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	<title>Petrolio Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<title>Petrolio Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>La Libia oggi: svolta politica, ma stallo militare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicolò Beda Zantomio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Mar 2021 16:50:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A dieci anni di distanza dalla caduta del regime di Gheddafi avvenuta nel 2011 il conflitto in Libia&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">A dieci anni di distanza dalla caduta del <strong>regime di Gheddafi</strong> avvenuta nel 2011 il conflitto in Libia sembra finalmente giunto ad una svolta. Incassata la fiducia all’unanimità di 132 deputati della Camera dei Rappresentanti, il nuovo governo guidato dal <strong>premier Dadaiba </strong>(che include, tra gli altri, la prima donna ministro degli Esteri Najla el-Mangoush) ha prestato giuramento lunedì 15 marzo. Questo nuovo gabinetto guiderà il paese verso le elezioni presidenziali e legislative nazionali previste per il prossimo 24 dicembre. Altra tappa fondamentale nel processo di stabilizzazione del paese avrà luogo il prossimo 22 marzo, data in cui il Parlamento libico si riunirà a Tripoli per votare il primo bilancio unificato dal 2014. Questi ultimi sviluppi vanno letti positivamente, nonostante il paese rimanga pericolosamente esposto ad <strong>un’elevata frammentazione politica</strong>, con il generale Haftar che per primo non vede con soddisfazione il nuovo corso istituzionale intrapreso dalla Libia.</p>



<p>Oltre alle divisioni sul piano politico, la pacificazione definitiva del paese nordafricano risente anche dell’attuale <strong>situazione militare</strong>. Ciò che deve preoccupare maggiormente i governi occidentali è la presenza sempre più radicata di Turchia e Russia, prevalentemente attraverso truppe mercenarie e milizie tribali. Secondo le Nazioni Unite a dicembre 2020 le unità di combattenti straniere presenti sul territorio libico erano<strong> circa 20.000</strong> e l’ultimatum per un ritiro, previsto il 23 gennaio nel quadro di accordi tra il GNA di al-Serraj ed il LNA di Haftar, è rimasto di fatto inosservato. Ad oggi la situazione sul campo appare sempre più cristallizzata, con nessuno dei contendenti che sembra disposto a rinunciare alle posizioni sinora conquistate.</p>



<p>Da una parte vi sono i militari turchi, inviati da Ankara nel gennaio 2020 a sostegno di al-Serraj assieme a <strong>circa 5-6.000 mercenari siriani </strong>e concentrati in alcune località dell’Ovest del paese. Il dispositivo turco fa perno su un triangolo costituito dalla città di Tripoli, il porto di Khoms dove stazionano unità navali e la base aerea di al-Watiya, che è diventata lo snodo principale per i rifornimenti dell’Aeronautica turca. Lo scorso agosto la Turchia ha inoltre firmato con il Qatar un protocollo per la creazione di un centro di addestramento militare. Sull’altro fronte invece si registra la presenza di <strong>circa 2-3.000 mercenari russi</strong> della società Wagner, inviati in Libia a supporto del generale Haftar, posizionatisi intorno alla città di Sirte. Questi, sostenuti dai caccia MiG e dai sistemi antiaerei Pantsir forniti da Mosca, operano principalmente nella Libia orientale e meridionale. Il sistema difensivo russo è costruito attorno ad una trincea tra Sirte e Jufra lunga oltre 70 chilometri e dotata di <strong>più di 30 postazioni fortificate</strong>. I mercenari russi hanno anche accelerato i lavori di espansione delle basi aeree di Jufra e Brak al-Shati. Questa posizione strategica consente loro di mantenere non solo una certa pressione sui territori a Ovest ma anche il controllo del bacino petrolifero di Sirte. Non va infine sottovalutato il loro radicamento a Sidra e Ras Lanuf, nonchè nella regione meridionale libica, tra il campo petrolifero di Sharara, Ghat e al-Wigh.</p>



<p>Tutto questo accade di fronte alle <strong>coste della Sicilia</strong>, strategiche per il fianco sud della NATO. Sarebbe forse utile per l’Italia valutare la possibilità di<strong> proporre l’apertura di un tavolo internazionale</strong> per l’istituzione di una forza di interposizione, magari a guida USA, sotto l’egida dell’ONU, con ‘boots on the ground’ sul suolo libico. L’Italia dovrebbe quindi farsi promotrice di una coalizione militare internazionale presso il Segretario di Stato Anthony Blinken ed il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Jake Sullivan.</p>



<p>A livello diplomatico sarebbe invece fondamentale da un lato <strong>pressare gli Emirati</strong>, principali sostenitori di Haftar assieme all’Egitto ad interrompere i pagamenti verso la Russia, costringendo così la Wagner ad abbandonare il terreno, dall’altro cercare una sponda da parte del Qatar per esercitare una ‘moral suasion’ sulla Turchia affinché questa proceda alla rimozione dei propri militari e dei miliziani siriani operativi al fianco del GNA;</p>



<p>Sarebbe altresì utile <strong>promuovere una iniziativa internazionale per rilanciare la produzione di petrolio libico</strong>. La produzione petrolifera in Libia, prima nazione in Africa per riserve stimate, è <strong>crollata dai 1,2 milioni di barili al giorno di inizio 2020 ai 100 mila barili circa</strong>, in conseguenza del blocco dei terminal di esportazione e lo stop ai giacimenti attuato da Haftar il 17 gennaio (alla vigilia della Conferenza di Berlino) per mezzo delle<strong> tribù a lui fedeli</strong>. L’Italia e l’Unione Europea dovrebbero quindi convocare quanto prima un tavolo europeo dei Ministri, competenti in materia energetica, dei paesi che operano con proprie compagnie in Libia (la spagnola Repsol, la francese Total, l’austriaca OMV e la norvegese Statoil), al fine di garantire la piena sicurezza e continuità delle attività estrattive della National Oil Corporation di Tripoli.</p>



<p>Infine, un <strong>rapporto redatto dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu afferma chiaramente che da ottobre 2019 a gennaio 2021 l’embargo sul traffico di armi si è dimostrato totalmente inefficace</strong>. Si renderebbe quindi necessaria una revisione dell’operazione IRINI, diretta dall’Ammiraglio Agostini, sul piano degli assetti, su quello operativo (numero di ore di volo disponibili?) e sulle regole di ingaggio (le ispezioni delle navi). Un’altra possibilità potrebbe essere infine quella di aprire un <strong>dialogo tra IRINI e AfriCom</strong>, il Comando del Pentagono per l’Africa. Uno scambio informativo tra questi due attori migliorerebbe ancor più l’efficienza operativa di IRINI e andrebbe a rafforzare la presenza europea nel quadrante nordafricano.</p>
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		<title>La rianimazione del mercato petrolifero al tempo dell’anarchia.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Bianco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Dec 2016 13:50:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Arabia Saudita]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Opec]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo un intenso negoziato, alti e bassi, e aver quasi sfiorato la “morte istituzionale”, l’OPEC ha trovato un&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo un intenso negoziato, alti e bassi, e aver quasi sfiorato la “morte istituzionale”, l’<strong>OPEC</strong> ha trovato un accordo per il taglio della produzione di greggio per 1,2 milioni di barili al giorno. Un taglio temporaneo, che dovrebbe entrare in vigore a Gennaio e durare per sei mesi.</p>
<p>L’ accordo è stato spinto soprattutto dall’ <strong>Arabia Saudita</strong>, la quale aveva determinato il ribasso nel 2014, rifiutando di tagliare la produzione nonostante la domanda di greggio fosse crollata a livello globale, e l’offerta aumentata per l’entrata sul mercato dello shale oil dal Nord America. Il rifiuto allora era stato ricondotto a ragioni economiche, tagliare la produzione avrebbe significato perdere fette di mercato a favore dello shale, e geopolitiche, poiché i prezzi bassi avrebbero colpito l’arcirivale iraniano e il competitor geopolitico russo. La strategia però si è dimostrata fallimentare, poiché i produttori del costoso shale hanno resistito all’ondata di prezzi bassi, mentre <strong>Russia</strong> e <strong>Iran</strong> sono riusciti a portare avanti le avventure geopolitiche nonostante le pressioni finanziarie.</p>
<p>Nel frattempo la strategia di politica economica saudita Vision 2030, un ambizioso piano di investimenti nell’economia non-oil, su cui si gioca molta della credibilità del Vice Principe Ereditario Mohammad bin Salman fatica ad ingranare e sembra necessitare di un’infusione di contanti. Nel frattempo Riyad ha accumulato un deficit tra i più alti di sempre. Insomma quella che era una strategia d’attacco di Riyad ha finito per scatenare un piano di auto-difesa. La ripartizione delle quote dimostra questo fallimento. Riyad dovrà farsi carico del maggior taglio della produzione – circa 500 mila barili al giorno. La riduzione chiesta all’Iran, invece, è simbolica, e si tratta più che altro di un congelamento. Ed in ogni caso, vista la lentezza con cui si muove l’implementazione dell’accordo sul nucleare, che a sua volta ingolfa gli investimenti verso il paese, quanto maggiore poteva essere la capacità di produzione iraniana?</p>
<p>L’efficacia dell’accordo sarà misurata dall’entità del rialzo dei prezzi previsto per i prossimi mesi: l’annuncio è stato sufficiente a provocare un rialzo dei prezzi del 9%, ma il vero obiettivo, per i sauditi, sarebbe sfondare la soglia dei 65 dollari al barile. Le speranze sono tutte su Gennaio quando l’accordo dovrebbe essere del tutto implementato.</p>
<p>Dovrebbe, perché, a dirla tutta, le incognite non mancano. La principale incognita è costituita dalla Russia, che, secondo l’accordo, dovrebbe tagliare circa 300,000 barili al giorno. La Russia, paese non membro dell’OPEC, ha dichiarato un appoggio condizionale all’accordo, con una voluta ambiguità. Una delle condizioni russe sarebbe ricevere sufficienti garanzie sulla volontà e capacità saudita di mantenere la coesione dell’OPEC sui termini dell’intesa. I sauditi sembrerebbero fortemente intenzionati a garantire il successo dell’accordo, ma la tentazione per altri paesi di pompare più greggio nel mercato rimane forte. Molti paesi produttori avrebbero ragioni per voler approfittare di prezzi migliori. Il Venezuela è al collasso, la Libia e l’Iraq fanno affidamento sui proventi dell’industria energetica per la ricostruzione di interi pezzi dei loro paesi. La stessa Russia è impegnata in costose operazioni militari e avventure geopolitiche in Medio Oriente. Il caso russo è particolarmente problematico poiché il fatto che la maggior parte della commercializzazione avvenga tramite oleodotti e non per via marittima, rende più difficile verificare che gli accordi vengano rispettati. La seconda incognita è relativa al ritorno sul mercato di una parte della produzione shale degli Stati Uniti mantenuta dormiente dal calo dei prezzi. Se l’offerta energetica statunitense dovesse risvegliarsi, magari sostenuta da un nuovo governo a cui sono cari gli interessi dell’industria energetica americana, questo metterà di fatto un tetto ai prezzi del petrolio. I sauditi avranno perso quote di mercato senza giungere ad un prezzo soddisfacente. Ebbene quest’accordo avrà pure rianimato l’OPEC, ma per quanto sarà in grado di tenerla in vita, resta tutto da vedere.</p>
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