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	<title>Rifugiati Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<title>Rifugiati Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Giornata mondiale del rifugiato: perché non duri solo un giorno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Jun 2017 19:01:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[giornata mondiale del rifugiato]]></category>
		<category><![CDATA[Rifugiati]]></category>
		<category><![CDATA[unhcr]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Io non so più niente di te. In che paese ti trovi? Che cosa fai oggi? Che cosa&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_664" aria-describedby="caption-attachment-664" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/06/beirut_home.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium_large wp-image-664" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/06/beirut_home-768x576.jpg" alt="Beirut, agosto 2016. Il disegno sul muro fatto da un bambino siriano al quale era stato chiesto quale fosse il suo desiderio più grande." width="640" height="480" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/06/beirut_home-768x576.jpg 768w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/06/beirut_home-300x225.jpg 300w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/06/beirut_home.jpg 960w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a><figcaption id="caption-attachment-664" class="wp-caption-text">Beirut, agosto 2016. Il disegno sul muro fatto da un bambino siriano al quale era stato chiesto quale fosse il suo desiderio più grande.</figcaption></figure>
<p style="text-align: right;"><em>Io non so più niente di te. </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>In che paese ti trovi? </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Che cosa fai oggi? </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Che cosa senti ora? </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Hai perduto anche tu come me la fede in tutti gli dei e le tradizioni delle tribù?</em></p>
<p style="text-align: right;">(Nizar Qabbani)*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono circa 66 milioni le persone che oggi, nel mondo, vivono come rifugiati, più della popolazione dell&#8217;intera Italia. Ogni giorno, ogni minuto, questo numero cresce di 20 persone. Più della metà sono bambini.</p>
<p>Le cause risiedono principalmente nei conflitti che tormentano aree di mondo che già versano in difficili condizioni socio-politiche: pensiamo alla Siria, all&#8217;Iraq, allo Yemen, ma anche a paesi dell&#8217;Africa subsahariana come Burundi, Repubblica centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Sudan e Sud Sudan.</p>
<p>Oltre all&#8217;esperienza traumatica di dover abbandonare la propria casa, queste persone si trovano spesso ad affrontare difficili problemi di adattamento, per non dire aperte discriminazioni, nei paesi di arrivo.</p>
<p>Per quanto riguarda l’emergenza siriana, la più grave crisi umanitaria del nostro tempo, la maggior parte dei rifugiati è ospitata nei paesi limitrofi: Libano, Giordania e Turchia sono i paesi che più hanno assistito a flussi in entrata della popolazione in fuga dal conflitto. Il piccolo e fragile Libano, con una popolazione di cinque milioni di abitanti di cui un milione sono rifugiati registrati, è il paese che annovera oggi il maggior numero di rifugiati pro-capite.</p>
<p>Ci sono poi i rifugiati “storici”: palestinesi che ormai vivono da ospiti permanenti in situazioni di precarietà esistenziale ormai assoldata e afghani che, dall’inizio del primo grande conflitto che ha riguardato il paese nel 1979, non hanno mai trovato requie.</p>
<p>L’Europa, in questo contesto, è la regione in cui si è assistito alla maggiore sproporzione tra numero di rifugiati in ingresso e emergenza percepita. L’atavica paura del diverso, dell’altro da noi, che fin dalla notte dei tempi anima il cuore dell’uomo, ha trovato nei flussi di popolazione in arrivo una perfetta giustificazione per provare a definire se stessa, in assenza di collanti altrettanto efficaci. In questo hanno giocato un ruolo fortissimo movimenti politici che fregiandosi dell’aggettivo di “sovranisti” pretendono di ergersi a custodi del vero bene di un paese e si arrogano la prerogativa di decidere che tale bene coincida con quello di una supposta popolazione autoctona, come se dallo scambio ancestrale tra popolazioni non siano discesi gli attuali abitanti dei paesi europei, e come se dallo scambio con l’altro da noi non siano mai derivati progresso scientifico e avanzamento sul piano culturale. Ricchezza, in altre parole.</p>
<p>Ciò che più rattrista in questo contesto è che la manipolazione di questo tipo di sentimento ancestrale viene effettuata da questi movimenti al “semplice” scopo di raccogliere facile consenso elettorale; in questo modo però, gettando i semi della paura &#8211; finanche dell’odio &#8211; verso il diverso, si soffia su fuochi pericolosissimi che possono presto divampare in veri e propri incendi, difficile da spegnere e distruttivi per l’intero tessuto sociale.</p>
<p>Ecco perché è importante oggi ribadire che stiamo dalla parte dei rifugiati, di chi cerca rifugio inteso come una soluzione – seppur transitoria – di quieta pacificazione dopo tanto travaglio esistenziale, e stiamo dalla parte di chi, rivestendo ruoli con potere decisionale, ricerca soluzioni politiche inclusive che permettano la piena integrazione di queste persone nei nostri paesi e la ricostruzione dei sistemi socio-politici dei paesi d&#8217;origine, condizione imprescindibile affinché queste persone possano finalmente tornare alla propria casa e dalla propria famiglia. Chi non ha questo potere decisionale, noi che siamo società civile in paesi sempre più preda dell’imbarbarimento, non deve sentirsi impotente, ma vicino a chi è condannato a sentirsi perpetuamente straniero: Homo sum, humani nihil a me alienum puto.</p>
<p>&#8220;Scrivo in una lingua che mi esilia&#8221;, scriveva il poeta siriano-libanese Adunis, poeta dell&#8217;esilio per eccellenza. Quello che possiamo fare dunque è cercare di ascoltare e non rimanere indifferenti davanti a questi nuovi esuli. Il 20 giugno come ciascun altro giorno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*Nizar Qabbani, 1985. Citato in M. Calculli, S. Hamadi (a cura di), Esilio Siriano. Migrazioni e responsabilità politiche, Guerini e Associati, 2016</p>
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		<title>Essere una rifugiata siriana in Libano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Oct 2016 15:57:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Giornata mondiale delle bambine e delle ragazze]]></category>
		<category><![CDATA[Rifugiati]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Irene Tuzi* Le figlie di Hamida, 12 e 14 anni, lavorano la terra vicino ad un campo&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Irene Tuzi*</em></p>
<p>Le figlie di Hamida, 12 e 14 anni, lavorano la terra vicino ad un campo profughi della Valle della Beqaa, dove la famiglia vive da cinque anni. Sono scappate da Aleppo all’inizio della guerra insieme alla madre, dopo che il padre è rimasto ucciso in uno scontro tra le forze del regime e l’esercito libero.</p>
<p>Hamida non riusciva a mantenere la famiglia di 8 figli, pagare l’affitto della tenda, le spese dell’elettricità e dell’acqua e il cibo, così decide di mandarle a lavorare la terra dello <em>shawish </em>che avrebbe assicurato alla famiglia una riduzione delle spese a lui dovute.<a href="https://mondodem.wordpress.com/2016/10/11/essere-una-rifugiata-siriana-in-libano/#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> L’uomo però considerava le due ragazze come mezza persona, pagando loro il compenso di un solo lavoratore. Hamida ha preferito mandare le sue ragazze a lavorare la terra, invece del figlio maggiore, perché le considera più deboli e vulnerabili. “Mio figlio non avrebbe mai potuto sottostare agli ordini dello <em>shawish, </em>le ragazze sono più deboli e più abituate a prendere ordini”, racconta Hamida.</p>
<p>Situazioni come queste sono all’ordine del giorno tra le famiglie siriane rifugiate in Libano, dove le ragazze sono viste come un peso. A causa della mancanza di risorse molte famiglie decidono mandare i propri figli a lavorare perché vengono assunti con più facilità e sebbene sottopagati e impiegati in lavori generici o nell’agricoltura per molte ore al giorno, in molti casi forniscono l’unica fonte di guadagno della famiglia. Le bambine e le ragazze sono spesso impiegate nell’agricoltura perché in questo modo rimangono all’interno dell’area del campo profughi e possono essere controllate più facilmente.</p>
<p>Hamida spiega che il destino delle sue ragazze poteva essere peggiore. Un giorno, racconta, una donna incontrata per caso le promette una vita migliore. Le dice che un uomo libico di sua conoscenza stava cercando moglie e che una delle sue figlie sarebbe stata l’ideale per lui. L’uomo cercava infatti una ragazza sotto i 18 anni, che fosse orfana ed estremamente religiosa, una buona musulmana, insomma. In cambio avrebbe dato alla famiglia della ragazza una casa e qualunque cosa di cui avesse avuto bisogno. Hamida però rifiuta perché sospettosa nei confronti dell’intermediaria e delle condizioni dell’uomo.</p>
<p>Dare in sposa una figlia minorenne è stata spesso considerata una strategia di sopravvivenza di madri e padri siriani rifugiati in Libano, che non riescono a farsi carico della famiglia numerosa. In realtà questa è considerata dalle famiglie più come una maniera per proteggere le giovani che un modo per alleggerirsi dalle spese. <strong>Infatti, molte famiglie ritengono che il dare le proprie figlie in sposa giovanissime significa assicurar loro la protezione dal marito contro stupri o altre violenze. Tuttavia</strong> questi matrimoni sfociano spesso in abusi altrettanto gravi, in violenze domestiche e stupri legalizzati. I matrimoni di giovani siriane adolescenti sono però anche un modo per finanziare le necessità delle famiglie, proprio per questo moltissime ragazzine vengono date in spose non a siriani, ma a uomini giordani o sauditi che si prendono in carico anche il benessere della famiglia delle ragazze. L’UNHCR ha chiamato questo fenomeno <em>survival wedding</em> o matrimonio di sopravvivenza, un’unione in cui la libera scelta delle giovani siriane non è un parametro preso in considerazione.</p>
<p>La storia delle figlie di Hamida è solo una tra le tante. Essere una ragazza siriana rifugiata in Libano significa infatti essere un peso per genitori poveri o per madri sole, nonché vittima di abusi di ogni genere. La scuola non è mai una possibilità contemplata dalle famiglie. Le risorse limitate e le politiche del governo Libanese impediscono ai ragazzi e alle ragazze siriane di frequentare la scuola. Nonostante possano accedervi gratuitamente, spesso i programmi sono molto diversi rispetto a quelli siriani. La lingua d’insegnamento, l’inglese, è spesso un impedimento, ma l’ostacolo più grande è proprio la possibilità di raggiungere la scuola, di pagare la tariffa dell’autobus o del taxi. Inoltre, mandare una figlia adolescente a scuola significa spesso rinunciare all’unica fonte di reddito della famiglia.</p>
<p><a href="https://mondodem.wordpress.com/2016/10/11/essere-una-rifugiata-siriana-in-libano/#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Lo <em>shawish</em> è un siriano, che per anzianità o per scelta della comunità di rifugiati è una sorta di leader del campo profughi. Fa da da mediatore tra i rifugiati e il proprietario terriero libanese, che affitta loro la terra su cui erigere le tende. Lo <em>shawish</em> prende in carico anche il lavoro agricolo e impiega donne o bambini offrendo loro un compenso (circa 4$ per una giornata di lavoro) e/o una riduzione sulle spese di affitto.</p>
<p><em>*Irene Tuzi è ha svolto una ricerca sulle rifugate siriane in libano, presso l’Institute for Migration Studies della Lebanese American University di Beirut e sta attualmente studiando gli effetti della migrazione forzata sulle siriane rifugiate in Libano e Germania</em></p>
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