale sito che si occupa di fact-checking è <a href="https://pagellapolitica.it/blog/show/148/la-notizia-pi%C3%B9-condivisa-sul-referendum-%C3%A8-una-bufala">Pagella Politica</a>, nata nel 2012 dall’idea di un gruppo di giovani giornalisti e ricercatori. Alexios Mantzarlis ne è stato uno dei fondatori e ne ha seguito lo sviluppo e l’affermazione nel panorama italiano prima di essere chiamato a lavorare a <a href="https://www.poynter.org/">Poynter</a>, uno dei più importanti centri di ricerca nel campo dei media degli Stati Uniti. Oggi Alexios si occupa prevalentemente di fact-checking e dell’impatto che ha sui media e sulla società soprattutto in America, anche se non ha smesso di seguire con Pagella Politica.</p>
<p>Ad Alexios abbiamo chiesto a che punto è oggi il fact-checking e quello che sappiamo del suo impatto sulla società e la politica. Ma dal suo osservatorio privilegiato di Poynter gli abbiamo chiesto anche qualcosa sugli ultimi grandi eventi avvenuti nel mondo dei media e dei social, dal manifesto del fondatore di Facebook Mark Zuckerberg a Vault 7, l’ultima grande release di WikiLeaks.</p>
<p><strong>ED: Alexios, in altre tue interviste precedenti ho letto che sei scettico riguardo alla questione fake-news, in particolare rispetto alla dimensione del problema. Il fact-checking però non sembra nato proprio perché evidentemente i fatti non sono più così certi e vanno “controllati”? </strong></p>
<p>AM: Non è che sono scettico del termine fake-news. Sono un po’ guardingo su come viene usato. Finchè era usato un po’ fra addetti ai lavori come termine per definire quelle storie puramente inventate dal nulla per scopi puramente finanziari da gente che oggettivamente della politica non gliene fregava niente era una cosa. Ora negli Stati Uniti e anche in Italia è diventato qualcosa di diverso. Un po’ perché Trump l’ha fatto uno strumento suo contro i media tradizionali, un po’ perché i media tradizionali hanno iniziato a chiamare fake-news ciò che veniva da fonti come Breitbart o altre fonti di informazione che saranno propaganda, saranno spesso esagerate, ma che non sono fake-news propriamente dette. Quindi vedo un grande miscuglio di cose oggi all’interno dell’etichetta fake-news. Soprattutto in Italia, dove ormai fake-news rientra in un unico calderone insieme, per esempio, all’<em>hate-speech </em>o al <em>trolling</em>. Penso in particolare alle posizioni promosse dalla Presidente della Camera.</p>
<p>Quindi trovo semplicemente che le soluzioni proposte e alcune reazioni “in preda al panico” che si registrano rispetto al termine “fake-news” – che ormai vuol dire tutto e niente – rischiano di fare più male che bene. Soprattutto se si mette in ballo il legislatore.</p>
<p>Questo naturalmente non significa che il problema non esista. C’è un sacco da fare, per i media, i fact-checker, gli educatori. Tutti hanno qualcosa da fare a questo proposito. Ma partendo sempre da quella premessa, ovvero la necessità di capire prima di tutto bene di cosa stiamo parlando e le reali dimensioni del problema.</p>
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<p><strong>ED: Quindi secondo te il fact-checking nasce effettivamente dal fatto che evidentemente esiste un problema sulla veridicità dei fatti riportati? </strong></p>
<p>AM: Il fact-checking era nato principalmente per affrontare il problema delle balle in politica. Il grande vecchio del fact-checking online internazionale è FactCheck.org, nato nel 2003, ben prima di questa attuale onda di preoccupazione per le fake-news. Affrontava soprattutto dibattiti, discorsi e campagne politiche. Di sicuro il fact-checking in questi anni sta avendo una seconda ondata, diventando il modo in cui molti nuovi media tradizionali e nuovi progetti stanno reagendo alle fake-news.</p>
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<p><strong>ED: Tu che li vedi quotidianamente, quali sono gli effetti e i limiti del fact-checking? </strong></p>
<p>AM: Sicuramente grazie a questa attenzione aggiuntiva sono usciti di recente molti nuovi studi. Ne cito tre per chi volesse approfondire: “<a href="http://www.dartmouth.edu/~nyhan/fact-checking-effects.pdf">Do People Actually Learn from Fact-Checking</a>?” di Brendan Nyhan e Jason Reifler, “<a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2819073">The Elusive Backfire Effect: Mass Attitudes’ Steadfast Factual Adherence</a>” di Thomas Wood e Ethan Porter e “<a href="http://rsos.royalsocietypublishing.org/content/4/3/160802">Processing Political Misinformation: comprehending the Trump phenomenon</a>” di Briony Swire. Tutti e tre dimostrano che il fact-checking effettivamente rende più accurate le opinioni delle persone. Quindi nonostante tutto questo chiacchiericcio del “post-fact”, della “post-verità” in cui i fatti non contano più, in realtà si dimostra che presentare delle correzioni a un lettore funziona.</p>
<p>Certamente bisogna però sottolineare anche che funziona fino a un certo punto. I dati dimostrano che quando c’è una qualche convenienza concreta nel credere nella veridicità di un fatto non vero c’è più resistenza ad accettare la correzione. L’altro limite, molto più politico, è che comunque la gente non tende a cambiare voto anche quando messa di fronte alla non veridicità di un fatto. Può magati avere una comprensione migliore ma questo non rende meno probabile il voto a Trump, per esempio.</p>
<p>Un altro limite è il cosiddetto <em>“familiarity effect”</em>. Ovvero l’effetto per cui più una storia viene ripetuta e più ci resta nel fondo del cervello. C’è quindi ovviamente il rischio che nel continuare a coprire una balla, anche se è una balla, in una fetta consistente della popolazione questa balla alla fine rimanga impressa ancor più della correzione.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>ED: Facebook sembra diventare una nuova frontiera non solo per il giornalismo ma anche per i fact-checkers, so che voi siete coinvolti nel loro nuovo programma ideato per arginare le fack-news. Cosa pensi delle ultime uscite di Zuckenberg? In fondo seppur liberal e politicamente corretto non è meno democratica una operazione come quella di Facebook che mira a cambiare le vite di miliardi di persone partendo da una azienda privata piuttosto che quello che fa una figura come Trump?  </strong></p>
<p>AM: È certamente un argomento delicato. Bisogna sicuramente dire che è almeno un paio d’anni che gli analisti dell’industria dei media continuano a dire cose come “Facebook svegliati!”, “Facebook ora sei un publisher!”, “Sei ormai una fonte principale di informazione!”. E per molto tempo Zuckerberg ha fatto finta di niente, come se Facebook non c’entrasse nulla con i media. Ora sta un po’ accelerando il passo a partire da novembre. E certamente io condivido con te la preoccupazione che il manifesto che ha pubblicato sia un manifesto politico prima ancora che semplicemente una dichiarazione di intenti rispetto al ruolo dei media. C’è da dire che è arrivato di reazione dopo tutte le critiche che erano piovute sul fatto che avesse permesso la circolazione di fake-news che hanno evidentemente provocato un movimento interno all’azienda una volta che tutto questo era diventato un grosso problema di <em>public relations</em>. Quello che sinceramente più ha colpito me è che non ho visto emergere da queste dichiarazioni un particolare attaccamento al principio della trasparenza, che secondo me dovrebbe essere alla base di qualunque nuovo passo di Facebook. Trasparenza soprattutto in merito ai dati che hanno e che raccolgono internamente su come vengono consegnate le informazioni, su come circolano, quali correzioni funzionano, quali meno. Questi dati dovrebbero essere condivisi con il mondo della ricerca e del giornalismo in modo da poter avere uno scrutinio esterno su come agisce Facebook sul nostro consumo di informazioni. Perché non essendoci un vero e proprio competitor se qui non si inseriscono meccanismi di accountability il rischio di soluzioni raffazzonate e deludenti è alto. Soprattutto per questo condivido le tue preoccupazioni.</p>
<p><strong>ED: Usciamo un po’ dall’ambito fact-checking e guardiamo alla stretta attualità. L’ultima release di WikiLeaks ha scatenato grandi polemiche. Da una parte chi accusa Assange di essere sostanzialmente al servizio dei russi, provandolo con il fatto che tende effettivamente sempre a colpire le attività dei servizi americani e mai quelli russi che oltretutto lo ospitano. Dall’altra chi lo difende ribadisce la veridicità dei leak e quindi la legittimità della loro pubblicazione. Spesso però chi ha questa posizione finisce per costruire una narrativa fortemente anti-americana, a vantaggio di quei paesi e di quei movimenti che dell’anti-americanismo fanno una bandiera. Paesi e movimenti che però hanno anch’essi posizioni e comportamenti opinabili, ma meno indagati e pubblicizzati. Qual è la tua posizione in merito? </strong></p>
<p>AM: Premesso che questo non è il mio campo e quindi questa è solo una opinione informata. Secondo me c’è una differenza tra la trasparenza praticata da Assange e quella praticata da Snowden o Greenwald e credo che i leak indiscriminati, per quanto veritieri, abbiano spesso un effetto perverso. Sposo in pieno il ragionamento di <a href="https://twitter.com/zeynep">Zeynep Tufekci</a>, la quale dice che se arriviamo al punto che qualsiasi cosa che facciamo o diciamo rischia di finire online perché semplicemente abbiamo avuto una interazione con qualcuno di potente, o se le comunicazioni interne di un intero partito come quello democratico (americano) rischiano di essere schiaffate online senza filtro o contestualizzazione può accadere facilmente quello che viene definito un “<em>chilling effect</em>”, ovvero le persone iniziano ad applicare su di sé una auto-censura. Se sei politicamente attivo e hai il timore che tutte le tue comunicazioni potrebbero andare online diventi automaticamente più guardingo in tutto quello che dici. È peraltro una critica che coloro che ammirano Snowden spesso accolgono e sentono propria. Perché ciò che Snowden ha denunciato sulla NSA è che appunto ci monitora tutti. E anche dire “ah, ma io non ho fatto niente e quindi non ho paura di essere monitorato” è una giustificazione solo parziale perché se sappiamo di essere sempre monitorati sappiamo che a qualsiasi deviazione, anche piccola, dal legale o dal politicamente corretto c’è quest’occhio sopra di noi che ci osserva e finiamo per limitarci automaticamente. E questo vale soprattutto quando si tratta di esprimere dissenso che quindi viene automaticamente limitato. Credo che i leak fatti in questo modo abbiano lo stesso effetto.  Io ovviamente appoggio i leak e l’attività dei whistleblower quando c’è qualcosa di concreto da dire e da denunciare. Credo però che la critica più valida a questo tipo di attività sia questa.</p>
<p><strong>ED: Secondo te la qualità del giornalismo è veramente crollata o semplicemente la quantità di voci e mezzi di verifica ha portato a galla distorsioni e problemi che semplicemente prima rimanevano nell’ombra? </strong></p>
<p>AM: Credo ci sia un po’ di tutti e due. In parte il collasso del business model del giornalismo ha reso molti giornali e molti giornalisti meno rigorosi di quanto non lo fossero. La spinta a pubblicare in continuazione ha ridotto la differenza tra giornalismo online e blogging. E in questo oceano di cose più o meno valide il lettore fa fatica a distinguere tra giornalismo di qualità da giornalismo meno di qualità. Io credo che la differenza però ci sia ancora, e che sia importante. Credo che ci siano metodologie e meccanismi che un reporter serio segue e che uno che scrive da casa sua non applica. Ma credo che queste differenze dovrebbero essere difese e spiegate. Purtroppo però al momento non vedo molti media che si prendono la premura di spiegare perché quello che fanno loro è diverso dall’informazione che si può trovare altrove.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/476/">Il Fact-Checking nel mondo della comunicazione che cambia: Dialogo con Alexios Mantzarlis</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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