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	<title>Sanzioni Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Sanzioni Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Dopo la solidarietà, i fatti: applicare il Magnitsky Act per il caso Regeni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Dec 2020 11:33:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Regeni]]></category>
		<category><![CDATA[Sanzioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Italia dovrebbe richiedere al Consiglio europeo l’applicazione del Magnitsky Act nei contro gli egiziani coinvolti nell’omicidio Regeni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2290/">Dopo la solidarietà, i fatti: applicare il Magnitsky Act per il caso Regeni</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>L’Italia dovrebbe richiedere al Consiglio europeo del 25 gennaio l’applicazione del Magnitsky Act nei confronti di un certo numero di attori egiziani coinvolti nell’omicidio Regeni. Sarebbe un’eccellente occasione per lanciare un segnale di fermezza al Cairo, adottando un’iniziativa visibile e concreta. Allo stesso tempo, assumeremmo un ruolo trainante a livello europeo ed otterremmo un più evidente schieramento al nostro fianco dell’intera UE nel contenzioso con l&#8217;Egitto. L’iniziativa andrebbe peraltro a vantaggio della stessa Unione, che ha un interesse strategico a promuovere il rispetto dei diritti umani nel proprio vicinato.</em></p>



<p>Leggi il policy paper: </p>



<div class="wp-block-file"><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/12/Applicare-il-Magnitsky-Act-per-il-caso-Regeni-2.pdf">Applicare-il-Magnitsky-Act-per-il-caso-Regeni-2</a><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/12/Applicare-il-Magnitsky-Act-per-il-caso-Regeni-2.pdf" class="wp-block-file__button" download>Download</a></div>


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		<title>L’Unione Europea pronta a difendere l’accordo con l’Iran, anche da Donald Trump</title>
		<link>https://www.mondodem.it/714/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Bianco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Aug 2017 21:19:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Sanzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Cinzia Bianco Sin dall’inizio del mandato presidenziale di Donald Trump, l’Europa e gli Stati Uniti hanno intrapreso&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/714/">L’Unione Europea pronta a difendere l’accordo con l’Iran, anche da Donald Trump</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Cinzia Bianco</em></p>
<p>Sin dall’inizio del mandato presidenziale di Donald Trump, l’Europa e gli Stati Uniti hanno intrapreso strade sempre più diverse nella gestione del rapporto con l’Iran. Già durante la sua campagna presidenziale, Trump aveva attaccato l’accordo sul nucleare firmato a luglio 2015 tra i cinque membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e l’Iran, con la mediazione dell’Unione Europea.</p>
<p>Considerato tra i primi successi della diplomazia europea, l’accordo corona tentativi di negoziazione che gli Europei hanno guidato almeno sin dall’inizio degli anni 2000, quando l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha scoperto un programma clandestino di arricchimento dell’uranio nella Repubblica Islamica. Il ruolo fondamentale degli europei è sempre stato incoraggiato, tra le altre cose, dal fattore fondamentale dei significativi interessi economico-commerciali ed energetici esistenti tra Europa e Iran.  Proprio quegli interessi erano stati pesantemente danneggiati dal regime sanzionatorio internazionale imposto nel 2009 e, soprattutto, dal suo rinvigorimento nel 2012. Il potenziale rappresentato dalla ripresa delle relazioni dopo-sanzioni è considerato, dunque, estremamente significativo. Per l’Italia, ad esempio, l’Iran rappresenta un mercato interessante sotto diversi aspetti, e già negli ultimi due anni sono stati firmati accordi per un valore di 20 miliardi di euro di joint venture nell’industria pesante, quella automobilistica, energetica, infrastrutturale.</p>
<p>Per andare incontro a questo potenziale, l’Unione Europea è rimasta alla guida degli sforzi per l’implementazione dell’accordo nucleare e il ritiro delle sanzioni, con scambi di visite storiche tra Capi di Stato e funzionari dell’UE, missioni commerciali e un notevole impegno nei singoli paesi europei per stimolare nuove opportunità. Nonostante l’interesse di molte aziende europee, lo sviluppo di una più stretta cooperazione con l’Iran è rimasto limitato da sanzioni statunitensi che rimangono sul sistema missilistico iraniano e dall’esitazione degli istituti finanziari con forti legami negli Stati Uniti, che considerano ancora troppo rischioso assicurare o fornire capitali per fare affari con la Repubblica Islamica. Nonostante ciò, aziende tedesche, francesi e italiane  hanno investito in settori come quello energetico, infrastrutturale e dell’industria pesante. Il consorzio francese che si occupa della produzione di Peugeot e Citroen ha recentemente dichiarato che le proprie vendite sono triplicate in Medio Oriente e in Africa nella prima metà dell’anno grazie alle nuove produzioni in Iran. A giugno il colosso energetico francese Total ha firmato un importante accordo sul gas, del valore di circa 5 miliardi di dollari. Il progetto, che coinvolge anche la compagnia cinese National Petroleum e l’iraniana Petropars, punta a sviluppare i giacimenti meridionali iraniani di gas di South Pars, il tutto concordato con un contratto ventennale. Si tratta del primo grande contratto energetico tra l’Iran e una compagnia energetica europea che, per quanto deludente rispetto alle aspettative del 2015, rappresenta un passo importante che ribadisce come l’Europa stia andando in una direzione opposta rispetto agli Stati Uniti sul dossier Iran.</p>
<p>Nel circolo della Casa Bianca, l’accordo negoziato dall’ex Presidente Barack Obama è sempre più giudicato come una dimostrazione di debolezza nei confronti di un paese considerato una minaccia per gli interessi americani e la stabilità regionale. Influenti membri dell’attuale amministrazione USA spingono per sanzioni più dure contro Teheran, e, ogni 90 giorni, quando l’amministrazione deve fare una verifica sul rispetto dell’accordo nucleare da parte iraniana, fanno trapelare la loro contrarietà. Fonti statunitensi hanno confermato che l’intenzione di indebolire l’accordo sia condivisa nei circoli intorno a Trump e che entro ottobre l’amministrazione rilascerà gli esiti di una sue ri-valutazione dello stesso. Lo stesso Presidente ha inoltre costruito stretti rapporti di alleanza con le monarchie arabe del Golfo e, soprattutto, con l’Arabia Saudita, competitor geopolitico dell’Iran.</p>
<p>Insomma la distanza non potrebbe essere maggiore tra le due sponde dell’Atlantico. Gli Europei hanno intrapreso il sentiero della riconciliazione, mentre gli Stati Uniti prevedono una politica di isolamento e contenimento. Inoltre, sembra che gli Europei siano intenzionati ad andare avanti nonostante i dubbi dell’amministrazione USA. Pur mantenendo una posizione di compromesso e tentando di trattenere gli Stati Uniti sulle stesse posizioni, gli Europei puntano anche a dimostrare che in presenza di un’opposizione USA considerata irragionevole, saranno costretti ad andare avanti in opposizione a Washington. Notevole è stato ad esempio che, nell’arco di una settimana, l’ultima di luglio, gli Stati Uniti abbiano approvato nuove sanzioni contro l’Iran, spingendo il governo iraniano ad accusarli di aver violato l’accordo sul nucleare, e l’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Europea, Federica Mogherini, ha annunciato che sarà presente alla cerimonia di insediamento di Hassan Rouhani.</p>
<p>Anche Russia e Cina  hanno, in questi due anni, rafforzato la loro cooperazione, già importante con l’Iran: mentre la Russia è saldamente nel campo iraniano in Siria, la Cina è interessata all’Iran sia come fonte energetica che come snodo strategico nei suoi progetti commerciali di una nuova ‘Via della Seta’. In caso la Casa Bianca decida di spingere per una rinegoziazione dell’accordo o per inserire nuove sanzioni internazionali, insomma, si troverebbe importanti difficoltà a coinvolgere gli altri firmatari.</p>
<p>Tra i punti più interessanti dell’approccio europeo all’Iran è che l’attuale leadership dell’Unione Europea ha più volte dichiarato apertamente che vede Teheran non solo come un partner economico, ma anche, potenzialmente, come un partner politico che potrebbe contribuire alla stabilità del Medio Oriente. L’idea, espressa anche dall’ex Presidente Obama pubblicamente, è contribuire all’emergere di un equilibrio di potenza in Medio Oriente in cui i leader regionali mantengano sfere di influenza senza che questo sfoci in guerre per procura. Un’idea dal grande potenziale, che poteva essere spinta dal momentum dell’accordo, tra il 2013 e il 2015, e che però si è trasformata piuttosto in un’utopia con l’emergere di leader globali e regionali fortemente e ideologicamente anti-iraniani.</p>
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		<title>Nuove sanzioni Usa contro Russia, Iran, Corea del Nord: cui prodest?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/711/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Aug 2017 21:12:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Corea del Nord]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Sanzioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Carolina de Stefano e Annalisa Perteghella Introduzione Lo scorso 27 luglio il Congresso americano ha approvato alla&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Di<em> Carolina de Stefano e Annalisa Perteghella</em></p>
<p><strong>Introduzione</strong></p>
<p>Lo scorso 27 luglio il Congresso americano ha approvato alla quasi unanimità (419 contro 3 alla Camera, 48 contro 2 al Senato) una legge intitolata ‘<em>Countering America&#8217;s Adversaries through Sanctions Act</em>’<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> che sanziona allo stesso tempo, con misure diverse, la Russia, l’Iran e la Corea del Nord. Il 2 agosto il Presidente Trump ha apposto la sua firma, accompagnando però la sua approvazione formale con due distinte dichiarazioni in cui sottolinea l’incostituzionalità di numerosi articoli del testo, il suo disappunto per alcune misure e la sua speranza che la legge non mini le relazioni con l’Unione Europea.<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a></p>
<p>Tale posizione ambivalente non sorprende, perché è la manifestazione della lacerazione inter- e intra-partitica americana attuale e, in particolare, del feroce conflitto in corso tra il Congresso e il Presidente americano. Se da un lato è importante che le Camere portino avanti riforme legislative grazie a un accordo Democratici-Repubblicani e che, così facendo, riescano a ridurre le incertezze e l’imprevedibilità delle iniziative personali di Donald Trump, la riconfigurazione dello spettro politico americano in senso bipartisan introduce però alcuni elementi di preoccupazione. Le ultime sanzioni approvate ne sono un chiaro esempio, in quanto non avranno altro effetto se non quello di peggiorare ulteriormente le relazioni degli Stati Uniti tanto con la Russia quanto con l’Iran, per diverse ragioni.</p>
<p>Alcune sono di carattere generale, e riguardano le condizioni necessarie affinché le sanzioni in quanto strumento di pressione di un paese su un altro siano efficaci; altre, specifiche, sono dovute invece a come gli Stati Uniti mostrano di voler gestire oggi i dossier russo e iraniano.</p>
<p><strong>Le sanzioni: uno strumento utile, ma solo a certe condizioni </strong></p>
<p>In sé, le sanzioni economiche non sono uno strumento inefficace: dipende da caso a caso, e dal contesto.</p>
<p>Quello che è certo, però, è che la sanzioni funzionano solo a certe condizioni. La loro naturale, principale ragion d’essere è quella di esercitare pressione su un paese al fine di ottenere qualcosa in cambio, il più delle volte un passo indietro rispetto a iniziative ritenute inaccettabili dal paese che le impone. È il caso delle sanzioni europee e americane in risposta all’annessione unilaterale russa della Crimea nel 2014, o delle sanzioni congiunte applicate soprattutto nei tardi anni 2000 in risposta allo sviluppo del programma nucleare di Teheran.</p>
<p>Come viene ricordato in questo editoriale del New York Times<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>, numerosi studi mostrano che le sanzioni hanno funzionato nei casi in cui sono state indirizzate contro paesi non particolarmente potenti (“not terribly powerful”), dipendenti economicamente dal paese autore della misura, e quando esse siano state finalizzate a una riparazione concreta, come nel caso della sospensione degli aiuti americani alla Guinea-Bissau per costringere il Presidente a indire nuove elezioni. Al contrario, non hanno praticamente mai portato a modificare la posizione di Stati di medio-grande potenza e in assenza di una finalità precisa e ben delimitata.</p>
<p>Tuttavia, anche quando non riescono a indurre a una revisione di determinate iniziative del paese colpito, le sanzioni possono comunque svolgere un ruolo importante, tanto a livello nazionale che internazionale. Innanzitutto esse mandano un chiaro messaggio, di carattere nazionalista, alla propria popolazione: “non resteremo inermi di fronte a aperte provocazioni o atti che minacciano la sicurezza del nostro paese”. Soprattutto, e più in generale, le sanzioni servono a stabilire, nella pratica come nell’immaginario collettivo, quali siano i confini da non superare nelle relazioni tra due paesi e per potere essere considerati legittimi membri della comunità internazionale. Questo effetto lo si ottiene in particolare quando sono il risultato di una decisione non unilaterale, bensì multilaterale e coordinata.</p>
<p>Pur nella mancanza di risultati visibili, cioè, la portata simbolica delle sanzioni può essere molto rilevante, ma è proprio questa loro funzione “morale” a renderle uno strumento delicato: non può essere usato indiscriminatamente e deve rientrare in una strategia coerente di politica estera.</p>
<p>In caso contrario &#8211; in assenza di un obiettivo chiaro e di una visione complessiva delle relazioni con un altro paese &#8211; in effetti, le sanzioni perdono ogni credibilità e, quel che è peggio, finiscono per avere esclusivamente effetti negativi. Non solo non risolvono la questione, ma rischiano di alienare la popolazione del paese colpito, in due maniere: perché riducono le relazioni, i contatti, gli scambi con quel paese, ma anche perché diventano un facile espediente utilizzato dai loro leader – generalmente autoritari – per giustificare la chiusura a influenze occidentali e l’assenza di un sistema democratico.</p>
<p>Le ultime sanzioni americane nel confronti della Russia e dell’Iran mancano tanto di coerenza e di credibilità morale, quanto di efficacia. Un primo segnale inequivocabile è il fatto che il Congresso abbia approvato un’unica legge per tre potenze estremamente diverse tra loro e con cui gli Stati Uniti intrattengono, di conseguenza, relazioni differenti.</p>
<p>Di seguito, considerata la rilevanza di questi paesi per l’Italia, si prenderanno in esame il caso russo e quello iraniano.</p>
<p><strong>Il caso della Russia</strong></p>
<p>Nel caso russo, l’ultimo pacchetto di sanzioni manca di credibilità innanzitutto perché l’obiettivo preponderante è di politica interna. Lontana dall’essere espressione di una politica estera coerente, la nuova legge è la manifestazione dell’attuale caos all’interno dell’amministrazione presidenziale e del partito dei Repubblicani. È, soprattutto, il risultato del dibattito sulle interferenze russe in campagna elettorale e sulla presunta collusione di Trump con il Cremlino che ha intossicato la politica americana degli ultimi nove mesi.</p>
<p>L’introduzione delle nuove sanzioni è giustificata sulla base di un report della CIA del gennaio 2017 che afferma che “il Presidente Putin ha ordinato una campagna di influenza nel 2016 indirizzata alle elezioni presidenziali americane”.<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a> Al di là delle probabili interferenze russe, del <em>Russiagate</em> (le cui indagini sono ancora in corso) e dello specifico merito del report (criticato da molti per l’assenza di prove<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>, almeno nella versione resa pubblica), è evidente dal testo della legge che queste sanzioni, più che essere un’iniziativa direttamente rivolta alla Russia, rappresentano una manovra del Congresso per impedire che Trump, quando si tratta delle relazioni con Mosca, possa agire in maniera indipendente.</p>
<p>La sezione della legge dedicata alla Russia – contrariamente ai casi nello stesso testo relativi a Iran e Corea del Nord – introduce una procedura inedita ed estremamente complessa che impedisce al Presidente di sollevare le sanzioni senza passare dal Congresso, e che lo obbliga inoltre a dichiarare alle due Camere, per ogni decisione rilevante riguardante i rapporti con la Russia, se è sua intenzione “modificare sostanzialmente (<em>significantly alter</em>) la politica estera americana nei confronti della Russia o meno”.<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a></p>
<p>Se già la decisione di approvare le nuove misure tramite legge priva le sanzioni di quella flessibilità che le renderebbero utili e funzionali a possibili negoziati bilaterali, il nuovo sistema di controllo del Congresso cerca di impedire sul lungo periodo l’apertura di qualunque finestra di dialogo tra Stati Uniti e Russia, e segnala così tanto una preoccupante incapacità di controllare il Presidente in altro modo, quanto una pericolosa assenza di dibattito e di visione di lungo termine nelle relazioni con la Russia.</p>
<p>Un ulteriore motivo per cui le ultime sanzioni contro la Russia sono meno credibili di quelle approvate di comune accordo con l’UE in precedenza, poi, risiede nella loro sostanza. Ad alcune tra le misure approvate, in effetti, il Congresso mostra di dare un’applicazione extraterritoriale, dichiarando che verranno sanzionate non solo imprese americane, ma anche importanti aziende energetiche europee coinvolte in progetti congiunti con i russi, tra cui Nordstream 2. Sebbene quest’ultima previsione, per entrare in vigore, necessiti di una decisione presidenziale volontaria e successiva, molti osservatori e politici europei hanno criticato duramente la nuova legge, sostenendo che si tratta di un’evidente e malcelata volontà americana di portare avanti interessi economici nazionali – in particolare la ricerca di nuovi mercati per esportare il gas – a discapito di nazioni europee, tra tutte la Germania.<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a></p>
<p>Dal punto di vista dell’efficacia, il primo motivo per cui queste ultime sanzioni sono molto più dannose che utili è l’assenza di coordinamento con i partner europei, criticata ufficialmente dalla Commissione Europea.<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a> Il problema fondamentale è che esse si inseriscono in un sistema già esistente, e complesso, di misure restrittive nei confronti della Russia approvate e riconfermate più volte in maniera concordata da USA e UE a partire dal 2014. Ad oggi le sanzioni mostravano una loro coerenza e valenza, anche simbolica, perché erano finalizzate a obiettivi ben precisi (restituzione della Crimea all’Ucraina e implementazione degli accordi di Minsk) e perché segnalavano alla Russia una forte, e intransigente, unità transatlantica e all’interno dell’UE nei confronti di violazioni del diritto internazionale ritenute inaccettabili.</p>
<p>L’aggiunta a questa lista delle nuove sanzioni americane ha così indebolito la posizione negoziale della comunità internazionale di fronte alla Russia, perché ha creato divisioni tra i paesi europei – in particolare tra Francia e Germania da un lato, Polonia dall’altro<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a> – e perché ha segnalato che, anche per ragioni legate a dinamiche interne e all’incognita Trump, l’obiettivo americano al momento non è la sicurezza europea, bensì l’inasprimento di uno scontro bilaterale con la Russia.</p>
<p>Se si considera che il Presidente Putin ad oggi non ha mai cambiato posizione in risposta alle sanzioni, ma ha esclusivamente replicato con controsanzioni, è impossibile pensare che le nuove misure, così come sono e per come sono state presentate, porteranno a qualcosa di buono o di costruttivo. Come noto, la risposta del Cremlino è già arrivata, e consiste nel chiedere che il personale diplomatico americano presente in Russia venga ridotto in maniera da raggiungere lo stesso numero del personale russo negli Stati Uniti.<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a></p>
<p>Per concludere, come scrive il giornalista Leonid Bershidsky, le sanzioni “sono un altro regalo per Putin”.<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a> Soprattutto in vista delle elezioni presidenziali russe del 2018, esse possono infatti essere molto facilmente strumentalizzate, e offrono così al Presidente un insperato, ed efficace, tema da giocarsi in campagna elettorale in assenza di un’agenda di riforme da proporre alla popolazione. L’argomento suonerà così: “come mostrano queste misure osteggiate perfino dai principali paesi europei, la politica americana quando si tratta della Russia, è irrazionale, emotiva, russofoba, e ciò a prescindere da ciò che Mosca possa fare o non fare, indipendentemente dal Donbass o dalla Crimea. Per questo, non solo gli Stati Uniti non sono un modello da imitare, ma ogni segnale di apertura nei loro confronti e di democratizzazione potrebbe trasformarsi in una minaccia concreta al nostro paese”.</p>
<p><strong>Il caso dell’Iran</strong></p>
<p>Anche nel caso del nuovo pacchetto di sanzioni contro l’Iran, rivolte in particolar modo contro il suo programma di sviluppo missilistico, vi è un problema di credibilità e un problema di inefficacia, ai quali si somma un problema di mancanza di visione e conoscenza delle dinamiche politiche interne del paese, che fa sì che si ignorino i reali effetti che le nuove sanzioni potrebbero scatenare.</p>
<p>Partendo dal problema della credibilità, anche in questo caso è da segnalare da una parte un conflitto interno all’Amministrazione Usa, con il presidente Trump che sembra cedere alle sirene dei <em>neocon</em> e dei falchi che da tempo invocano il <em>regime change</em> a Teheran; e dall’altra l’ossessione del presidente Trump per il rovesciamento dell’eredità obamiana. In riferimento all’Iran, oltre a una certa aggressività retorica, l’ostilità di Trump si configura per il momento nell’affidamento di un mandato esplorativo ai propri collaboratori affinché cerchino – e trovino – un modo per distruggere l’accordo sul nucleare faticosamente raggiunto nel luglio 2015, senza che però le colpe ricadano sugli Usa stessi.</p>
<p>Ciò si collega al problema della inefficacia: se da una parte è vero che è stato il profondo e complesso impianto sanzionatorio vigente nei confronti dell’Iran a portare il paese al tavolo negoziale, è altresì vero che tale decisione da parte della Guida Suprema Khamenei è stata presa in seguito all’inasprimento delle sanzioni che ha visto protagonista anche l’Unione Europea, e in particolar modo in seguito all’embargo sul petrolio in vigore dal luglio 2012.</p>
<p>Prima che il dossier nucleare iraniano catturasse il centro dell’attenzione erano già in vigore sanzioni da parte di Usa, Ue e Onu che miravano a colpire Teheran per le sue attività di “sostegno al terrorismo internazionale” e per il suo scarso record di rispetto dei diritti umani.  Tuttavia, il regime iraniano ha dimostrato negli anni una profonda resilienza, dando anzi modo a un vero e proprio settore economico parallelo di svilupparsi e proliferare, lucrando proprio sul “mercato nero”. Prova ne è che il regime e il cosiddetto “stato profondo” – <em>pasdaran</em>, settore giudiziario, fondazioni caritatevoli che gestiscono i soldi dell’elemosina islamica – gode tutt’oggi di ottima salute, Lo stesso non si può dire della popolazione iraniana, per cui – scegliendo un solo esempio tra molti<a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a> – è diventato difficile anche solo procurarsi delle medicine che non fossero quelle del mercato nero, con gravi effetti sulla salute, soprattutto tra le fasce più deboli.</p>
<p>Le nuove sanzioni contenute nel decreto Usa non colpiscono direttamente la popolazione civile, ma lo fanno indirettamente: aumentando il clima di incertezza e di conseguenza scoraggiando investitori internazionali e imprese dall’intraprendere rapporti economici e commerciali con l’Iran, contribuiscono al mantenimento del suo isolamento. Si è già visto come in questi due anni dalla firma dell’accordo che ha portato alla sospensione delle sanzioni relative al programma nucleare, le ricadute economiche sulla popolazione non siano state pari alle attese. Ciò di cui ci sarebbe bisogno in questo momento – e del resto ciò che l’ex Segretario di Stato John Kerry aveva provato a fare negli ultimi mesi del suo mandato – è un’azione di rassicurazione delle imprese, non certo il varo di misure che vanno nella direzione opposta.</p>
<p>Venendo ora alla questione della dannosità: le misure prese dall’Amministrazione Trump lasciano presagire che – come ha affermato il diplomatico americano William J. Burns, che ha contribuito a negoziare il JCPOA – gli Usa stiano cercando di affossare l’accordo poco a poco: “a death by a thousand cuts”<a href="#_ftn13" name="_ftnref13">[13]</a>. Con il varo di un nuovo pacchetto sanzionatorio che l’Iran ritiene essere contrario allo spirito del JCPOA (tanto da minacciare di convocare una riunione della Joint Task Force incaricata di vigilare sull’accordo e dirimere le eventuali controversie), gli Usa sperano di provocare in Teheran una reazione “di pancia” che la vedrebbe riavviare le attività di arricchimento dell’uranio sospese dal JCPOA in risposta alle minacce statunitensi. In altre parole, i falchi americani scommettono sui falchi iraniani, i quali hanno sempre espresso diffidenza nei confronti degli Stati Uniti e dello stesso presidente Rouhani e del suo ministro degli esteri Zarif, che sarebbero “venuti a patti col diavolo” svendendo il glorioso programma di sviluppo nucleare in cambio di un sollevamento delle sanzioni che nella realtà non ha portato i benefici attesi.</p>
<p>Una politica che si configura come l’esatto contrario di quella attuata da Obama, e che si caratterizza per una decisiva miopia, dettata da una scarsa conoscenza del paese e dall’offuscamento ideologico con cui i <em>neocon</em> tradizionalmente guardano all’Iran. Impostando una politica aggressiva nei confronti di Teheran, l’effetto che si può ottenere è solamente quello di scatenare una maggiore aggressività. L’Iran, contrariamente a quanto sedicenti analisti vorrebbero far credere, non è un paese irrazionale, suicida o ideologico. Il principio della sopravvivenza del sistema (<em>maslahat</em>) è ciò che guida le azioni del regime ed è stato ciò che ha portato alla creazione di un consenso tra le fazioni affinché venisse raggiunto un accordo sul nucleare. Se però si mette in atto un comportamento aggressivo, ignorando che uno dei fondamenti della sua politica estera è il profondo senso di “solitudine strategica” che lo attanaglia fin dai tempi della guerra Iran-Iraq del 1980-1988, si aumenta a livello esponenziale il livello di percezione della minaccia, portando il paese a mobilitare la propria “difesa avanzata”, vale a dire i gruppi quali Hezbollah e gli altri <em>proxies</em> dislocati nella regione, contro obiettivi statunitensi.</p>
<p>In definitiva, può non piacere il fatto che l’Iran a partire dal 2003 abbia notevolmente esteso la sua influenza nella regione, e che si prepari a raccogliere le spoglie del conflitto siriano così come a mantenere una forte influenza sull’Iraq post-Isis, ma tutto questo non significa che si tratti di un attore con il quale non si debba dialogare. Anzi, proprio in considerazione del suo ruolo fondamentale nell’arco di crisi regionale, mantenere aperto il canale di dialogo ed evitare irrigidimenti e comportamenti provocatori è quanto mai fondamentale.</p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p>Il recente pacchetto di sanzioni nei confronti di Russia, Iran e Corea del Nord è estremamente rivelatore della radicalizzazione della politica americana a seguito dell’elezione di Donald Trump e, in particolare, dell’assenza al momento di una visione coerente di politica estera. Al contrario, l’Amministrazione è segnata da un profondo caos istituzionale interno, che ne mina la credibilità sul piano esterno.</p>
<p>In ossequio al principio dell’“America First”, insieme ai chiari interessi economici incorporati nelle ultime sanzioni, torna in auge, poi, una certa demonizzazione delle altre potenze – nucleari e non – esistenti sullo scacchiere internazionale, che non è però accompagnata da una strategia di lungo termine per relazionarsi con esse.</p>
<p>Nel caso russo, la cosa più grave è che le nuove sanzioni, oltre a acuire le tensioni con Mosca, indeboliscono l’efficacia di quelle già in vigore e finalizzate al rispetto degli accordi di Minsk, perché mostrano una volontà di sanzionare per punire e non per negoziare e, così facendo, dividono l’unità transatlantica e anche l’unità infraeuroepea sul tema. Il risultato è un notevole indebolimento della posizione comune di opposizione alle iniziative russe e del processo di pace <em>tout court.</em></p>
<p>Nel caso iraniano, esse rischiano di far naufragare l’accordo sul nucleare faticosamente raggiunto grazie a uno sforzo multilaterale nel luglio 2015. Un accordo che, come certificato periodicamente dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), sta funzionando. L’eventuale naufragio dell’accordo avrebbe effetti pericolosi tanto sul piano interno quanto su quello internazionale. Dal punto di vista domestico, il fallimento dell’accordo verrebbe facilmente dipinto dagli ultra-radicali come il fallimento del presidente Rouhani, con l’elevata probabilità che le redini del paese tornino – tra quattro anni, alle prossime elezioni – nelle mani delle fazioni ultraradicali. Sul breve periodo, invece, il naufragio dell’accordo potrebbe mettere in seria difficoltà il processo di dialogo recentemente riapertosi tra Iran e Unione europea, così come provocherebbe una ripresa delle attività nucleari da parte di Teheran, con un conseguente aumento dell’insicurezza percepita nella regione.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> <em>H.R.3364 &#8211; Countering America&#8217;s Adversaries Through Sanctions Act</em>, Congress.gov <a href="https://www.congress.gov/bill/115th-congress/house-bill/3364">https://www.congress.gov/bill/115th-congress/house-bill/3364</a></p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Per i testi integrali delle due dichiarazioni: <a href="https://www.whitehouse.gov/the-press-office/2017/08/02/statement-president-donald-j-trump-signing-countering-americas">https://www.whitehouse.gov/the-press-office/2017/08/02/statement-president-donald-j-trump-signing-countering-americas</a>; <a href="https://www.whitehouse.gov/the-press-office/2017/08/02/statement-president-donald-j-trump-signing-hr-3364">https://www.whitehouse.gov/the-press-office/2017/08/02/statement-president-donald-j-trump-signing-hr-3364</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> E. Porter, <em>To Punish Putin, Economic Sanctions Are Unlikely to Do the Trick</em>, The New York Times, 25 July 2017, <a href="https://www.nytimes.com/2017/07/25/business/economy/economic-sanctions-russia-congress.html?smid=tw-share">https://www.nytimes.com/2017/07/25/business/economy/economic-sanctions-russia-congress.html?smid=tw-share</a></p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Sec. 211, c. 6 della legge. Per il testo integrale del report: https://www.dni.gov/files/documents/ICA_2017_01.pdf</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a>D. Klion, <em>No bombshell: the intelligence report on Russia and the election was ineffective</em>, The Guardian, 9 January 2017, <a href="https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/jan/09/no-bombshell-intelligence-report-russia-us-election-was-ineffective">https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/jan/09/no-bombshell-intelligence-report-russia-us-election-was-ineffective</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Sec. 216, c. 3.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> E. Mazneva, P. Donahue, A. Shiryaevskaya, <em>Germany, Austria Tell U.S. Not to Interfere in EU Energy</em>, Bloomberg, 15 giugno 2017, <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-06-15/u-s-toughens-stance-on-russian-gas-as-engie-defends-new-pipe">https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-06-15/u-s-toughens-stance-on-russian-gas-as-engie-defends-new-pipe</a>; <em>Germany urges EU countermeasures against U.S. over Russia sanctions</em>, Reuters, 31 luglio 2017, <a href="https://www.reuters.com/article/us-usa-trump-russia-germany-idUSKBN1AG0SJ">https://www.reuters.com/article/us-usa-trump-russia-germany-idUSKBN1AG0SJ</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> J. Brunsden, C. Weaver, <em>EU ready to retaliate against US sanctions on Russia</em>, Financial Times, 23 luglio 2017,  <a href="https://www.ft.com/content/211de800-6fbc-11e7-aca6-c6bd07df1a3c">https://www.ft.com/content/211de800-6fbc-11e7-aca6-c6bd07df1a3c</a></p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> S. Erlanger, N. MacFarquhar, <em>E.U. Is Uneasy, and Divided, About U.S. Sanctions on Russia</em>, The New York Times, 25 luglio 2017, <a href="https://www.nytimes.com/2017/07/25/world/europe/eu-uneasy-about-impact-of-new-us-sanctions-on-russia.html">https://www.nytimes.com/2017/07/25/world/europe/eu-uneasy-about-impact-of-new-us-sanctions-on-russia.html</a></p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10"><em><strong>[10]</strong></em></a><em> La vendetta va servita fredda. Putin espelle 775 diplomatici americani</em>, Il Foglio, 31 luglio 2017, <a href="http://www.ilfoglio.it/esteri/2017/07/31/news/la-vendetta-va-servita-fredda-putin-espelle-775-diplomatici-americani-146952/">http://www.ilfoglio.it/esteri/2017/07/31/news/la-vendetta-va-servita-fredda-putin-espelle-775-diplomatici-americani-146952/</a>; <a href="https://republic.ru/posts/85470">https://republic.ru/posts/85470</a></p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> L. Bershidsky, <em>U.S. Sanctions Are Another Gift to Putin</em>, Bloomberg, 31 luglio 2017, <a href="https://www.bloomberg.com/view/articles/2017-07-31/u-s-sanctions-are-another-gift-to-putin">https://www.bloomberg.com/view/articles/2017-07-31/u-s-sanctions-are-another-gift-to-putin</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> N. Bajoghli, <em>When I ran out of birth control in Iran</em>, HuffPost, 29 luglio 2013, <a href="http://www.huffingtonpost.com/narges-bajoghli/when-i-ran-out-of-birth-control_b_3671688.html">http://www.huffingtonpost.com/narges-bajoghli/when-i-ran-out-of-birth-control_b_3671688.html</a></p>
<p><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a>L. Nasseri, <em>The Iran Nuclear Deal Faces ‘Death by a Thousand Cuts’</em>, Bloomberg, 29 giugno 2017, <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-06-28/after-surviving-trump-day-one-iran-deal-risks-a-lingering-death">https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-06-28/after-surviving-trump-day-one-iran-deal-risks-a-lingering-death</a></p>
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		<title>Evitare le sanzioni alla Russia ha indebolito l’Europa, e non salverà la Siria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cecilia Tosi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Nov 2016 15:13:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Sanzioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Non sono solo parole, quelle di Matteo Renzi. Ci vuole coraggio per fare una dichiarazione del genere. Ed&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>«Non sono solo parole, quelle di Matteo Renzi. Ci vuole coraggio per fare una dichiarazione del genere. Ed è una prova che Italia e Russia mantengono una relazione molto forte anche in tempi di crisi». L’amministratore di Finmeccanica Mauro Moretti è orgoglioso del proprio premier, che ha imposto il veto sulle sanzioni che Regno Unito Francia e Germania volevano imporre a Mosca per i bombardamenti di Aleppo. Moretti ne ha parlato il 21 ottobre al quinto forum eurasiatico di Verona, organizzato ogni anno da Intesa San Paolo e Gazprombank per far incontrare il gotha dell’industria e della finanza di Italia e Russia. E mentre a Verona si stipulavano « molti accordi di collaborazione», Renzi era di ritorno da Bruxelles e dichiarava: «Dobbiamo fare di tutto per la pace in Siria, ma è difficile immaginare di riuscirci imponendo nuove sanzioni alla Russia». Tradotto: mettiamo da parte le condanne morali, per raggiungere un obiettivo superiore. D’altronde il premier è di Firenze come Guicciardini,  teorico del “fine che giustifica i mezzi”. Secondo Renzi, dunque, applicare nuove sanzioni sarebbe controproducente. Bisogna anzi essere il più neutrali possibile per aiutare l’Onu a portare tutte le parti a un tavolo e convincerle a porre fine a una guerra lunga sei anni. Sarà vero?</p>
<p>Al momento è difficile immaginare che saranno i Paesi europei a decidere le sorti della Siria. Innanzitutto bisognerebbe che il Cremlino cambiasse strategia sulla base di una posizione presa da Bruxelles. Cosa improbabile, visto che, oltretutto, Bruxelles non ha ancora una posizione. E poi dovremmo ignorare che i russi hanno da tempo spostato la sfida su un piano globale, riservando lo status di interlocutori alle sole grandi potenze, in particolare gli Usa.</p>
<p>In primis, dunque, c’è la mancanza di coesione da parte dei Paesi Ue, come dimostrato da quest’ultima riunione del Consiglio europeo. I governi dell’Unione hanno visioni diverse e ci tengono a mostrarle all’esterno.</p>
<p>Polonia e Regno Unito, i migliori alleati degli Usa, hanno avanzato la proposta di imporre nuove sanzioni. La Germania, fino a quest’estate, non ne voleva sentire parlare, anzi. Cercava la strada per allentare quelle imposte alla Russia per la guerra in Ucraina. Ma con l’inasprirsi della contrapposizione tra Mosca e Washington in Siria, si è convinta che bisognava minacciare sanzioni, forse anche per evitare di intervenire militarmente. Come aveva dichiarato pochi giorni prima del voto al Consiglio Europeo un esponente della Cdu, il presidente della commissione esteri al Bundestag Norbert Roettgen, «Se non ci sono né conseguenze né sanzioni per i più gravi crimini di guerra è uno scandalo. E applicare misure militari sarebbe l’approccio sbagliato». Anche i francesi, inizialmente ostili, hanno deciso che era meglio trovare un accordo con la Germania e fare asse sulla questione siriana.</p>
<p>Sono rimasti contrari alle sanzioni invece Austria, Cipro, Grecia, Ungheria e Slovacchia. Così come il ministro degli esteri lussemburghese Jean Asselborn, lo stesso che aveva chiesto di espellere l’Ungheria dalla Ue se non rispettava le regole sui migranti.</p>
<p>E l’Italia se ne è fatta portavoce. Per realpolitik e per coerenza. Appena quattro mesi fa <a href="https://sputniknews.com/europe/201606181041572360-putin-renzi-st-petersburg-forum/">il premier Renzi era stato a San Pietroburgo</a> e l’incontro con Putin era stato salutato come «un grande revival della cooperazione economica tra Italia e Russia. E una conferma del ruolo della Russia nella battaglia contro il terrorismo, l’estremismo e l’intolleranza».</p>
<p>Piegarsi a una visione “americana” del Medio Oriente non è mai stato nelle corde della diplomazia italiana, che ha sempre cercato di costruirsi un ruolo autonomo da negoziatore e pacificatore, così come ha fatto con i suoi peace-keeper in Libano. Il problema è che la Russia non tollera posizione di mezzo: o con me o contro di me. E chi non è d’accordo con gli Usa viene risucchiato dalla retorica della guerra fredda ed etichettato come putiniano.</p>
<p>Adesso, dunque, l’Europa appare spaccata in un fronte Russia-friendly, capitanato dall’Italia e composto da Grecia, Spagna, Cipro, Austria, e uno neo-atlantista, in cui militano i pezzi grossi della Ue – Francia, Germania e l’uscente Regno Unito. Come potranno gli europei presentarsi ai negoziati per la Siria con una visione unica sul piano di pace?</p>
<p>In mezzo a questa frammentazione, Renzi sembra deciso a capitanare il “fronte del no” interno all’Unione. No a qualsiasi rigore, interno o esterno. Tanto l’America sta cambiando presidente e potrebbe pure arrivarne uno che adora il Cremlino come Trump. Tanto Merkel e Hollande hanno da affrontare le elezioni e Londra se n’è già andata dalla Ue. E tanto l’opinione pubblica italiana è sostanzialmente con lui, perché i cittadini della penisola saranno pure democratici, ma in fondo in fondo pensano che Putin sia l’unico capo di Stato che abbia avuto il coraggio di combattere i terroristi sul terreno.</p>
<p>Tra l’altro è un pensiero condiviso da molti europei. In Germania, ad esempio, un sondaggio ha rilevato che il 30 per cento degli elettori di Die Linke (sinistra) e di quelli dell’Afd (estrema destra) ritiene che Putin sia un leader migliore di Merkel. Tant’è vero che la proposta di sanzioni a Mosca concordata dalla Cancelliera con Hollande non era poi così punitiva come qualcuno vuole far credere. Il <a href="http://www.ilfoglio.it/politica/2016/10/21/renzi-sanzioni-russia-consiglio-europeo-documenti-inediti-eliminazione___1-v-149648-rubriche_c912.htm">documento</a> si limitava a minacciare possibili ritorsioni verso futuri bombardamenti: “La Ue sta valutando tutte le opzioni, comprese ulteriori misure restrittive nei confronti di persone ed entità che sostengono il regime, qualora continuassero le atrocità in atto”</p>
<p>Ma invece di accordarsi sulla strategia del “traccheggio”, i Paesi europei si sono spaccati, con soddisfazione del Cremlino. che sta facendo di tutto per favorire le divisioni interne alla Ue in modo da consolidare la propria posizione in Ucraina e fermare l’espansione della Nato verso est.</p>
<p>Anche se, ufficialmente, Mosca dichiara tutt’altro: l’Europa viene invitata a collaborare in Siria, per separare i terroristi dai gruppi d’opposizione legittimi e per lanciare un processo di pace “inclusivo” e rispettoso delle risoluzioni Onu. Rispettoso come i bombardamenti sugli ospedali e sulle scuole di Aleppo.</p>
<p>La realtà è che Putin usa Assad come pedina per riconquistare uno status di superpotenza e costringere l’Occidente a tornare in occidente. Che l’obiettivo russo travalichi il sostegno al regime siriano è provato dai bombardamenti su Aleppo del 19 settembre, dove sono stati colpiti convogli di aiuti dopo che Damasco si era accordato con le organizzazioni umanitarie per farli passare. Tra i venti civili uccisi c’erano volontari della croce rossa siriana presieduta dall’amico di Assad Abderrahmane Attar.</p>
<p>Quel che vuole Putin è prendersi una parte di Medio Oriente e restaurare la logica delle sfere di influenza pre-1991. La sua visione dei rapporti con quest’area è la stessa dei neocon americani: ogni forma di opposizione ai regimi amici equivale a terrorismo.</p>
<p>Gli europei non sono d’accordo, ma alcuni sono disposti a scendere a compromessi pur di conservare un partner commerciale come Mosca. Tuttavia, sanzioni o no, le cose per noi non cambierebbero poi molto.</p>
<p>Secondo uno <a href="http://hir.harvard.edu/how-important-would-post-sanctions-russia-be-for-eu-foreign-trade/">studio</a> di Harvard, infatti, la diminuzione degli scambi con la Russia non deriva tanto dalle sanzioni, ma dalla recessione che ha colpito Mosca  dal 2013 e in generale dal pessimo stato di  una nazione a pezzi (altro che superpotenza). Anche ritirando completamente le sanzioni, gli investimenti russi nei Paesi europei non raggiungerebbero mai più il picco del 2012.</p>
<p>Insomma, non possiamo basare la nostra salvezza sul commercio con Mosca. Verrà un giorno in cui ci verrà chiesto da che parte stare e mentre qualcuno arrancherà per ricucire i rapporti con Washington, i veri protagonisti dei conflitti in Medio Oriente – Arabia Saudita, Qatar, Iran – si giocheranno da soli la partita.</p>
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		<title>In Siria la Russia si prepara a colpire duro, ma le sanzioni sarebbero state un boomerang</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Canetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Oct 2016 15:26:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Assad]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Sanzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La speranza di fermare il massacro di Aleppo, se mai era nata, è già morta. Mosca sta preparando&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La speranza di fermare il massacro di Aleppo, se mai era nata, è già morta. Mosca sta preparando una vittoria militare sul campo. <strong>L’intera flotta del Nord e parte della flotta del Baltico della marina russa</strong> – di cui fanno parte la portaerei <em>Kuznetsov</em>, l’incrociatore a propulsione nucleare <em>Pyotr Veliky </em>(il più grande del mondo nella sua categoria), due cacciatorpediniere, un sottomarino d’attacco, una petroliera, un rimorchiatore e una nave di sorveglianza – <strong>sono partite il 15 ottobre dall’Artico con destinazione il Mar Mediterraneo</strong> <strong>orientale</strong>. Il convoglio di navi da guerra dovrebbe arrivare di fronte alla costa siriana entro fine mese. I quindici aeroplani, tra <em>Su-33</em> e <em>MiG-29K/KUB</em>, e i dieci elicotteri (<em>Ka-52K, Ka-27</em> e <em>Ka-31</em>) imbarcati andranno quindi a coordinarsi con la flotta aerea russa presente nella base di Khmeimim per sferrare l’attacco finale sui quartieri orientali di Aleppo, ancora controllati dai ribelli. Secondo gli esperti si tratta di <strong>una mossa che va letta più dal punto di vista del crescente confronto tra Russia e Nato che non in quello della guerra siriana</strong>. L’aumento della forza di aviazione potrà infatti avere un impatto sul conflitto forte ma non decisivo. Per quello servirebbero fanteria e carri armati, un’escalation che finora Mosca ha sempre voluto evitare. E tuttavia <strong>non si può sottovalutare l’impatto simbolico e tattico</strong> che il nuovo dispiegamento militare russo avrà <strong>sulla battaglia di Aleppo</strong>.</p>
<p>La tregua di pochi giorni, concessa dal Cremlino mentre la flotta navale discende verso il Mediterraneo, e pensata per far defluire civili e combattenti dai quartieri assediati, è servita a Mosca più per pulirsi la coscienza che non per indebolire le fila dei ribelli: secondo la versione del ministro degli Esteri russo Lavrov, i qaedisti dell’ex Al Nousra hanno impedito con la violenza ai civili e agli insorti di abbandonare la città. Una mezza verità, che trova però eco nella decisione dell’Onu di non procedere all’evacuazione dei feriti dai quartieri controllati dai ribelli “perché mancano le condizioni di sicurezza”. In ogni caso <strong>il fallimento dell’evacuazione da un lato e il rafforzamento da parte di Mosca di un apparato bellico già impressionante dall’altro lasciano presagire un finale tragico</strong>.</p>
<p>Di fronte a questo scenario <strong>può far storcere il naso la linea diplomatica scelta dall’Italia </strong>in seno all’Unione europea, di impedire che venissero decise altre sanzioni contro la Russia per via della Siria. Si tratta di una decisione di realpolitik, che affonda le sue ragioni profonde in questioni che vanno oltre quella siriana, e che tuttavia proprio sulla questione siriana potrebbe avere un effetto utile. Si può infatti supporre che la minaccia delle sanzioni non avrebbe impedito a Putin di portare a compimento il suo piano di battaglia per Aleppo. In compenso avrebbe reso ancor più tesi i rapporti tra Stati europei e Mosca. <strong>Adottare misure inefficaci, e al contempo ostili verso il Cremlino, non sarebbe stata una buona base di partenza per qualsiasi futura trattativa sulla Siria</strong> – che, innegabilmente, non potrà prescindere dalla Russia – e sulla regione. E che una trattativa resti necessaria anche dopo una eventuale caduta di Aleppo est nelle mani dei lealisti è evidente: il regime e i suoi alleati controllano meno del 50% del Paese, Assad rimane una figura fortemente divisiva e Mosca lo sa, i Paesi del Golfo non danno segnale di voler recedere da questa guerra per procura, lo Stato Islamico non è vicino alla sconfitta, la Turchia ha propri uomini e mezzi nel nord della Siria, e i curdi non sembrano intenzionati a rinunciare alle proprie mire autonomiste.</p>
<p>Le sanzioni, pur giuste eticamente, avrebbero logorato il filo di dialogo che ancora l’Europa tiene in vita con il Cremlino, con il risultato di schiacciare la Russia (che, a torto o a ragione, percepisce come ignorate le proprie istanze) su posizioni sempre più oltranziste, in Siria ma non solo. <strong>Mantenendo invece aperto il canale con Putin sarà forse possibile influire in futuro – sia per ridurre il dramma umanitario della Siria sia per tutelare i nostri interessi, come Italia e come Unione europea – in sede di negoziati. </strong></p>
<p>Non si deve ignorare la complessità del quadro geopolitico e economico, specie in un <strong>momento storico in cui il Medio Oriente è in ebollizione e le alleanze storiche dell’Occidente (in primis quella con la Turchia) sono sottoposte a spinte e torsioni senza precedenti. </strong>A questo quadro si aggiunge l’incertezza sulla futura politica estera americana. Di sicuro in questo preciso momento pensare di prescindere dal dialogo con quella che è diventata una super-potenza in Medio Oriente e nel Mediterraneo orientale – la Russia ha sfruttato abilmente la sponda sciita (Iran, Iraq, Assad, Hezbollah) per portare armamenti avanzati nella regione e imporre la sua superiorità bellica; dopo aver rischiato uno scontro frontale ha avvicinato a sé la Turchia come non era mai successo; è in buoni rapporti con Israele, con l’Egitto e con Haftar in Libia – significa pensare di prescindere dalla realtà. E, per citare Ytzhak Rabin, <strong>“la pace non si fa coi propri amici, ma coi propri nemici”.</strong></p>
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