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	<title>#privacy Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>#privacy Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Il contrasto al Covid-19 non deve infrangere il nostro diritto alla privacy</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Schettini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2020 08:06:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[#privacy]]></category>
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<p class="has-drop-cap">Nell’attuale situazione di emergenza sanitaria da Covid-19 si sta dibattendo molto sul tema <em><strong>“data protection”</strong></em>. In ragione del rischio di diffusione del coronavirus, la raccolta e il trattamento dei dati personali, tramite lo sviluppo di specifiche app <strong><em>“contact tracing”</em></strong>, si rendono necessari per ragioni di accertamento e prevenzione. Ma come conciliare, a livello di Unione Europea, la nuova frontiera tecnologica con la tutela del diritto alla privacy degli individui? </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-cf7e5a0e" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-cf7e5a0e"><span id="le-modalita-di-contenimento-e-la-protezione-del-diritto-alla-privacy">Le modalità di contenimento e la protezione del diritto alla privacy</span></h5>



<p>Le modalità di contenimento adottate in alcuni paesi (Cina e Corea del Sud, ma anche Israele) hanno suscitato ammirazione e allarme. Sebbene tali paesi abbiano dato una prova di efficienza senza precedenti nella lotta alla pandemia, la loro modalità di contrasto al “nemico invisibile” ha portato ad un’ulteriore stretta dei diritti individuali. E così, l’affascinante e  terrificante utilizzo da parte della <strong>Cina</strong> di big data, IoT (Internet of Things), app e social scoring per il controllo sociale ha indignato legislatori occidentali e comitati di esperti in materia di protezione dei dati. Allo stesso tempo, la forza dirompente del Covid-19 sembra aver costretto molti ad auspicare l’adozione di misure analoghe. </p>



<p>A livello di <strong>Unione Europea</strong>, poco dopo lo scoppio dell’emergenza sanitaria, si è cominciato a pensare all’utilizzo di app, social network e dati riguardanti il traffico dei veicoli, adattando il modello orientale a regole e principi propri delle società democratiche. </p>



<p>Ma si può parlare, allo stato attuale, di una sospensione dei meccanismi di protezione dei diritto alla privacy? Le autorità nazionali e sovranazionali hanno cercato di delineare un ambito ben definito, all’interno del quale organizzazioni pubbliche e private possono muoversi anche in deroga alle regole generali in materia di protezione dei dati e privacy. Tuttavia, i garanti per la  protezione dei dati personali dei vari Stati membri hanno adottato posizioni discordanti. Mentre i garanti italiano, francese e lussemburghese hanno assunto un atteggiamento più rigido, paesi come Norvegia, Danimarca, UK e Irlanda hanno preferito soluzioni più  pragmatiche. Per questo motivo <strong>è risultato necessario l’intervento dell’EDPB</strong>, il Comitato europeo per la protezione dei dati,  al fine di coordinare le risposte e lo sviluppo delle app di tracing da parte dei paesi dell’UE.</p>



<p>Il Presidente del Comitato, Andrea Jelinek, aveva già ribadito, alla metà del mese di marzo, <strong>due concetti fondamentali</strong>. Innanzitutto, il <strong>GDPR</strong> è stato concepito come una normativa flessibile che in contesti di emergenza prevede regole eccezionali da applicare ai trattamenti dei dati personali. Nello specifico, il regolamento europeo individua con chiarezza le basi giuridiche per consentire ai datori di lavoro e alle autorità competenti, soprattutto quelle sanitarie, di trattare i dati personali nel contesto di epidemie, anche senza il consenso dell’interessato, allo scopo di tutelare un interesse pubblico o vitale (<em>ex</em> <em>artt. 6 e 9 par. 2 e par. 3 GDPR</em>). Inoltre, le misure eccezionali e le deroghe previste dalla normativa devono sempre e comunque essere armonizzate con i principi generali della normativa privacy.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-cf9a8532" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-cf9a8532"><span id="covid-19-e-privacy-i-cinque-principi-chiave">Covid-19 e privacy: i cinque principi chiave</span></h5>



<p>Ad aprile l’EDPB ha pubblicato le linee guida sulle app per la lotta al Covid-19, un documento che fa parte di un “pacchetto” comune proposto dal commissario europeo per il mercato interno, Thierry Breton, e da quello per la Giustizia, Didier Reynders. L’obiettivo è l’adozione di un approccio europeo sulla base di principi comuni da applicare alle varie app sviluppate a livello nazionale. <strong>Cinque sono i principi chiave che i governi dovranno rispettare</strong>. Innanzitutto il principio di volontarietà, per cui le app di contact tracing non dovranno essere installate coercitivamente: poi, l’affidamento alle sole autorità sanitarie della responsabilità di identificare ciò che costituisce un “evento” da condividere, ossia un effettivo contatto avvenuto con un soggetto positivo o potenzialmente tale; l’archiviazione  dei dati all’interno dei dispositivi degli utenti stessi; la garanzia di anonimato delle persone, per evitare che le app diventino motivo di stigma sociale; infine, la gestione delle informazioni dei pazienti  da personale qualificato che, una volta superata la crisi, avrà cura di smantellare l’intero sistema. Il comitato ha espresso parere unanime sull’utilizzo del Bluetooth, considerato la tecnologia più efficace in quanto, nel totale rispetto della privacy, coglierebbe solamente il momento di avvicinamento tra due cellulari, incontro che potrebbe, verosimilmente, far risalire alla catena dei contagi.  </p>



<p>La <strong>Commissione europea</strong> ha dato il suo consenso alle linee guida, formulando le proprie raccomandazioni. Ferme restando le deroghe al GDPR in caso di emergenza sanitaria, il corpo esecutivo dell’UE, nel suo <em><a rel="noreferrer noopener" aria-label="“Recommendation paper on privacy and data protection for COVID19 mobile warning and prevention applications”, (apre in una nuova scheda)" href="https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/recommendation_on_apps_for_contact_tracing_4.pdf" target="_blank">“Recommendation paper on privacy and data protection for COVID</a><a href="https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/recommendation_on_apps_for_contact_tracing_4.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener" aria-label="“Recommendation paper on privacy and data protection for COVID19 mobile warning and prevention applications”, (apre in una nuova scheda)">&#8211;</a><a rel="noreferrer noopener" aria-label="“Recommendation paper on privacy and data protection for COVID19 mobile warning and prevention applications”, (apre in una nuova scheda)" href="https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/recommendation_on_apps_for_contact_tracing_4.pdf" target="_blank">19 mobile warning and prevention applications”,</a></em> ha proposto lo sviluppo e l’adozione di strumenti condivisi sotto la governance delle autorità sanitarie nazionali in stretto coordinamento con il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. I dati raccolti, trasmessi al <strong>Centro comune di ricerca dell’UE</strong> (JRC), contribuiranno allo sviluppo di comuni modelli di analisi previsionale, allo scopo di migliorare le valutazioni sull’efficacia delle misure di contenimento e, soprattutto, sulla futura evoluzione del rischio di contaminazione. <em>.</em></p>



<p>Per quanto le <a rel="noreferrer noopener" aria-label="emergenze (apre in una nuova scheda)" href="https://www.mondodem.it/regioni/europa/lemergenza-chiama-leuropa-a-scrivere-la-storia/" target="_blank">emergenze</a> possano essere motore di modernizzazione di paesi che, come l’Italia, peccano di una bassa cultura digitale, all’interno di un mercato digitale unico è necessario un impegno coordinato dei paesi membri. È essenziale che gli sforzi dei singoli Stati vengano allineati e resi interoperabili attraverso le frontiere nazionali, e che uno sforzo comune vada nella direzione della costruzione di infrastrutture sicure in grado di difendere e organizzare i dati acquisiti. Il Covid-19 non rispetta i confini nazionali e, sebbene l’uso delle tecnologie sia solo una parte di un sistema integrato del quale i protagonisti saranno inevitabilmente aspetti non tecnologici, anche la regolamentazione in materia dovrà prescindere dai confini nazionali.</p>
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		<title>Cambridge Analytica e Big Data: sono davvero un pericolo per la democrazia?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Apr 2018 15:25:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[#bigdata]]></category>
		<category><![CDATA[#privacy]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Gabriele Suffia Fin dall’inaspettata elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, nell’autunno del 2016, si è cominciato&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Gabriele Suffia </em></p>
<p>Fin dall’inaspettata elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, nell’autunno del 2016, si è cominciato a parlare del mondo digitale e delle sue possibili interferenze con la vita politica di uno Stato e con le sue elezioni. Il principale timore era legato all’attività di imprecisati <em>hacker</em>, meglio se russi, che avrebbero in qualche modo potuto alterare i risultati delle tornate elettorali. La realtà ha dimostrato, finora, che se un’attività di “manipolazione” di vari risultati c’è stata, questa ha l’indirizzo preciso di una sede legale: Cambridge Analytica, 55 New Oxford Street, Londra.</p>
<p>Da più parti si è parlato di questa società, di Facebook e del futuro della democrazia. Anche il Garante per la privacy italiano, Antonello Soro, si è espresso nei termini di “allarme altissimo” e ha sottolineato come la dimensione dei social network, Facebook in particolare, sia tale da “condizionare gli sviluppi dell&#8217;umanità”. Se “questo potenziale è usato per mandare a un numero elevato di utenti una serie di informazioni selettivamente orientate per poi condizionare i singoli comportamenti, questo passaggio cambia la natura delle democrazie nel mondo”.</p>
<p>Davvero è in pericolo la democrazia? E, soprattutto, è in pericolo da oggi?</p>
<p>Gli appelli per un uso consapevole delle tecnologie si susseguono ormai da tempo, per lo più inascoltati, e solo quando un caso mediatico si pone all’attenzione di tutti si invocano provvedimenti e si rilasciano dichiarazioni in merito. Bisogna, innanzitutto, rifuggire l’idea che parlare di digitale sia oggi un argomento per esperti di cyber security, mentre invece è bene che tutti ne sappiano e siano adeguatamente informati a riguardo.</p>
<p>Il mondo digitale porta con sé una serie di pregiudizi e di preconcetti e, ancora oggi, è visto da molti come se si trattasse di pilotare un aereo: il mondo può convivere con il fatto che la stragrande maggioranza delle persone non sappia farlo. Utilizzare il digitale oggi, però, non è più come pilotare un aereo a causa della <em>usability</em>, che ha indirizzato lo sviluppo delle tecnologie informatiche verso l’utilizzo massivo degli utenti. Le tecnologie <em>user-friendly</em> non sono più aerei, ma automobili, e anche senza essere piloti professionisti è ragionevole aspettarsi che tutti coloro che vogliano utilizzare un’automobile abbiano acquisito i rudimenti di base per farne un uso consapevole e sicuro.</p>
<p>Conoscere gli strumenti è la base per utilizzarli, o anche solo per difendersi da essi. Capire l’informatica e le sue interazioni con la sfera pubblica, anche se si tratta solo di una provocazione, deve oggi essere necessario tanto quanto avere una patente di guida.</p>
<p>Con riguardo a Cambridge Analytica, invece, basterà sapere che è una società che si occupa di psicometria e che, con alcune migliaia di “test” somministrati online su Facebook, è riuscita a raccogliere dati (e a elaborare profili) di circa 50 milioni di utenti. Tale risorsa è stata utilizzata per il targeting elettorale mirato durante la campagna per le Presidenziali USA da parte di Donald Trump e il suo entourage (Steve Bannon in primis, direttamente chiamato in causa dalla vicenda)<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>.</p>
<p>Cambridge Analytica è solo una delle tante società di <em>political consulting</em> in giro per il mondo e, pur se l’operazione presenta alcuni profili di dubbia liceità, non è certamente l’unico caso di profilazione per fini commerciali/politici oggi in corso. Quanto detto deve essere, infatti, esteso a tutto l’universo dei Big Data. L’analisi di una grande quantità di dati è, per sua natura, foriera di connessioni e interessanti e gli utilizzi oggi sono molteplici: ad esempio, è possibile mappare la diffusione dell’influenza stagionale molto meglio dalle ricerche su Google che non attraverso la rete dei medici di base, perché è oggi l’algoritmo della Big G il primo “soggetto” ad essere chiamato in causa all’incorrere dei primi sintomi<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Compiendo un passaggio ulteriore, si potrà facilmente ricevere pubblicità mirata per l’acquisto di un nuovo computer quando le statistiche del nostro dispositivo testimonieranno per noi che è giunto il momento di cambiarlo in favore di prodotti più al passo con i tempi.</p>
<p>Oggi applicare il marketing alla politica è diventata prassi costante, ma le sue prime applicazioni risalgono probabilmente agli albori del suffragio universale. Mentre oggi la politica si affanna per rincorrere le “rilevazioni di mercato”, bisognerebbe prendere coscienza del fatto che Facebook, una società privata, ha subito<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a> annunciato grandi cambiamenti<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a> per difendere sé stesso (e, in maniera indiretta, anche la democrazia) attraverso queste linee di azione (qui solo per titoli): 1) Rivedere la piattaforma; 2) Informare le persone sull&#8217;uso improprio dei dati; 3) Disattivare l&#8217;accesso per le app inutilizzate; 4) Limitare i dati di accesso di Facebook; 5) Incoraggiare le persone a gestire le app che utilizzano; 6) Premiare le persone che trovano vulnerabilità.</p>
<p>La politica è pronta, allo stesso modo, a mettere in campo azioni per salvaguardare la democrazia?</p>
<p>Dovremmo trarre dalla “<em>società dei dati”</em> più benefici dei danni che ne potrebbero derivare. Mentre oggi siamo tutti colti di sorpresa da questi danni, e perdiamo tempo ad auspicare che siano gli interessi e le azioni dei privati a salvaguardare la sicurezza e la libertà dei cittadini, la politica sta fornendo ancora scarse proposte per l’utilizzo positivo della tecnologia e dei dati in particolare. Non rientrano in questa categoria le svariate misure di sorveglianza e controllo biometrico adottate da vari Stati, se non nei limiti strettamente necessari per garantire la sicurezza e l’incolumità pubblica, mentre vi potrebbero rientrare le esperienze da più parti descritte come “<em>sensor societies</em>”<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>: sensori per ottimizzare la mobilità, snellire la burocrazia, comprendere fenomeni latenti. Il novero limitato di questi esempi è indicativo delle difficoltà finora incontrata dagli Stati per implementare tali tecnologie.</p>
<p>Nel caso italiano, si potrebbe cominciare dall’educazione (non solo digitale, ma anche civica e democratica) dei cittadini, chiedendosi se davvero possa dirsi matura una società, come quella occidentale, in cui la cultura politica media è influenzabile dal marketing al pari dell’acquisto di un dentifricio<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>. Forse, se si cominciasse a considerare il Ministero dell’Istruzione e della Ricerca non tanto come un’istituzione che si occupa di contratti di lavoro del proprio personale (ad oggi l’attività prevalente, anche con riguardo alla <em>Buona Scuola</em> della scorsa legislatura), ma come davvero il luogo in cui si elaborano le strategie per formare gli alunni cittadini di domani, si potrebbe anche immaginare che i dati siano utilizzati non per dividere le persone, ma per comprendere le loro necessità. Perché, invece di demonizzarli o lasciarli all’utilizzo solo degli avversari politici, non farsi suggerire dai Big Data quali siano i problemi da risolvere e provare ad adottare politiche e strategie pertinenti con questo nobile compito?</p>
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<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Secondo Chris Wylie, la talpa che ha provocato lo scandalo, il programma per la raccolta di dati su Facebook fu avviato da Cambridge Analytica sotto la supervisione di Steve Bannon tre anni prima di diventare lo stratega (ora allontanato) di Donald Trump, con lo scopo di costruire profili dettagliati di milioni di elettori americani su cui testare l&#8217;efficacia di molti di quei messaggi populisti che furono poi alla base della campagna elettorale 2016. Cfr. http://www.ansa.it/sito/notizie/tecnologia/internet_social/2018/03/21/facebook-kogan-io-capro-espiatorio-tutti-sapevano-tutto-_79cab7af-0e0d-4b7e-b1c5-2f1b35e3403b.html (link consultato in data 26/03/2018).</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Cfr. V. Mayer-Schönberger, K. N. Cukier, <em>Big data. </em><em>Una rivoluzione che trasformerà il nostro modo di vivere e già minaccia la nostra libertà</em>, Garzanti Libri, 2013.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> In realtà il termine è controverso, dal momento che Facebook sapeva del problema da tempo. Se, forse, non si sono comprese da subito tutte le implicazioni, di certo non si è stati in grado di intervenire con i correttivi oggi introdotti e, domani, da verificare nel loro risultati.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Cfr. il comunicato ufficiale al link: https://newsroom.fb.com/news/2018/03/cracking-down-on-platform-abuse/ (link consultato in data 26/03/2018).</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Cfr. P. Khanna, <em>La rinascita delle città-Stato</em>, Fazi, 2017.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Il riferimento al dentifricio è preso dal mantra dei dirigenti di Cambridge Analytica, riportato anche in http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/dai-social-alle-urne-il-caso-cambridge-analytica-facebook-19939 (link consultato in data 26/03/2018).</p>
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