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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>#imprese Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Lettera Aperta alle istituzioni italiane in materia di ‘Impresa e Diritti Umani’</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Nov 2019 16:16:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[#imprese]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo onorati di ospitare la lettera aperta con cui più di cinquanta accademici, ricercatori e professionisti chiedono alle&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1730/">Lettera Aperta alle istituzioni italiane in materia di ‘Impresa e Diritti Umani’</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Siamo onorati di ospitare la lettera aperta con cui più di cinquanta accademici, ricercatori e professionisti chiedono alle istituzioni italiane l&#8217;introduzione di una <em>due diligence</em> umanitaria per le imprese. Riportato in calce è il testo della lettera e i firmatari. #openletterbizhumanrights</p><cite>&#8211; La redazione</cite></blockquote>



<p><br> Con questa Lettera Aperta i sottoscritti, docenti, ricercatori ed esperti, che da molti anni dedicano i propri interessi di ricerca, didattici e professionali al tema “impresa e diritti umani” in diverse Università ed enti di ricerca italiani e stranieri o associazioni e enti specializzati, intendono esprimere il proprio positivo giudizio circa l’inserimento da parte del Governo italiano nel proprio programma di lavoro dell’obiettivo di realizzare un “Green New Deal” (Punto 7) volto a ripensare il rapporto tra sviluppo economico, ambiente e persona umana. Ritengono opportuno, tuttavia, intervenire per fornire alle istituzioni alcune riflessioni su questioni che sono sempre più al centro del dibattito pubblico quotidiano.<br> In primo luogo, la realizzazione di “un radicale cambio di paradigma culturale”, come auspicato dal programma del Governo, non dipende dalla sola ‘svolta green’ e non può limitarsi esclusivamente al settore ambientale. Occorre, infatti, guardare anche ai diritti dell’individuo e delle comunità. Il nostro Governo ha utilizzato in merito l’efficace espressione “nuovo umanesimo” e, da questo punto di vista, l’obiettivo del programma di promuovere “una più efficace protezione dei diritti della persona” – anche con riguardo alle categorie maggiormente vulnerabili (Punto 6) – è senz’altro in linea con tale esigenza. Non è un caso, d’altronde, che il tema ‘Impresa e Diritti umani’ (Business and Human Rights) sia stato inserito anche dalla Finlandia, Presidente di turno dell’Unione Europea, tra le questioni prioritarie che gli Stati membri dovranno affrontare.<br> In secondo luogo, con specifico riferimento al ruolo che le imprese svolgono in relazione alla salvaguardia dell’ambiente e alla protezione dei diritti della persona, riteniamo che vada accolto con favore l’inserimento nel programma di governo, sempre al Punto 7, dell’obiettivo di adottare “misure che incentivino prassi socialmente responsabili da parte delle imprese”. Va segnalato, tuttavia, che è di primaria importanza che si ‘riempia di sostanza’ una formula (quella della “responsabilità sociale d’impresa” &#8211; RSI) che altrimenti rischia di rimanere vaga e incompleta, col rischio di dare vita ancora una volta ad esperienze dall’impatto limitato, come già avvenuto in un passato non molto lontano. Già nel 2002 l’allora Governo italiano aveva inserito infatti la responsabilità sociale d’impresa nella propria azione di governo (con l’avvio del progetto CSR-SC) e nel 2003 tra le priorità del semestre di Presidenza italiana dell&#8217;Unione Europea, allo scopo di promuovere “la diffusione della cultura della RSI”. Purtroppo, trascorsi poco più di 15 anni da quell’esperimento, il reiterarsi di gravi violazioni dei diritti umani che avvengono nell’ambito delle attività economiche di imprese o di gruppi industriali italiani (si pensi ad eventi come il crollo del ponte Morandi, i gravi impatti sull’ambiente e sulla salute cagionati dall’ex-Ilva di Taranto, il coinvolgimento di compagnie italiane in accuse d’inquinamento nel Delta del Niger, i rapporti commerciali di importanti marchi italiani con fornitori del Bangladesh responsabili di gravi violazioni dei diritti dei lavoratori, giusto per citarne alcuni) suggeriscono che quell’azione, fondata esclusivamente sul momento dell’autoregolamentazione proveniente dallo stesso settore privato, sia stata deficitaria dal punto di vista dell’efficacia e dell’impatto. A differenza di altri Paesi europei, infatti, la cultura della RSI nel nostro Paese è ancora ben lontana dall’essere sistematicamente praticata. Riteniamo quindi che l’azione di governo in questa materia debba segnare ‘discontinuità’ anche sotto questo specifico profilo.<br>In terzo luogo, e aspetto positivo, va segnalato che esiste già una linea tracciata dalla quale è possibile, e anzi in alcuni casi doveroso – alla luce degli impegni che derivano dagli strumenti internazionali sui diritti umani di cui il nostro Paese è parte –, prendere le mosse. Ci riferiamo ai Principi Guida ONU su imprese e diritti umani (adottati nel 2011 dalle Nazioni Unite) e in modo particolare al lavoro svolto nella elaborazione del Piano d’azione nazionale su impresa e diritti umani (PAN), adottato dal Governo italiano nel 2016 e oggetto nel 2018 di un processo di aggiornamento e revisione. Con il PAN l’Italia ha iniziato un complicato processo di adeguamento agli standard previsti nei Pilastri dei Principi Guida, ponendosi sulla stessa lunghezza d’onda dei principali Paesi dell’UE e di tanti altri Stati della comunità internazionale.<br>È necessario sottolineare come i Principi Guida dell’ONU rappresentino uno strumento di natura normativa la cui valenza è radicata nel sistema internazionale dei diritti umani, con standard che vincolano anche lo Stato italiano. Da questo punto di vista, i Principi Guida si differenziano nettamente dal concetto di RSI, che è un processo deciso e adottato a livello d’impresa. Proprio in virtù del carattere normativo dei Principi Guida, occorre che adesso gli indirizzi di governance inseriti nel PAN italiano siano trasfusi in politiche e norme concrete, volte a creare un quadro regolamentare interno coerente e armonizzato in materia di imprese e diritti umani.<br>Occorre anche, e sempre per rimanere al passo con la prassi già inaugurata da altri Paesi dell’UE, perseguire l’obiettivo fissato nel PAN di attuare il secondo Pilastro dei Principi Guida (la responsabilità delle imprese di rispettare i diritti umani), e ciò anche mediante lo sviluppo di una normativa nazionale sulla Due Diligence aziendale in tema di diritti umani. Bisogna definire, in proposito, se progettare una normativa avente portata generale, oppure che sia applicabile solo ad imprese di certe dimensioni e requisiti, oppure a specifici settori tematici per così dire ‘critici’ (lotta allo sfruttamento della manodopera, lavoro minorile, ecc.). Occorre, infine, in linea col terzo pilastro dei Principi Guida, intervenire sui quei fattori che nel nostro sistema giudiziario interno ostacolano o rendono complicato l’accesso alla giustizia e ai rimedi per le vittime di violazioni dei diritti umani che avvengono nell’ambito delle attività delle imprese italiane, con il rischio che tali ‘carenze’ siano poi sanzionate dagli organismi internazionali di monitoraggio dei trattati internazionali di cui il nostro Paese è parte (tra le tante, è emblematica la vicenda giudiziale che ha visto protagonista l’ILVA di Taranto dinanzi alla Corte europea dei diritti umani nel caso Cordella c. Italia). La Francia è stata pioniera nell’adottare una legge sul “dovere di vigilanza” delle imprese finalizzata a rispondere in modo innovativo al secondo e al terzo pilastro dei Principi Guida. Altri paesi dell’area europea, come Germania e Svizzera, stanno studiando l’adozione di legislazione in materia di human rights due diligence. L’Olanda ha adottato una legge sulla due diligence delle imprese in materia di lavoro minorile; nel Regno Unito, oltre al Modern Slavery Act già in vigore, è in corso un processo di studio guidato dalla società civile circa la possibile introduzione di una legge più ambiziosa.<br>I tempi sono maturi perché l’Italia inizi un analogo processo di riflessione circa la necessità di introdurre legislazione in materia di human rights due diligence, ponendosi in linea con i propri obblighi internazionali e con l’esempio positivo degli altri paesi europei. Tale prioritaria riflessione deve accompagnarsi allo studio di un bagaglio molto più ampio di misure di cui il nostro Paese è chiamato a valutare l’adozione, una vera e propria roadmap italiana in materia di imprese e diritti umani che implica scelte cruciali.<br>In questa prospettiva, noi siamo pronti fin d’ora a mettere la nostra competenza in materia di ‘imprese e diritti umani’ a disposizione del nostro Paese, al fine di supportare la realizzazione di un processo che ci auguriamo venga messo in moto al più presto e guidato in modo efficace dalle istituzioni italiane.<br></p>



<p><em>Roma, 11 novembre 2019</em></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><strong>Proponenti e Co-Direttori Scientifici della “Business and Human Rights” Summer School</strong></p>



<p> ANGELICA BONFANTI, Professoressa Associata di Diritto internazionale, Dipartimento di diritto pubblico italiano e sovranazionale, Università degli Studi di Milano<br> MARTA BORDIGNON, Presidente Human Rights International Corner (HRIC), Docente a contratto presso la Temple University, Rome Campus<br> MARCO FASCIGLIONE, Ricercatore di Diritto internazionale, Istituto di Ricerca su Innovazione e Servizi per lo Sviluppo – CNR<br> CHIARA MACCHI, Ricercatrice Marie Sklodowska-Curie, Wageningen University &amp; Research.<br></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><strong> Firmatari</strong><br> Pia Acconci, Professoressa Ordinaria di Diritto internazionale, Facoltà di Scienze della Comunicazione, Università degli Studi di Teramo<br> Antonella Angelini, Swiss National Science Foundation (SNSF), Postdoctoral Fellow at Columbia Law School<br> Elisa Bacciotti, Direttrice Campagne e Programmi in Italia, Oxfam Italia<br> Nadia Bernaz, Associate Professor of Law, Wageningen University and Research<br> Flaviano Bianchini, Founder and Director of Source International ONLUS<br> Leonardo Borlini, Assistant Professor of International Law, PhD, Università Bocconi, Milano<br> Nerina Boschiero, Professoressa Ordinaria di diritto internazionale, Dipartimento di diritto pubblico italiano e sovranazionale, Università degli Studi di Milano<br> Claire Bright, Assistant Professor Nova University in Lisbon, Research Fellow European University Institute<br> Martina Buscemi, Assegnista di Ricerca di Diritto internazionale, Dipartimento di diritto pubblico italiano e sovranazionale, Università degli Studi di Milano<br> Michele Carducci, Professore Ordinario di Diritto costituzionale comparato, CEDEUAM-Università del Salento Lecce<br> Giuseppe Cataldi, Professore Ordinario di Diritto internazionale, Università degli studi di Napoli &#8220;L&#8217;Orientale&#8221;<br> Francesco Cazzini, Dottorando di Ricerca di Diritto internazionale, Dipartimento di diritto pubblico italiano e sovranazionale, Università degli Studi di Milano<br> Jernej Letnar Černič, Associate Professor, Nova Univerza, Ljubljana<br> Raffaele Cesari, Avvocato civilista, difensore dei diritti umani<br> Michele Corleto, Ricercatore in Diritto Internazionale, Università telematica Pegaso<br> Ignazio Corrao, Eurodeputato<br> Luigi Crema, Ricercatore TD-B di Diritto internazionale, Dipartimento di diritto pubblico italiano e sovranazionale, Università degli Studi di Milano<br> Giacomo Maria Cremonesi, Co-fondatore Human Rights International Corner (HRIC) e avvocato presso Caiazza &amp; Partners International Law Firm<br> Maria Francesca Cucchiara, Co-fondatrice Human Rights International Corner (HRIC) e avvocato<br> Davide Dal Maso, Partner, Avanzi sostenibilità per azioni<br> Danilo De Biasio, Direttore del Festival dei Diritti Umani<br> Giosuè De Salvo, Responsabile advocacy, educazione e campagne, Mani Tese<br> Elisa Giuliani, Professoressa Ordinaria, Dipartimento di Economia e Management, Università di Pisa<br> Valentina Grado, Professoressa Associata di Diritto internazionale, Università degli studi di Napoli L&#8217;Orientale<br> Marirosa Iannelli, Presidente Water Grabbing Observatory<br> Franco Ippolito, Presidente Fondazione Lelio e Lisli Basso<br> Daniel Leader, Barrister and Partner, Leigh Day Law Firm (London)<br> Deborah Lucchetti, Fair, Coordinatrice Campagna Abiti Puliti<br> Nina Luzzatto Gardner, Adjunct Professor, Business &amp; Human Rights Johns Hopkins SAIS<br> Maria Chiara Marullo, Profesora Ayudante Doctor de Derecho Internacional Privado, Universitat Jaume I de Castellón (Acreditada Contratado Doctor)<br> Axel Marx, Deputy Director Leuven Centre for Global Governance Studies, University of Leuven<br> Cristiano Maugeri, Programme Developer, Actionaid Italia<br> Francesca Novella, Policy Assistant, FOCSIV<br> Marianna Pace, Assegnista di ricerca in Diritto internazionale, Università degli studi di Napoli L&#8217;Orientale<br> Marco Piccolo, Presidente Fondazione Finanza Etica<br> Irene Pietropaoli, Business and Human Rights Research Fellow, British Institute of International and Comparative Law (BIICL)<br> Stefano Prato, Managing Director and Editor, Development, Society for International Development (SID)<br> Chiara Ragni, Professoressa Associata di Diritto internazionale, Dipartimento di diritto pubblico italiano e sovranazionale, Università degli Studi di Milano<br> Martina Rogato, Co-fondatrice Human Rights International Corner (HRIC) e Sustainability Expert<br> Margherita Romanelli, Coordinatrice Policy Internazionali per lo Sviluppo Sostenibile, WeWorld-GVC<br> Francesca Romanin Jacur, Ricercatrice di Diritto internazionale, Dipartimento di Giurisprudenza, Università degli Studi di Brescia<br> Valentina Rossi, Ricercatrice di Diritto internazionale, Istituto di Ricerca su Innovazione e Servizi per lo Sviluppo – CNR<br> Cedric Ryngaert, Professor of Public International Law, Utrecht University<br> Lorenzo Sacconi, Professore Ordinario di politica economica (economia etica e responsabilità sociale d’impresa), Dipartimento di diritto pubblico italiano e sovranazionale, Università degli Studi di Milano<br> Luca Saltalamacchia, Avvocato civilista, difensore dei diritti umani<br> Katia Saro, Lecturer of Business Ethics workshop, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano<br> Andrea Shemberg, Visiting Fellow London School of Economics and former Legal Advisor to the UN Secretary-General’s Special Representative on Business and Human Rights<br> Andrea Stocchiero, Policy Officer, FOCSIV<br> Tara Van Ho, Lecturer, School of Law and Human Rights Centre, University of Essex<br> Anil Yilmaz Vastardis, Lecturer, School of Law and Human Rights Centre, University of Essex<br> Florian Wettstein, Professor of Business Ethics, Institute for Business Ethics, University of St. Gallen</p>
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		<title>I dazi di Donald Trump: quali rischi per l’economia italiana?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Mar 2018 19:43:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[#dazi]]></category>
		<category><![CDATA[#imprese]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Bernardo Tarantino* L’articolo intende fornire un’analisi dei dazi introdotti recentemente da Donald Trump e dei potenziali effetti&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1011/">I dazi di Donald Trump: quali rischi per l’economia italiana?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Bernardo Tarantino*</em></p>
<p>L’articolo intende fornire un’analisi dei dazi introdotti recentemente da Donald Trump e dei potenziali effetti sull’economia italiana. La prima parte illustrerà la portata dei provvedimenti protezionistici del Governo statunitense nel settore siderurgico. La seconda parte sarà dedicata ai potenziali effetti dei dazi sulle aziende italiane esportatrici di acciaio e alluminio. Infine, si illustreranno le tappe di una possibile <em>escalation</em> tariffaria e le potenziali conseguenze sull’export italiano.</p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<ol>
<li><strong><em>I motivi e gli obiettivi della scelta di Trump</em></strong></li>
</ol>
<p>Lo scorso 23 marzo, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha introdotto dazi del 25% per l’acciaio e del 10% per l’alluminio. I motivi principali di questa decisione risiedono nella crisi che il settore siderurgico statunitense ha conosciuto negli ultimi due decenni. In particolare, il rapporto del Dipartimento per il Commercio USA del 16 febbraio considera l’eccedenza delle importazioni di acciaio e alluminio una minaccia per la sicurezza nazionale e l’occupazione. Il rapporto, oltre a rilevare una diminuzione negli ultimi vent’anni del 35% degli occupati nel settore dell’acciaio e del 58% tra il 2013 e il 2016 nel settore dell’alluminio, raccomanda misure di politica commerciale volte a tutelare i comparti produttivi nazionali.</p>
<p>Inizialmente, i provvedimenti di politica commerciale dell’Amministrazione Trump avrebbero dovuto colpire quasi tutti i partner commerciali degli Stati Uniti. Gradualmente, l’asprezza delle misure tariffarie si è affievolita. Canada e Messico, rispettivamente primo e quarto partner commerciale degli Stati Uniti nel settore siderurgico, sono stati subito esentati dai dazi. A ridosso della firma del Proclama presidenziale, l’Unione europea, il Brasile, la Corea del Sud, l’Argentina e l’Australia hanno ottenuto un’esenzione temporanea. La Cina, primo produttore mondiale di acciaio e alluminio, è pertanto il destinatario principale delle misure tariffarie imposte da Trump. Ciò nondimeno, il rischio di una guerra commerciale tra Stati Uniti e Unione europea non è da sottovalutare. La data del primo maggio indicata dall’Amministrazione Trump per concludere i negoziati su dazi e relazioni commerciali sembra poco realistica e la Commissione europea sostiene che l’esenzione dai dazi debba essere permanente e non solo temporanea.</p>
<p>I dazi di Trump rappresentano una sfida senza precedenti per l’industria siderurgica globale. Gli USA sono il maggior importatore mondiale di acciaio (circa 31 milioni di tonnellate) e le ripercussioni dei dazi non tarderanno a farsi sentire. Per i paesi esportatori, una tassa aggiuntiva alle importazioni rappresenta un problema di non poco conto, in quanto molti prodotti rischiano di vedere le proprie esportazioni drasticamente diminuite.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li><strong><em> I dazi di Trump avrebbero effetti negativi su alcuni comparti della siderurgia italiana caratterizzati da un significativo valore aggiunto</em></strong></li>
</ol>
<p>I rapporti commerciali tra Stati Uniti e Italia sono eccellenti. L’interscambio supera i 55 miliardi di euro. Il saldo della bilancia commerciale è nettamente a favore dell’Italia. Nel 2017, con <strong>40,5 miliardi di fatturato</strong>, l’Italia si è piazzata all’ottavo posto dei paesi da cui provengono le importazioni degli Stati Uniti. Le importazioni italiane dagli Stati Uniti si attestano a 15 miliardi di euro.</p>
<p>Nel settore siderurgico<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>, l’Italia rappresenta soltanto l’1% del valore complessivo delle importazioni degli Stati Uniti. Il peso degli Stati Uniti, nel totale delle vendite all’estero di prodotti siderurgici italiani è pari al 3,8%, appena lo 0,2% dell’export manifatturiero. Tuttavia, i potenziali effetti negativi non sono da sottovalutare. Le aziende italiane specializzate nella produzione di acciaio e alluminio esportano complessivamente verso gli Stati Uniti <strong>470 mila tonnellate d’acciaio l’anno</strong> per un valore di circa <strong>653 milioni di euro</strong><a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><strong><sup>[2]</sup></strong></a>.</p>
<p>Se si analizzano nel dettaglio le performance dei singoli prodotti, emerge un ruolo più rilevante  per l’Italia nel commercio di semilavorati ad alto valore aggiunto. La categoria che rischierebbe di essere più colpita dai dazi di Trump è  infatti quella dei <strong>lingotti in acciai inox</strong> per i quali le esportazioni negli Stati Uniti rappresentano il <strong>57</strong><strong>,4%</strong> del totale (21.603 tonnellate su 37.613). Relativamente più contenuto, ma comunque rilevante, sarebbe l’impatto anche sulle <strong>barre e profilati in acciai inossidabili</strong> (18,5% le esportazioni negli USA sul totale),<strong> i tubi senza saldatura</strong> (13,1%), <strong>i fili in acciai legati </strong>(12,5%) ed i <strong>lingotti in acciai legati </strong>(9,3%).<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><sup>[3]</sup></a></p>
<p>Una stretta sui dazi non sarebbe quindi senza conseguenze per l’industria italiana. Per molti prodotti il mercato americano non rappresenta solo una delle destinazioni più remunerative, ma anche una delle aree con maggiori prospettive di crescita. Uno studio di Prometeia considera il mercato statunitense una combinazione di “<strong>ampie prospettive di sviluppo”</strong> per il prossimo biennio ed elevato<strong> “peso specifico”</strong>, in termini di volumi potenzialmente assorbibili,<strong> </strong>per i settori dei “tubi in acciaio” e della “lavorazione a freddo dell’acciaio”.</p>
<p>Alla luce di questi dati, secondo il Presidente di Federacciai Gozzi, le imprese italiane potenzialmente colpite dai dazi di Trump non supererebbero la decina. Tra di esse, si segnala il caso di <strong>Arinox (Gruppo Arvedi) </strong>situata a Riva Trigoso, azienda specializzata nella produzione di acciaio inossidabile che ha recentemente trasmesso il proprio parere al Dipartimento del Commercio USA. Altro caso da segnalare è quello dell’acciaieria<strong> Valbruna, </strong>con sedi a Vicenza, Bolzano e nello Stato dell’Indiana, che esporta 40 mila tonnellate di acciaio inossidabile negli USA.</p>
<p>Prima dell’annuncio dell’imposizione dei dazi su acciaio e alluminio, l’Amministrazione Trump aveva già imposto un dazio provvisorio del 22,6% alle importazioni di <strong>vergella</strong> italiana colpendo principalmente l’azienda friulana <strong>Ferriere Nord </strong>e la veronese<strong> Ferriere Valsider</strong>. Gli Stati Uniti sostengono che parte delle esportazioni italiane di vergella sono in dumping a causa di sussidi statali. Nel 2016 le esportazioni italiane di vergella negli USA ammontavano a 12 milioni di dollari per un totale di 30 mila tonnellate. Nei primi 8 mesi del 2017 l’Italia ha esportato negli USA circa 19 mila tonnellate di vergella.</p>
<p>Infine, sembra opportuno descrivere brevemente gli <strong>effetti indiretti</strong> che i dazi sui prodotti cinesi avrebbero sul mercato siderurgico europeo. Le esportazioni cinesi di acciaio e alluminio verso gli USA, colpite dai dazi, potrebbero riversarsi sui mercati dei Paesi membri dell’UE danneggiando tutte le aziende del settore. A tal proposito sono state espresse preoccupazioni per la concorrenza che la <strong>filiera siderurgica lecchese</strong> subirebbe dai competitor asiatici.  Con i suoi 19.857 addetti il distretto industriale lecchese ha generato un export pari a <strong>1,8 miliardi</strong> nei primi nove mesi del 2017. Questi risultati potrebbero essere compromessi da una maggiore disponibilità sui mercati europei di prodotti di acciaio e alluminio provenienti dalla Cina e che, non trovando più sbocco negli USA, potrebbero dirigersi sull’Europa. Tuttavia, le esportazioni cinesi verso gli USA hanno un peso relativamente modesto in quanto costituiscono solo il 3% del totale delle importazioni USA di acciaio e alluminio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="3">
<li><strong><em> Nel caso di escalation tariffaria gli effetti sull’export italiano sarebbero rilevanti</em></strong></li>
</ol>
<p>Benché al momento poco probabile, non è da escludere l’avvio di un’escalation di ritorsioni tariffarie.  La Commissione europea si è attivata per ottenere un’esenzione dai dazi sull’acciaio e l’alluminio. Come si è evidenziato, il Governo americano ha concesso un’esenzione temporanea i cui profili giuridici ed operativi risultano poco chiari. L’Unione europea chiede un’esenzione permanente e sta studiando una triplice strategia per rispondere al protezionismo americano.</p>
<p>a) L’Unione europea potrebbe fare richiesta di arbitrato presso l’Organo delle risoluzione delle controversie dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Tuttavia questa procedura richiede tempi molto lunghi.</p>
<p>b) Una seconda opzione sarebbe quella di adottare misure di salvaguardia provvisorie per impedire che i prodotti oggi esportati negli Usa dal resto del mondo, e che verranno bloccati dai dazi, si riversino nel mercato europeo creando seri danni all’industria siderurgica.</p>
<p>c) Infine, l’Ue potrebbe attivare una ritorsione commerciale che avrebbe però effetti dirompenti sul commercio internazionale. In tal caso, sembrerebbe che l’Ue abbia già stilato una lista di beni statunitensi a cui applicare dazi e che includono acciaio, alluminio, motociclette, jeans, whiskey, motori per imbarcazioni, riso, fragole, granoturco e molti altri beni per un valore totale di 2,83 miliardi di euro.</p>
<p>Nel caso di ritorsioni da parte dell’Unione europea, Trump ha annunciato di voler ampliare la lista dei prodotti europei da sottoporre a dazi, a cominciare dall’<strong>automotive</strong>. Gli esportatori italiani sarebbero i più colpiti insieme a quelli tedeschi. In particolare, il 23,0% dell’export industriale italiano negli Stati Uniti è costituito da <strong>mezzi di trasporto</strong>, il 18,7% da <strong>macchinari</strong>, il 10,1% da <strong>alimentari e bevande</strong> e il 9,5% da <strong>tessile, abbigliamento e calzaturiero</strong>. A livello regionale, <strong>Lombardia e Veneto sarebbero le regioni</strong> più colpite da un’escalation tariffaria. Si pensi che nel 2016 la Lombardia ha esportato negli Stati Uniti merci per 8,1 miliardi di euro e il Veneto per 4,8 miliardi.</p>
<p>È difficile prevedere gli <strong>effetti di un’escalation tariffaria</strong> sull’export italiano e sui singoli settori produttivi, soprattutto se non si conoscono l’ampiezza e la portata delle misure protezionistiche. Tuttavia, è evidente che il ritorno ai dazi in settori strategici dell’export italiano avrebbe un impatto rilevante sulla nostra economia determinando una perdita per le aziende. Uno studio di Prometeia sull’impatto dei dazi americani ha ipotizzato che se si riportassero le tariffe doganali ai livelli pre-OMC (precisamente ai livelli del 1989), gli ulteriori oneri doganali costerebbero alle imprese italiane circa <strong>800 milioni di euro </strong><a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><sup>[4]</sup></a> , distribuiti diversamente tra i vari settori. Secondo lo studio, di questi 800 milioni, oltre 345 peserebbero sui settori tradizionali del Made in Italy: la moda, le calzature, il design e l’alimentare. Per 216 milioni sui mezzi di trasporto e la meccanica, per 62 milioni sui prodotti e materiali da costruzione. Per 43 milioni sulla metallurgia e per 32 milioni sulla chimica-farmaceutica. Tutto ciò escludendo eventuali misure sanitarie e fito-sanitarie che potrebbero ulteriormente colpire settori specifici del nostro export. Infine, occorre sottolineare che i dazi si applicherebbero a tutti i paesi dell’Unione europea e ciò provocherebbe un “effetto domino” sulle catene del valore internazionali determinando ulteriori perdite per economie aperte come quella italiana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*Bernardo Tarantino è consulente relazioni internazionali e istituzionali. A Expo Milano 2015, si occupato dell’organizzazione delle attività internazionali e delle iniziative di Promozione del Sistema Paese all’estero. In qualità di allievo dell’École Nationale d’Administration, ha svolto servizio alla Rappresentanza permanente della Francia presso l’Unione europea ed è stato membro del gabinetto del Prefetto del Lot-et-Garonne (Fr).</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> Federacciai conta 130 imprese associate. Gli addetti nel settore siderurgico in Italia sono 70.000. La produzione nazionale di acciaio ammonta a 22 milioni di tonnellate l’anno.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"><strong><sup>[2]</sup></strong></a> Fonte: Federacciai</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3"><sup>[3]</sup></a> Elaborazione siderweb su dati ISTAT</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4"><sup>[4]</sup></a> Il calcolo è stato fatto a partire dai dati export del 2015</p>
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