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	<title>Politica Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<title>Politica Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Imprese e diritti umani:  anche per l’Italia è arrivato il tempo di agire!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Dec 2019 11:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Business and human rights is at the basis of the new social contract” (John G. Ruggie, Bruxelles, 2&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“<em>Business and human rights is at the basis of the new social contract</em>”</p><cite> (John G. Ruggie, Bruxelles, 2 dicembre 2019) </cite></blockquote>



<p>Le imprese devono rispettare i diritti umani. </p>



<p>In molti casi la nozione di “diritti umani” tuttavia è
sfuggente, così come i potenziali impatti negativi e i rischi connessi allo
svolgimento di attività d’impresa sul loro godimento. </p>



<p>È dunque, in primo luogo, utile ricordare che la nozione di
“diritti umani”, secondo le Nazioni Unite, include almeno tutti quelli
riconosciuti nella Dichiarazione Universale del 1948 sui Diritti dell’Uomo, nei
Patti delle Nazioni Unite del 1966 sui Diritti Civili e Politici ed Economici,
Sociali e Culturali e negli strumenti fondamentali dell’Organizzazione
Internazionale del Lavoro. L’identificazione dei diritti toccati nel caso
specifico dipende dunque dalla valutazione di fattori quali le dimensioni della
società o del gruppo societario, la sua struttura, la filiera di produzione, la
dislocazione geografica delle società affiliate o dei partner contrattuali e il
settore merceologico. I titolari dei diritti in esame sono tutti i soggetti a
vario titolo interessati lungo l’intera filiera di produzione dalle attività di
impresa, tra cui i lavoratori, i consumatori e gli individui e le comunità
locali (di cui potrebbero essere violati, per citarne alcuni, il diritto alla
vita privata, all’ambiente salubre e alla salute, alla vita, all’acqua pulita e
al cibo, o quello a non essere oggetto di trattamenti inumani e degradanti). Il
rispetto dei diritti umani è dunque tanto più complicato in presenza di gruppi
societari di carattere transnazionale che operino, mediante filiere di
produzione articolate, sul territorio di Stati stranieri, eventualmente
caratterizzati da situazioni politiche e sociali critiche e da standard bassi
di protezione dei diritti umani. Ciò non vale ad escludere tuttavia che anche
realtà a carattere strettamente nazionale non possano impattare negativamente o
determinare violazioni, talvolta anche gravi, dei diritti umani, aspetto questo
reso evidente purtroppo da alcuni recenti casi noti alla cronaca.</p>



<p>Come dimostrato dalla giurisprudenza elaborata dai tribunali
di numerosi Stati europei le violazioni ad oggi interessano molti settori (dal
tessile, al manifatturiero, all’estrattivo o minerario, solo per fare degli
esempi). Dall’aprile 2020, peraltro, sarà possibile presentare anche davanti ai
tribunali civili italiani <em>class actions</em>
(ossia azioni collettive) contro imprese per ottenerne il risarcimento dei
danni causati dagli abusi in esame, cosa che potrà facilitare l’instaurazione
di contenziosi oggi molto costosi e complessi e dagli eventuali e significativi
impatti reputazionali.</p>



<p>Le imprese devono pertanto rispettare i diritti umani. A
maggior ragione lo devono fare nel momento attuale, in cui presso le Nazioni
Unite si negozia il testo di un trattato
internazionale (dunque uno strumento vincolante) in tema di diritti umani e
imprese. La più recente bozza del trattato è stata pubblicata nel luglio 2019
dal gruppo di lavoro intergovernativo, che ha condotto 5 round negoziali a
partire dal 2015. Il nuovo strumento internazionale potrebbe facilitare
l’accesso delle vittime alla giustizia, specialmente in cause transnazionali, e
imporre l’obbligo per gli Stati di adottare legislazioni in materia di <em>human rights due diligence</em>, ossia
imporre l’attuazione di processi di prevenzione, monitoraggio e mitigazione
degli impatti sui diritti umani connessi alle attività d’impresa. </p>



<p>Con la presidenza finlandese,
anche l’Unione Europea, prima scettica, ha espresso il proprio favore alla
negoziazione del trattato, purché esso crei un <em>level playing field</em>, ovvero armonizzi, per quanto possibile,
l’approccio della comunità internazionale alla regolamentazione delle attività
transnazionali d’impresa. L’Unione Europea, d’altronde, è già attiva su questo
fronte: non solo ha proceduto all’adozione della direttiva sulla
comunicazione delle informazioni di carattere non finanziario (<em>EU Directive 2014/95</em>, recepita in Italia
con il D. Lgs. 254/2016) e del Regolamento (<em>EU
Regulation 2017/821</em>) che prevede obblighi di <em>due diligence</em> sui diritti umani per le imprese europee che
utilizzino i cosiddetti <em>conflict minerals</em>,
ma recentemente la Commissione, come richiesto a gran
voce dal Parlamento Europeo e sancito chiaramente <em>dall’Agenda for Action on Business and Human Rights</em>, lanciata a
Bruxelles il 2 dicembre, sta considerando varie opzioni per una possibile
iniziativa legislativa di carattere generale a livello europeo in questa
materia.</p>



<p><em>Cosa deve fare pertanto
l’Italia?</em></p>



<p>In quanto membro della comunità internazionale l’Italia, come tutti gli Stati, è già oggi obbligata a proteggere gli individui dalle violazioni dei diritti umani poste in essere da attori privati, incluse le imprese, ossia ha il dovere di agire, mettendo mano al proprio ordinamento giuridico. L’Italia non può dunque limitarsi a rimanere inerte. Più precisamente, le istituzioni possono adottare misure di carattere differente, preventive o repressive, finalizzate a istituire un sistema normativo, amministrativo, giudiziario in grado di proteggere gli individui dalle violazioni compiute da imprese. Secondo chi scrive – come già espresso nella Lettera Aperta sottoposta alle istituzioni, con la firma di più di 50 professionisti e accademici italiani e stranieri, reperibile al sito https://www.mondodem.it/op-ed/lettera-aperta-alle-istituzioni-italiane-in-materia-di-impresa-e-diritti-umani/ – è necessario che venga istituito a carico delle imprese italiane un obbligo di <em>human rights</em> <em>due diligence</em>, ossia un processo che consenta l’efficace monitoraggio, la prevenzione e la mitigazione dei rischi per i diritti umani riconducibili alle attività di impresa. Altri paesi europei, come la Francia, il Regno Unito, i Paesi Bassi, la Germania, la Svizzera, hanno proceduto o stanno procedendo all’adozione di normative corrispondenti e importanti indicazioni in merito provengono dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea. Alla loro stregua, tenendo conto delle peculiarità del nostro sistema giuridico, è pertanto necessario che l’Italia ora agisca.</p>



<p>Di <strong>Angelica Bonfanti, Marta Bordignon, Marco Fasciglione, Chiara Macchi</strong></p>
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		<title>Tra professione e vocazione, oltre la politica della rabbia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Dec 2016 13:27:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
		<category><![CDATA[Referendum]]></category>
		<category><![CDATA[Taskforce]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un anno vissuto pericolosamente. Questo 2016 che si avvicina alla conclusione è stato denso di avvenimenti, molti dei&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un anno vissuto pericolosamente. Questo 2016 che si avvicina alla conclusione è stato denso di avvenimenti, molti dei quali appuntamenti elettorali, che hanno colto di sorpresa, quando non gettato nello sconforto, analisti e commentatori. Molta della sorpresa è stata dovuta al fatto che, di fronte alle grandi domande della contemporaneità, a uscire dalle urne è stata spesso una risposta non corrispondente a quella che in molti ritenevano essere l’opzione più razionale, quella che meglio permetteva di soddisfare il bene comune. L’affermazione del “Leave” nel referendum britannico sulla <strong>Brexit</strong>, la vittoria di <strong>Donald Trump</strong> nelle elezioni presidenziali americane, l’imporsi del “no” nel <strong>referendum costituzionale</strong> in Italia, hanno non solo colto di sorpresa gli osservatori, ma anche dato avvio a periodi di profonda incertezza, aprendo profonde crepe in alcuni pilastri che contribuivano a tenere in ordine il nostro mondo. A completare il quadro, sullo sfondo ma non troppo, la contemporanea avanzata di movimenti ascrivibili all’ampia categoria del <strong>populismo</strong>, sicuramente guidati da abili demagoghi, che hanno saputo intercettare il malcontento di ampie fasce della popolazione e parallelamente attribuirne tutta la responsabilità a precisi gruppi politici o istituzioni: l’<strong>Unione europea</strong> nel caso della Brexit, “l’establishment” e la candidata sua diretta espressione negli Stati Uniti, la squadra di governo in Italia.</p>
<p>Benché ciascuno di questi sommovimenti tellurici sia attribuibile a fattori radicati nei singoli contesti nazionali, sembra esistere una tendenza di fondo che unisce in maniera trasversale quanto accaduto negli appuntamenti elettorali di quest’anno, ma anche quanto rischia di accadere in quelli del 2017 in democrazie liberali considerate solide e mature. È la tendenza, già accennata, da parte di presunti capipopolo a incolpare precisi soggetti politici e/o istituzionali per tutte le grievances, ergendosi al contempo a restauratori di un supposto benessere e vindici di una altrettanto supposta grandezza originaria, tutta contenuta all’interno dei confini nazionali. La diffidenza verso la classe politica, che spesso diviene vero e proprio odio sociale, è una tendenza che chiama in causa l’antico dibattito che ha per oggetto il rapporto tra élites di governo e democrazia.</p>
<p>Platone, ne La Repubblica, affida il governo dello Stato ideale a una classe di re-filosofi (árchontes), gli unici che posseggono le necessarie doti di saggezza e razionalità atte a governare la polis e garantirle il soddisfacimento dei criteri di giustizia perfetta. La classe di governo emerge dunque da una selezione tra i migliori. Se nel pensiero classico la riflessione sui governanti è una riflessione che sfocia nella forma politica dell’aristocrazia (i migliori per nascita) o nel suo concetto degenerato di oligarchia (il governo di pochi, scelti in base al censo), è nel passaggio alla democrazia moderna che la classe di governo diventa espressione della collettività. Non essendo però possibile un governo del popolo vero e proprio, è necessario creare l’artificio della rappresentanza: il popolo delega il potere e la responsabilità di governo a propri rappresentanti. La <strong>classe</strong> <strong>politica</strong> è dunque diseguale e superiore rispetto al popolo, ma questa superiorità e questa disuguaglianza sono meramente funzionali.</p>
<p>Ripercorrendo il dibattito sul rapporto tra élites di governo e democrazia, è impossibile non fare menzione della teoria politica dell’elitismo, che ha negli italiani Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto i suoi padri fondatori. Nella sua formulazione originaria, l’elitismo difficilmente si combina con la teoria democratica classica: nella dicotomia élites-masse la forma di governo democratica difficilmente può esistere perché l’incapacità da parte delle masse di organizzarsi e determinarsi lascia l’incombenza del governo nelle mani dell’élite, consapevole, coesa e cospirante, secondo il criterio delle tre C introdotto da Mosca per identificare la classe politica. È solo con l’evoluzione del pensiero politico elitista verso una forma di “elitismo democratico” che avviene la riconciliazione tra teoria delle élites e democrazia. Aprendo la classe politica al popolo, e dunque a un ricambio e a una circolazione “dal basso all’alto”, è possibile la convivenza virtuosa tra popolo ed élites.</p>
<p>Una convivenza virtuosa che in qualche modo sembra essersi interrotta.</p>
<p>Nella trasformazione del linguaggio che fa eco alla trasformazione della società, quella che la scienza politica definisce “élite” è diventato oggi un referente utilizzato ormai quasi esclusivamente nella sua accezione negativa, come sinonimo di “casta”: un gruppo ristretto di privilegiati trincerati in un fortino costituito da rendite inamovibili. Con buona pace del significato originario di élite, dal latino eligere, scelta dei migliori.</p>
<p>È, la rivolta contro le élite, la rivolta contro i politici di professione. Ma che cos’è la politica come professione? È per forza di cose sinonimo di “casta”?</p>
<p>Nel gennaio 1919 Max Weber tiene una conferenza dal titolo Politik als Beruf, tradotta in italiano come La politica come professione. Per Weber, che si trova a vivere nella Germania protestante di fine ‘800-inizio ‘900, l’utilizzo del termine polisemico Beruf non è casuale: per l’uomo, il raggiungimento della grazia passa attraverso la piena realizzazione del compito che Dio ha dato lui. La professione, intesa come mestiere, è al contempo vocazione, vale a dire il talento che un Dio onnipotente e sovrano ha seminato in ciascuno dei suoi figli. Afferma Weber: “Tre qualità possono dirsi sommamente decisive per l’uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza. Passione nel senso di Sachlichkeit: dedizione appassionata a una “causa” (Sache), al dio o al diavolo che la dirige. […] Essa non crea l’uomo politico se non mettendolo al servizio di una “causa” e quindi facendo della responsabilità, nei confronti appunto di questa causa, la guida determinante dell’azione”. È una definizione nella quale è già implicito il concetto, sempre weberiano, di “etica della responsabilità”: l’invito per il singolo a “coniugare fini, mezzi e conseguenze dell’agire”, in modo da rispondere “alla mancanza di senso, all’irrazionalità etica del mondo”. Afferma ancora Weber: “È certo del tutto esatto, e confermato da ogni esperienza storica, che non si realizzerebbe ciò che è possibile se nel mondo non si aspirasse sempre all’impossibile”.</p>
<p>Nell’idea di politica come professione, dunque, è implicita una dimensione etica e valoriale che scompare del tutto nelle offese odierne verso i “politicanti di professione” (da notare, sempre nell’ottica della trasformazione del linguaggio, la modifica in senso peggiorativo del termine, utilizzando le varianti offerte dalla lingua italiana per togliere valore a un termine neutro come “politico”).</p>
<p>Lo svilimento, quando non il degradamento, della dimensione valoriale è presente anche in un fenomeno parallelo che, insieme alla lotta contro “l’<strong>establishment</strong>”, trova spazio nella odierna retorica populista: la delegittimazione della cultura e del sapere, che non sembrano essere più né requisiti da richiedere ai governanti, né elementi fondamentali del dibattito pubblico. Ma, e ciò è ancora più pericoloso, la delegittimazione di cultura e competenza non è mera rinuncia: è vera e propria rivincita e sdoganamento del loro contrario, l’ignoranza e l’opinionismo.</p>
<p>Una manifestazione di tale fenomeno si è vista nelle invettive contro gli esperti che nelle settimane precedenti al referendum sulla Brexit cercavano di indicare le implicazioni oggettive – negative – della eventuale vittoria del “Leave”. Si vede poi all’opera quotidianamente nella delegittimazione di giornalisti e studiosi, il cui contributo al dibattito pubblico viene avvelenato con insulti e sommerso dal parallelo dilagare di notizie false e volutamente provocatorie, e di alcuni tra gli stessi politici, le cui dichiarazioni su questioni oggettive sono spesso oggetto di commenti e insulti che non vengono rivolti al contenuto della dichiarazione bensì alla persona. Nel caso delle donne, poi, il qualunquismo si sposa con il sessismo, in un velenoso e pericoloso mescolarsi di piani.</p>
<p>Ricollegando questi elementi alle riflessioni sopra accennate sulle élite e sulla qualità dei governanti, è da registrare una tendenza pericolosa per la salute della democrazia: senza entrare nei meandri della cosiddetta post-verità, categoria forse più affascinante che reale, è giusto riflettere sul fatto che non solo siamo in presenza di un numero crescente di persone che non sa distinguere una notizia vera da una falsa, ma è anche in aumento il numero di persone che legittima la mancanza di conoscenza, a tratti la vera e propria ignoranza, nella classe di governo. In altre parole, non si chiede più ai propri governanti di disporre di competenze e conoscenze specifiche e necessarie per lo svolgimento delle loro funzioni: si chiude un occhio, anzi due, di fronte a errori e palesi manifestazioni di ignoranza, mettendo in cima alle priorità non già un sufficiente livello di competenza ma caratteristiche quali onestà, rettitudine e, appunto, capacità di ergersi a capipolo e vendicatori di ingiustizie.</p>
<p>È indubbio che tali caratteristiche siano <em>necessarie</em> all’arte del buon governo, ma è giusto domandarsi se esse siano anche <em>sufficienti</em>: una democrazia si basa sulla possibilità per i cittadini di valutare se l’operato dei loro rappresentanti è rispondente o meno al potere di cui essi sono stati investiti. Ma quando il dibattito pubblico è “drogato” da notizie false, quando un ampio segmento degli elettori non è in grado di distinguere cosa è vero da cosa non lo è, non conosce i più elementari meccanismi del funzionamento del governo (gli inglesi non conoscono l’Ue, gli italiani inveiscono contro “l’ennesimo governo non eletto dal popolo”) che ne è della salute del sistema?</p>
<p>L’anti-politica, nel senso di rifiuto delle élites, cade in questo modo nell’anti-intellettualismo, il rifiuto della cultura: per Isaac Asimov “un tarlo nutrito dall’idea sbagliata che democrazia significhi che la nostra ignoranza valga quanto l’altrui conoscenza”. Il risultato è che se un politico mente, inavvertitamente o deliberatamente, non dà più scandalo. Se qualcuno lo fa notare, viene tacciato di snobismo o di “elitarismo” (un’altra trasformazione in senso dispregiativo di “elitismo”). Da una parte un numero crescente di persone non ha gli strumenti per smascherare la bugia o la falsità delle sue affermazioni, dall’altra, anche una volta poste di fronte allo smascheramento, c’è sempre un buon numero di persone pronte a difenderne la genuinità e a ribadire che non è quello l’importante. Non è mera sfiducia negli esperti, è vera e propria rivincita dell’ignoranza.</p>
<p>In poche parole, quando parte dell’élite abdica al suo ruolo di “migliori” e diventa anzi l’aizzatore di una nuova “mediocrazia”, l’asticella della qualità del sistema nel suo complesso precipita sempre più in basso.</p>
<p>Da dove ripartire? La risposta, per quanto non esaustiva, può sembrare banale: urge insistere sull’istruzione, urge ribadire il valore fondamentale dello studio e della ricerca dell’oggettività a ogni stadio della vita e in ogni professione. Oltre il ciclo delle scuole dell’obbligo, occorre riabilitare il valore dell’indagine, dello studio, del silenzio indagatore, della ricerca di risposte, finanche del dubbio come primo motore, insieme alla “meraviglia”, della conoscenza. Ciò dovrebbe avvenire “dall’alto e dal basso”, tanto nelle scuole, sui giornali,  tra le organizzazioni della società civile quanto nelle sedi istituzionali e governative. Occorre insegnare in primo luogo che le competenze sono fondamentali per esercitare l’arte della “politica di professione”, e che quest’ultima non è un esercizio parassitario bensì un compito nobile. La guerra contro gli slogan si vince solo riabilitando la complessità e ribaltando l’equivalenza per cui cultura è uguale a snobismo e a presunzione di superiorità. Occorre, al contrario, una grande umiltà per riconoscere di non avere tutte le risposte, di non essere in grado di fornire ai cittadini risposte semplici e univoche.</p>
<p>L’alternativa è quella del lasciare che gli eventi facciano il loro corso e sperare nel potere dimostrativo dell’esempio: negli <strong>Stati Uniti</strong> il rifiuto della candidata della competenza, identificata come candidata dell’establishment, ha consegnato il paese nelle mani di un altro tipo di élite, quella che persegue i propri interessi; nel Regno Unito il voto “di pancia” della Brexit condannerà nei prossimi anni il paese a una diminuita quanto immeritata rilevanza; in Italia rischia di andare al potere una nuova “banda degli onesti” che crede, tra le altre cose, che i vaccini siano dannosi per la salute. Quando questo scenario si sarà realizzato, quando il quadro sarà completo, non saranno necessario gli esperti per capire che forse abbiamo sbagliato qualcosa, che competenza non è sinonimo di saccenza, che “politica come professione” non è sinonimo di “casta” bensì di “vocazione”.</p>
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