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	<title>Hong Kong Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Hong Kong Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Cosa sta succedendo a Hong Kong</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Paolillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 May 2020 14:56:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Hong Kong]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una nota di aggiornamento su quello che succede a Hong Kong Per quanto riguarda Hong Kong, su MondoDem&#8230;</p>
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<h4 id="una-nota-di-aggiornamento-su-quello-che-succede-a-hong-kong" class="has-text-align-center wp-block-heading">Una nota di aggiornamento su quello che succede a Hong Kong</h4>



<p class="has-drop-cap">Per quanto riguarda <strong>Hong Kong,</strong> su MondoDem ci siamo lasciati a fine novembre dell’anno scorso. Dopo aver tirato le somme delle grandi proteste che hanno infervorato le vie della città e delle elezioni per i consigli distrettuali che hanno visto una <strong>vittoria dei partiti pandemocratici</strong>, gli Stati Uniti, sempre più presenti e attenti alle vicende di Hong Kong, hanno emanato l’<strong>Hong Kong Human Rights and Democracy Act. </strong>Con tale provvedimento gli USA si sono dotati dello strumento atttraverso il quale emanare sanzioni per la Cina o gli ufficiali di Hong Kong responsabili per la violazione dei diritti umani a Hong Kong.</p>



<p>Il 23 gennaio 2020 Hong Kong presenta una <strong>legge</strong>, da approvare a luglio, <strong>contro il vilipendio dell’inno nazionale cinese</strong>.</p>



<p>Il 27 gennaio a Hong Kong alcuni manifestanti danno fuoco ad una struttura adibita ad ospitare dei cittadini provenienti da Wuhan affetti da coronavirus presenti in quel momento sul suolo Hongkonghese.</p>



<p>A febbraio inizia la quarantena per la città, che viene poi rinnovata ad aprile per una seconda volta, dopo una prima sospensione.</p>



<p>A maggio termina definitivamente il <em>lockdown</em> e le proteste riprendono in modo massiccio, prima nei centri commerciali, poi in strada.</p>



<p> Questo breve riepilogo ci è utile per mostrare come la tensione ad Hong Kong non sia in realtà mai calata, e come Pechino non abbia mai mollato la presa sulla regione amministrativa speciale.</p>



<p>Venerdì 22 maggio è stata inaugurata <strong>la tredicesima Assemblea Nazionale del Popolo</strong>, con due mesi di ritardo rispetto alla consuetudine – l’assemblea infatti si riunisce generalmente a marzo – a causa dell’emergenza coronavirus. L’evento è tendenzialmente caratterizzato da un’agenda prefissata e prevedibile, che tendenzialmente esalta le grandi conquiste raggiunte nel corso dell’anno precedente e preannuncia le nuove, che dovranno essere raggiunte nell’anno venturo. Ma quest’anno è diverso. Non solo Pechino deve fronteggiare la grande emergenza sanitaria che ha sconvolto il Paese – che ha registrato per la prima volta dal 1976 un calo sostanziale della crescita del PIL – ma si ritrova a fare i conti con una “provincia ribelle” che sembra non avere intenzione di arrestarsi facilmente.</p>



<p>Fin dal primo giorno dell’Assemblea è stata annunciata l’intenzione, poi confermata il 28 maggio, di redigere e approvare una <strong>legge sulla sicurezza nazionale</strong> per Hong Kong. Quindi, dal 28 maggio, è stata approvata la risoluzione che prevede per il comitato permanente dell’Assemblea l’inizio della scrittura di una bozza di legge – questa infatti non esiste già e non è ancora in vigore. Sebbene non ancora definita, la legge presenta già una cornice ben definita dall’Assemblea. Essa dovrà <strong>condannare</strong> tutti quegli <strong>atti</strong> che vengano registrati come “<strong>sovversivi, secessionisti, terroristici o di interferenza internazionale</strong>”.  Le leggi verranno applicate “per promulgazione”, bypassando il parlamento locale, secondo una formula che, sebbene legale, risulta evidentemente una forzatura.</p>



<p>Il timore infatti è che Pechino possa e voglia accelerare notevolmente il processo di rientro di Hong Kong nella <em>mainland</em>, rinuncciando al principio “un paese-due sistemi” su cui si è fondato il rapporto della città con la Repubblica Popolare dal 1997, anno in cui è tornata nel territorio cinese dopo un accordo stretto con l’Inghilterra. Il rischio è l&#8217;imposizione di un nuovo paradigma <strong>“un paese-un sistema”</strong>, nel quale Hong Kong perderebbe lo stato di autonomia conquistato fino a questo momento e tanto rivendicato con le molteplici manifestazioni. Sia Pechino che Hong Kong non hanno intenzione di indietreggiare rispetto ai loro obiettivi, tanto più data la situazione contingente a livello sia interno che esterno.</p>



<p>A livello domestico, infatti, la Cina sta inasprendo la sua politica nei confronti di Hong Kong per stimolare nella popolazione quel sentimento nazionalista che le viene incontro nei momenti di grave crisi: <strong>l’arretramento del PIL</strong> pone un grande <strong>problema alla leadership</strong> e alla fiducia che la popolazione vi ripone. Si sta registrando, infatti, la perdita di ingenti posti di lavoro in aperto contrasto con uno dei progetti principali di Xi Jinping, quello di “una società moderatamente benestante”.</p>



<p>A livello internazionale, gli <strong>Stati Uniti</strong> hanno rimarcato nuovamente il divario che li divide dalla Cina, con la dichiarazione di Mike Pompeo che ha affermato come <strong>l’alto grado di autonomia di Hong Kong non esista più</strong>. Hong Kong verrebbe considerata quindi come parte integrante della Cina e sottoposta a sanzioni. Trump ha convocato per oggi, 29 maggio, una conferenza stampa interamente a tema Cina, ormai cavallo di battaglia della sua campagna di corsa alla presidenza.</p>



<p>In un momento storico in cui la situazione legata alla vicenda di Hong Kong, ormai inevitabilmente intrecciata ad altre grandi questioni internazionali, sembra correre più veloce di quanto previsto, viene spontaneo domandarsi quali possano essere i suoi sviluppi: Cina e Stati Uniti si scontreranno direttamente? I movimenti di rivolta verranno definitivamente soppressi? Hong Kong riuscirà a resistere alla morsa di ferro della Cina?</p>



<p>Purtroppo, come l’esperienza ci insegna, sarà solo lo scorrere degli eventi a dircelo.</p>
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		<title>Hong Kong – In bilico tra presente e futuro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Paolillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Nov 2019 02:35:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Hong Kong]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da mesi, ormai quasi 6, si sente parlare di Hong Kong e dei tumulti che la stanno attraversando.&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Da mesi, ormai quasi 6, si sente parlare di Hong Kong e dei tumulti che la stanno attraversando. Sebbene lo spazio dedicato all’argomento dai media internazionali, soprattutto italiani, non sia mai abbastanza, ci si può comunque ritenere fortunati nel ricevere una discreta, sebbene a volte contraddittoria e discordante, dose di notizie tramite il web. </p>



<p>Le proteste sono cominciate i 9 giugno 2019, quando in migliaia sono scesi per le strade di Hong Kong per manifestare contro la legge sull’estradizione promossa dal Capo Esecutivo, Carrie Lam. Il DDL prevedeva che coloro i quali fossero considerati “elementi sospetti” potessero essere appunto estradati in Cina e giudicati secondo il sistema giudiziario cinese. Hong Kong, infatti, essendo stata per più di un secolo una colonia britannica, si fonda sui principi della Common Law inglese e segue dunque un iter giudiziario ben distante da quello della Mainland. Lì dove Carrie Lam vedeva in questo DDL la necessità di evitare che la Regione Amministrativa Speciale diventasse “un covo di criminali” (citando testualmente), i giovani vedevano, e vedono tuttora, una minaccia per i loro diritti fondamentali e per la formula “Un Paese, Due Sistemi” su cui Hong Kong di basa. La formula in questione, adottata nel 1997 in seguito alle negoziazioni tra Deng Xiaoping e Margaret Thatcher, prevede infatti che Hong Kong sia una Regione Amministrativa Speciale facente parte della Repubblica Popolare Cinese, ma con delle caratteristiche proprie e differenti dalla Cina. In particolare, con la RPC condivide la politica estera e miliare, ma se ne distanzia per quanto riguarda il sistema legale, sanitario ed educativo. Questa condizione, entrata in vigore nel 1997 appunto, rimarrà in atto, secondo i negoziati, per 50 anni e cioè fino al 2047 anno in cui Hong Kong tornerà completamente e definitivamente sotto la giurisdizione cinese. Alla luce di quanto detto fin’ora, i giovani del Porto Profumato (traduzione letterale della denominazione cinese per “Hong Kong” e che ne tramanda anche la storia meno prossima) si sono sentiti minacciati dalla maggiore ingerenza cinese negli affari interni della Regione, accusandola di star accelerando il processo di integrazione della città nella Mainland. Le proteste sono nate come cortei pacifici diffusi su tutta la città e che si sono inizialmente scontrati con la polizia gravemente accusata di star abusando del proprio potere. In particolare, l’accusa mossa, è quella di un eccessivo ed immotivato uso della violenza nei confronti dei manifestanti fin dall’inizio delle proteste, con l’uso di idranti, proiettili di gomma e gas lacrimogeni. Nonostante il 15 giugno la legge fosse stata sospesa, i giovani ne rivendicavano la definitiva abrogazione, soprattutto alla luce del climax ascendente che stava interessando le proteste. Già verso la fine di giugno la situazione si era fatta più tesa con barricate improvvisate in giro per le strade della città, scontri violenti nei centri commerciali e alle fermate della metro. La situazione è diventata ancora più grave quando le triadi, dei gruppi mafiosi cinesi, hanno contribuito a far entrare Hong Kong in un vortice di violenza che ha visto manifestanti gravemente feriti e i diritti fondamentali dell’uomo calpestati, in certi casi purtroppo “letteralmente”. Non serve ora richiamare tutti gli eventi, e sono molti, che hanno caratterizzato le manifestazioni fino ad ora. Quello che preme porre sotto i riflettori è la protagonista indiscussa di queste proteste: la violenza. </p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p> Pechino aspetta probabilmente di vedere chi cederà prima: se i manifestanti o l’America </p></blockquote></figure>



<p>Quest’ultima ha conosciuto picchi sconcertanti in diverse e molteplici occasioni. Ha colpito i manifestanti in modi imprevedibili, come l’aumento dei suicidi, così poco dibattuto, di tutti quei giovani manifestanti che non sono stati più in grado di tollerare la situazione. O ancora di tutti i feriti che ogni giorno affollano le strade della città. O dei morti che la protesta inizia a contare. La violenza, ormai dilagante, va a minare i diritti fondamentali e inalienabili dell’uomo: il diritto alla libertà individuale, il diritto alla vita, il diritto all&#8217;autodeterminazione. In tutto ciò le prospettive future sono ancora molto incerte, offuscate dal fumo dei gas lacrimogeni. Pechino, attore-spettatore della vicenda, in questo spettacolo metateatrale che si sta svolgendo sul suolo hongkonghese, non lascerà mai andare il sogno di “una nuova era” proclamato durante il XIX congresso del PCC, in cui spicca il sogno della riunificazione del Paese. Il sogno, <em>il sogno cinese</em>, nuova chiave di lettura delle azioni della RPC nella politica sia domestica che internazionale. Pechino sta seguendo uno dei principi cardine di uno dei testi classici cinesi che più ne hanno influenzato la cultura e l’assetto di pensiero: <em>L’arte della guerra</em> di Sun Zi (o Sun Tzu, secondo la trascrizione Wade-Giles). È un testo imprescindibile per capire le mosse che Pechino sta adottando e probabilmente adotterà per affrontare la vicenda. Tra i vari consigli elargiti da Sun Zi non può non essere annoverato quello secondo il quale “il più grande condottiero è colui che vince senza combattere”. È assai indubbio infatti che la Cina entrerà mai direttamente in azione sul territorio, continuando piuttosto ad operare dall’alto, osservando, meditando e pianificando. Se c’è una cosa nella quale i cinesi sono imbattibili è la pazienza. Sanno aspettare e lo faranno. Non hanno fretta. Non cercano una risoluzione immediata, non che non ne auspichino una, ma sanno bene che la fretta in situazioni delicate come questa non è mai amica. Pechino aspetta probabilmente di vedere chi cederà prima: se i manifestanti o l’America. Quest’ultima infatti sta entrando molto nel merito della questione, per motivi probabilmente ben più ampi della semplice preoccupazione per le sorti dei giovani. Nel futuro dovremo quindi aspettarci nuove manovre più laterali da Pechino, come quelle già adottate di portare l’Esercito Popolare di Liberazione cinese a Shenzhen, sul confine con Hong Kong, in chiaro segno di avvertimento. È altamente improbabile che assisteremo ad un intervento diretto della RPC, ma quel che è certo è che la situazione è ancora ben lontana da una sua risoluzione. </p>
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