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	<title>Sovranità Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Soft o Hard Brexit: il Regno Unito tra globalizzazione e sovranità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara Capelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Oct 2016 15:55:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A poco più di tre mesi dal referendum che ha sancito la vittoria della Brexit, molta confusione continua&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/198/">Soft o Hard Brexit: il Regno Unito tra globalizzazione e sovranità</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A poco più di tre mesi dal referendum che ha sancito la vittoria della Brexit, molta confusione continua a imperare nel Regno Unito. Le modalità con cui avverrà il distacco dell’Inghilterra dall’Unione Europea (UE) rimangono infatti ancora molto vaghe, svelando con prepotenza una grande contraddizione del nostro tempo: navigare in solitaria le turbolente acque della globalizzazione non rende pienamente sovrani, né consente di meglio proteggere le categorie sociali che sono state maggiormente emarginate dalla globalizzazione stessa.</p>
<p>La premier Tory, Theresa May ha annunciato il 2 ottobre che l’Articolo 50 del Trattato sull’UE – quello che prevede il recesso volontario e unilaterale di uno dei paesi membri – sarà invocato alla fine di marzo 2017. L’obiettivo è di concludere le negoziazioni con Bruxelles entro marzo 2019 e prima delle prossime elezioni legislative previste per il 2020.</p>
<p>La classe politica del Regno Unito non ha tuttavia ancora preso delle precise posizioni sulla struttura su cui si costruirà la Brexit. Nel frattempo, fra questa incertezza generale, il 7 ottobre la sterlina britannica si è significativamente deprezzata sui mercati internazionali, cosa che in molti esperti – a cominciare dal noto opinionista del <em>Financial Times</em> Martin Wolf<a href="https://mondodem.wordpress.com/2016/10/12/soft-o-hard-brexit-il-regno-unito-tra-globalizzazione-e-sovranita/#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> – hanno interpretato come un evidente segno di scetticismo circa la chiarezza degli obiettivi del governo May e di sfiducia per il futuro dell’economia inglese.</p>
<p>Da una parte, l’esito del referendum del 23 giugno 2016 ha palesato un diffuso e acuto malcontento nei confronti della libera circolazione degli individui e dei flussi migratori di cui il Paese è stato protagonista negli ultimi decenni. Sia Theresa May sia il Labour Party devono fare i conti con la questioni migratorie per contenere l’escalation populista e garantirsi il consenso di quanti ritengono che rifugiati e immigrati economici extra- e intra-europei siano la causa prima del peggioramento delle loro condizioni sociali.</p>
<p>Dall’altra parte, il pieno controllo sui flussi migratori si potrebbe ottenere soltanto attraverso uno scenario di <em>hard Brexit</em>, in cui l’uscita dalla UE comporterebbe l’abbandono delle istituzioni europee ma anche del mercato unico, con tutti i benefici in termini di rapporti preferenziali e assenza di barriere tariffarie e non. Un aspetto non trascurabile per un’economia in cui il 53% delle importazioni proviene da Paesi UE e il 44% delle esportazioni è diretto verso gli stessi.</p>
<p>L’uscita dal mercato unico potrebbe con grande probabilità aumentare i costi dei prodotti importati (come conseguenza della reintroduzione di dazi e del deprezzamento della sterlina rispetto all’euro) – prodotti per cui un’economia marcatamente deindustrializzata come quella britannica (fatta eccezione per alcuni settori d’eccellenza e high-tech) è largamente dipendente.</p>
<p>Il deprezzamento della sterlina difficilmente riuscirebbe a compensare questo scossone sul lato delle importazioni. Le esportazioni britanniche sono largamente basate su servizi (circa il 35% dell’export dei servizi è diretto verso la EU) e, più precisamente, su servizi di tipo finanziario (un terzo dei servizi finanziari esportati).  Tuttavia sono proprio i servizi – in particolare quelli connessi alle <em>big companies</em> internazionali – e la finanza ad avere espresso maggiore preoccupazione per gli esiti delle negoziazioni della Brexit, precisando che la loro presenza nel Regno Unito è legata a doppio filo ai vantaggi economici che derivano dall’appartenenza del Paese al mercato unico. Il considerevole deprezzamento della sterlina degli ultimi giorni – il valore più basso dal 1985 – non ha dunque aperto una finestra di opportunità per l’export britannico, ma ha piuttosto portato alla luce le debolezze dell’economia del Regno Unito, soprattutto la sua dipendenza dalle importazioni estere e dai capitali stranieri. Una dipendenza che rischia di acuirsi qualora lo scenario <em>hard Brexit</em> prevalga, come la reazione dei mercati degli ultimi giorni pare proprio suggerire. Inutile dire che a farne le spese della crisi che si profila all’orizzonte saranno indubbiamente le categorie più fragili e emarginate del tessuto sociale britannico, in buona sostanza coloro che hanno votato a favore della Brexit per il contenimento dei flussi migratori e dei fenomeni legati alla globalizzazione.</p>
<p>La classe politica inglese si trova dunque di fronte al paradosso che in molti hanno voluto ignorare durante la campagna referendaria. In un mondo globalizzato – a cominciare dalla libera circolazione dei capitali – l’uscita dalla UE non restituisce sovranità, bensì il contrario. Nel tentativo di assecondare le pulsioni xenofobe che si sono coagulate sul voto per la Brexit non si è debitamente considerato che questa avrebbe privato il Regno Unito di una serie di condizioni economiche preferenziali, difficilmente rinegoziabili nel breve periodo (come ben illustrato da un articolo dell’Economist<a href="https://mondodem.wordpress.com/2016/10/12/soft-o-hard-brexit-il-regno-unito-tra-globalizzazione-e-sovranita/#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>), esponendo l’economia britannica a dinamiche che andranno a svantaggio dei più emarginati e dei salari medio-bassi (elemento spesso sottovalutato dai sostenitori della “Brexit da sinistra”, la cosiddetta <em>Leftix</em>).</p>
<p>Considerate le condizioni attuali, è fondamentale orientarsi verso uno scenario di <em>soft Brexit</em>, negoziando con chiarezza strategica uno status che continui a garantire la presenza del Regno Unito nel mercato unico senza timore di accettare concessioni legate alla mobilità intra-europea – come avviene per esempio nel caso di Norvegia e Svizzera – o ad altre, rilevanti, questioni.</p>
<p>La risposta al voto referendario non passa per una rincorsa a tensioni populiste a fini elettorali, bensì a una precisa (ri-)presa di coscienza dell’importanza che la globalizzazione si deve governare bene, ma ciò può avvenire solo rigettando l’illusione che da soli si è sovrani, perché la piena sovranità dei cittadini europei è possibile solo all’interno di un progetto politico condiviso.</p>
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