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	<title>Mercato Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Le sfide dell’Europa liberale orfana di Washington</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Nov 2016 14:22:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Francesco Cerasani* La vittoria di Donald Trump ha fin da subito posto l’UE di fronte a un&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Di Francesco Cerasani*</p>
<p>La vittoria di Donald Trump ha fin da subito posto l’UE di fronte a un cambio di paradigma profondo nello scenario internazionale. Sebbene siano ancora incerte, le linee di politica estera del nuovo presidente statunitense sembrano indicare una generale assenza di conoscenza – e quindi di considerazione – per l’Unione europea in quanto soggetto politico e istituzionale, più che per l’Europa come spazio geopolitico e geo-economico. Se la sconfitta di Hillary Clinton è interpretabile anche come una sconfessione del Presidente Obama, questo determina certamente un impatto rilevante per la diplomazia comunitaria, che sul partenariato con gli orientamenti dell’amministrazione democratica e sul multilateralismo di stampo atlantico ha costruito i propri assetti strategici di lungo periodo oltre che la propria narrazione di potenza globale.</p>
<p>Le reazioni immediate della leadership delle istituzioni europee hanno indubbiamente confermato, quasi come un sintomo psicopolitico di horror vacui, i rischi di un assetto globale molto diverso per l’UE, che si aggiunge e aggrava un avvitamento della propria crisi politico-istituzionale: ha iniziato Juncker con i noti commenti scomposti a poche ore dalla proclamazione del risultato, cui ha fatto eco la convocazione d’urgenza, un po’ avventata e il cui significato politico è stato poi non a caso significativamente ridotto, di una cena dei ministri degli esteri.</p>
<p>La considerazione più condivisa nelle prime analisi dell’impatto del voto statunitense sull’UE è che si possa aprire ora una finestra di opportunità per uno scatto di integrazione in alcuni settori chiave, a partire dalla difesa, confidando nell’effetto shock e in un sussulto di coraggio politico per gli Stati membri e per le istituzioni comunitarie. E’ una visione legittima e del tutto auspicabile che, pur non essendo da derubricare a un mero wishful thinking, deve prioritariamente tenere conto non solo dei limiti oggettivi che hanno bloccato finora una reale azione comune, ma anche delle condizioni interne ai singoli paesi membri.</p>
<p>La prima evidenza infatti, prima ancora di guardare a scenari futuri e a un nuovo disegno diplomatico per l’UE, è che la vittoria di Trump avrà madri, figli e nipoti anche in Europa. Il 2017 sarà un anno elettorale delicatissimo e ogni decisione di portata davvero strategica dovrà essere rimandata almeno all’esito delle elezioni in Francia (primavera) e Germania (settembre) e alle pressioni che la nouvelle vague populista imprimerà sulle scelte sia della sinistra che della destra. Potrà sembrare una lettura di piccolo cabotaggio, ma è una considerazione essenziale in un’Unione europea in cui il peso della dimensione intergovernativa assume una dimensione ancora preponderante. C’è da chiedersi, semmai, se proprio gli attori che oggi si frappongono con più forza a una maggiore integrazione di alcune delle politiche comuni più cruciali, ovvero i paesi del blocco di Visegrad e della formula della solidarietà flessibile, non finiranno paradossalmente per essere a breve i principali fautori di uno scatto in avanti sulle politiche di difesa, affari interni, intelligence, presi da timori (ben fondati peraltro) sulla sostenibilità della propria sicurezza agli immediati confini della Russia.</p>
<p>Non è da trascurare in questo senso, nell’analisi delle relazioni UE-Trump, un’ulteriore lettura in senso endogeno, ovvero un’analisi dello stato delle relazioni inter-istituzionali comunitarie alla vigilia di due scadenze dirimenti per l’orizzonte strategico europeo. In primo luogo, nell’immediato, il negoziato in corso sul rinnovo delle cariche comunitarie: potrà sembrare poco verosimile, ma uno scenario di una sostituzione di una delle due cariche monocratiche alla testa dell’UE potrebbe spostare in un senso o in un altro l’equilibrio del triangolo Bruxelles-Washington-Mosca che caratterizzerà i prossimi anni. Non meno rilevante è poi l’apertura formale dei negoziati per la Brexit, dal cui esito dipenderà non solo la capacità di resilienza dell’UE e la possibilità di nuovi percorsi di integrazione. L’accordo con Londra sarà in primo luogo una lunga trattativa di natura commerciale, che porrà l’Europa di fronte all’esigenza di ricostruire, dopo il fallimento del TTIP e le chiusure esplicite del nuovo Presidente Trump, un partenariato economico transatlantico che rimane in ogni caso l’opzione strategica principale, viste le enormi difficoltà nelle relazioni con Putin e considerando anche la contesa sul Market Economy Status per la Cina.</p>
<p>In questo contesto rimane viva per l’Europa – ma un’Europa diversa che attui concretamente meccanismi di azione comune più forte in politica estera, commerciale e di cooperazione, a partire dall’Africa – la possibilità di continuare a scommettere sulla propria capacità di aggregazione, cercando di uscire dallo stallo diplomatico che si profila per investire sul multilateralismo come unica arma a disposizione.</p>
<p>Il messaggio che il Presidente Obama ha voluto lasciare in eredità all’Europa, in occasione del suo discorso ad Atene e seguendo quanto già affermato all’Assemblea Generale ONU a fine settembre, è stato d’altronde molto netto: nell’era globale e soprattutto nelle crisi ora in atto abbiamo bisogno di rafforzare le istituzioni multilaterali. E di tale assetto, figlio della fase del Dopoguerra ed oggi pesantemente messo in discussione, l’UE è non solo un modello concreto, ma l’unico attore macro-regionale in grado di dare nuovo senso al multilateralismo nell’era post-obamiana.</p>
<h5 id="francesco-cerasani-dottore-di-ricerca-in-storia-delleuropa-contemporanea-assistente-al-parlamento-europeo-segretario-del-pd-bruxelles-dal-2011-nel-2013-e-stato-candidato-alla-camera-per-i">Francesco Cerasani, dottore di ricerca in storia dell’Europa contemporanea, assistente al Parlamento Europeo. Segretario del PD Bruxelles dal 2011, nel 2013 è stato candidato alla Camera per il Partito Democratico nella circoscrizione Europa. E’ Presidente dell’associazione EUdem.</h5>
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		<title>La nuova battaglia politica europea si chiama CETA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Nov 2016 15:10:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Canada]]></category>
		<category><![CDATA[CETA]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio]]></category>
		<category><![CDATA[Mercato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Umberto Marengo*    Il 30 ottobre Unione europea e Canada hanno firmato un accordo bilaterale per lo&#8230;</p>
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<p><em>Di Umberto Marengo*   </em></p>
<p>Il 30 ottobre Unione europea e Canada hanno firmato un accordo bilaterale per lo sviluppo del commercio, il cosiddetto <em>Comprehensive Economic and Trade Agreement</em> (CETA). L’accordo prevede, tra gli elementi principali, l’abbattimento pressoché totale dei dazi doganali, la semplificazione delle garanzie per lavoratori e imprese che vogliono operare tra Europa e Canada e il reciproco riconoscimento di alcune qualifiche professionali. Nonostante sette anni di negoziazioni la firma non era per nulla scontata. L’accordo ha infatti aperto un duro dibattito politico su due questioni fondamentali: primo, è giusto continuare ad aprire i nostri mercati e, secondo, quale deve essere il controllo democratico su temi così controversi?</p>
<p>Nella percezione pubblica europea – complice un decennio di recessione – la liberalizzazione del commercio è avvertita come una minaccia alla sicurezza dello stile di vita attuale. L’opposizione ad accordi come il CETA, o il corrispettivo in negoziazione con gli Stati Uniti (il TTIP) è simbolicamente diventata la resistenza alla “globalizzazione delle élite e delle corporation”.</p>
<p>Si tratta di preoccupazioni giustificate? Accordi bilaterali come il CETA o il TTIP sono la risposta allo stallo delle negoziazioni multilaterali in seno all’Organizzazione Mondiale del Commercio dovuta l’inconciliabilità delle posizioni tra paesi sviluppati e paesi emergenti. L’apertura dei mercati ha offerto opportunità di crescita e export per le economie emergenti ma allo stesso tempo ha creato costi distributivi (vinti e vincitori) all’interno delle nostre società. A questo si aggiungono i costi politici. Globalizzazione significa interdipendenza e pertanto un qualche livello di condivisione delle regole e della sovranità, anche da parte di Europa e Nord America che erano tradizionalmente abituate dettare le regole del gioco.</p>
<p>Gli avversari del <em>free trade</em> non potevano tuttavia scegliere un obiettivo peggiore del CETA. Se il metro di successo di un accordo è la capacità di creare regole comuni per governare il commercio internazionale e la globalizzazione, l’accordo con il Canada è il caso di maggior successo dell’Unione europea. L’accordo prevede esplicitamente norme per la salvaguardia dei servizi pubblici, della salute, dei prodotti di origine geografica controllata, e per impedire il dumping ambientale. Europa e Canada mantengono intatto il diritto di regolare i loro mercati e il mutuo riconoscimento degli standard è limitato a quegli ambiti dove entrambe le parti considerano equivalenti i rispettivi livelli di protezione.</p>
<p>Il CETA è un esempio di come l’Europa può proiettare nel mondo il proprio modello di economia sociale e aperta. Come ogni negoziato anche il CETA crea vincitori e vinti e ha richiesto dei <em>trade off</em>, ovvero delle scelte politiche. A chi spettano queste scelte?</p>
<p>La politica commerciale è da sempre competenza esclusiva dell’Unione europea e pertanto queste scelte sono e dovrebbero restare di competenza del Consiglio e del Parlamento europeo. La Commissione ha invece deciso di considerare il CETA un accordo “misto” europeo e nazionale, chiedendo l’approvazione di ciascuno dei 28 parlamenti nazionali (e in alcuni casi anche regionali).</p>
<p>Questa decisione non democratizza la politica commerciale e rischia invece di distruggerla. In primo luogo, democrazia significa negoziazione e compromesso, non dare a tutti gli attori in gioco potere di veto. In secondo luogo, l’Europa ha bisogno di una voce unica e forte per difendere il proprio modello economico. In passato le divisioni nazionali europee potevano perfino essere un elemento di forza. Nel dopoguerra i nostri partner commerciali volevano accesso al mercato unico della Comunità europea e la regola dell’unanimità ha permesso di proteggere gli interessi di tutti gli Stati Membri. La situazione oggi si è ribaltata. È l’Europa a chiedere accesso ai mercati internazionali dei servizi e allo stesso tempo l’adozione di standard di protezione ambientale e della salute più costosi (o diversi) rispetto a quelli comunemente adottati. In questo contesto senza una voce unica e credibile l’Europa si condanna all’irrilevanza.</p>
<p>In conclusione, il processo di ratifica del CETA si preannuncia conflittuale ma è essenziale che arrivi in porto. Per molto tempo gli effetti politici e distributivi della globalizzazione sono stati minimizzati e ignorati. Per questo oggi il CETA è stato trasformato in una battaglia politica che ha poco a che vedere con gli effetti dell’accordo e segnala invece un problema molto più ampio, ovvero la difficoltà di riconciliare mercati aperti e preferenze democratiche nazionali.</p>
<p>Dopo la firma dei capi di governo e l’approvazione del Parlamento europeo l’accordo entrerà in vigore limitatamente alle parti di competenza europea. Per la piena ratifica sarà necessaria l’approvazione dei 28 parlamenti nazionali. Bloccare l’accordo di maggior successo della storia europea non porterebbe maggiore democrazia ma renderebbe invece impossibile per l’Europa continuare a promuovere nel mondo il proprio modello di economia aperta e, allo stesso tempo, sociale.</p>
<p>*<em><strong>Umberto Marengo</strong> è consulente manageriale e Associate fellow all’Istituto Affari Internazionali di Roma</em></p>
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