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	<title>parlamento europeo Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Tecnologie e partecipazione: servono idee nuove per il Parlamento europeo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Suffia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 May 2019 13:58:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il ruolo svolto dal Parlamento europeo nel corso dell’ultima legislatura non è ancora stato compiutamente analizzato. Quella iniziata&#8230;</p>
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<p>Il ruolo svolto dal Parlamento europeo nel corso dell’ultima legislatura non è ancora stato compiutamente analizzato. Quella iniziata nel 2014 non è stata una legislatura semplice, ma alcuni traguardi importanti sono stati comunque conseguiti e l’auspicio è che il prossimo Parlamento europeo possa continuare sulla stessa lunghezza. O addirittura migliorare.</p>
<p>Un particolare ambito che merita di essere approfondito è quello relativo al rapporto tra la democrazia (in questo caso quella europea, nella sua accezione più generale) e l’utilizzo delle nuove tecnologie della comunicazione. La scorsa legislatura ha visto la definitiva consacrazione dei social network come mezzo principe di comunicazione politica – con video, post, dirette, fake news e account falsi – mentre parallelamente si registravano le vicende spinose, sotto il profilo politico prima ancora geopolitico, del caso Snowden<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>, di Cambridge Analytica e, da ultimo, della guerra commerciale tra USA e Huawei. Gli interventi del Parlamento europeo 2014-2019 sono stati importanti: è stato abolito il roaming, si è aperto il mercato dei pagamenti on-line riducendone costi e rischi di frode, si è lavorato per rimuovere gli ostacoli sugli acquisti transfrontalieri e, non per ultimo, misure importanti sono state messe in campo per proteggere i dati personali dei cittadini europei.</p>
<p>Nuove idee, oggi, devono essere proposte al nuovo Parlamento europeo per arrivare pronti al mondo di domani.</p>
<p>Il rapporto tra il potere e le nuove tecnologie dell’informazione è analizzato nel libro “Tecnologie per il potere” del Prof. Giovanni Ziccardi<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>, docente di Informatica giuridica presso l’Università degli Studi di Milano, recentemente pubblicato (2019).</p>
<p>Il libro si propone di individuare un vuoto presente nella nostra letteratura legata al rapporto tra le nuove tecnologie e i processi democratici, e iniziare a colmarlo. Molto spesso in questo ambito, infatti, assistiamo ad una pletora di documenti pubblicati online per singole occasioni, momenti specifici e finalità determinate, ad una limitata discussione accademica per studiosi del settore (in lingua inglese), e ad una generale assenza di testi (siano essi accademici, o divulgativi) che abbiano l’ambizione di individuare delle linee di fondo, trarre il generale dal particolare, portare ordine e sistematicità di analisi nella discussione. La materia è relativamente nuova e, senza un approccio imparziale e complessivo, si presta a numerosi fraintendimenti. I fronti aperti dal digitale, d’altronde, sono molteplici: dall’industria 4.0 alla sostituzione del lavoro, dall’intelligenza artificiale al 5G, dal ruolo dei media alla responsabilità delle piattaforme in un contesto di continue interferenze – a bassa intensità – da parte degli Stati nei confronti gli uni degli altri.</p>
<p>Limitandoci alle “tecnologie per il potere” di cui possiamo avere contezza, e che andiamo ad applicare alla vita politica delle nostre comunità, il libro si concentra sull’uso delle nuove tecnologie come ad esempio i social network, non trascurando di tracciare i profili relativi al “governo degli algoritmi”, alla sicurezza della politica connessa e alla possibile distorsione degli equilibri democratici. Parlando di politica e tecnologie dell’informazione, inoltre, non possono essere trascurate tutte le problematiche etiche, prima ancora che di sicurezza e protezione della privacy, che riguardano le tecnologie oggi.</p>
<p>Soltanto a partire da solide basi è possibile vagliare le dichiarazioni della politica (solo per citare le ultime, il progetto del Presidente Macron di “aggiustare” Facebook e Twitter<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>, o le proposte per obbligare Facebook a richiedere il codice fiscale per l’autenticazione) e valutarne non solo la fattibilità, ma anche la credibilità stessa. In un’epoca di fake news e di generale difficoltà di discernere tra notizie vere e false, verificate o inverificabili, autorevoli o non autorevoli, infatti, è quanto mai importante per il dibattito pubblico avere gli strumenti per togliere il più possibile il digitale dal novero degli argomenti sui quali è possibile fare disinformazione.</p>
<p>Queste riflessioni sono interessanti nel momento in cui, i dati riportano, “metà degli europei è stata esposta alla disinformazione sui social media proveniente dalla Russia, prima delle elezioni”<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>, mentre da più parti si fanno largo richieste di legittimazione e partecipazione politica che vanno oltre le elezioni e la rappresentatività politica come oggi la conosciamo<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>.</p>
<p>Non possiamo permetterci di non conoscere gli strumenti che la politica oggi utilizza (anche perché potrebbero essere metodologie utilizzare dalla controparte), né permetterci di proporre soluzioni, proposte e slogan legati al digitale che siano del tutto irrealizzabili, fuori dal mondo e, peggio ancora, controproducenti. Allo stesso tempo, è quanto mai necessario proporre soluzioni innovative e di frontiera al nuovo Parlamento europeo, perché nei prossimi anni continui ad essere il riferimento di tutte le politiche nazionali sul continente e continui a svolgere il ruolo di faro della democrazia liberale europea e dello Stato di diritto nel mondo.</p>
<p>Il digitale, come nessun’altra tecnologia, si presta per essere un’arma a doppio taglio: utilizzarlo senza contezza, o dichiarare di servirsene senza invero riuscirci, o senza sapere neanche come fare, è sconfiggersi con le proprie stesse mani senza che i nostri avversari, nemmeno, ce l’abbiano chiesto. Il dibattito è aperto.</p>
<p>*<em>Gabriele Suffia è assegnista di ricerca presso l&#8217;Università degli Studi di Milano (ISLC &#8211; Information Society Law Center), è diplomato al master di Geopolitica e sicurezza globale dell’Università La Sapienza di Roma, politic advisor per il Dipartimento internazionale delle ACLI e socio fondatore del Circolo ACLI Geopolitico.</em></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Risoluzione votata nel 2015, cfr. http://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-8-2015-0388_IT.html?redirect (link consultato in data 28.05.2019).</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Cfr. G. Ziccardi, <em>Tecnologie per il potere</em>, Raffaello Cortina, 2019, anche al link: http://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/giovanni-ziccardi/tecnologie-per-il-potere-9788832850710-2926.html (link consultato in data 28.05.2019).</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Cfr. https://www.politico.eu/article/emmanuel-macrons-plan-to-fix-facebook-youtube-and-twitter/ (link consultato in data 28.05.2019).</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Cfr. https://www.theguardian.com/world/2019/may/08/241m-europeans-may-have-received-russian-linked-disinformation (link consultato in data 28.05.2019).</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Il riferimento, tra gli altri, è alla richiesta di partecipazione che viene dai movimenti cosiddetti “populisti”, cfr. I. Diamanti, M. Lazar, <em>Popolocrazia</em>, Laterza, 2018.</p>
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