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	<title>#unioneeuropea Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Spesa Pubblica: conta come spendi!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Oct 2018 08:48:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[#spesapubblica]]></category>
		<category><![CDATA[#unioneeuropea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Fabrizio Macrì Nel dibattito politico italiano degli ultimi anni, su temi economici, si è affermata, diventando quasi&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Fabrizio Macrì</em></p>
<p><strong>Nel dibattito politico italiano degli ultimi anni, su temi economici, si è affermata, diventando quasi senso comune, universalmente accettato, l’opinione secondo la quale l’Italia possa uscire dalla trappola del debito, mettendo in atto politiche fiscali espansive e cioè aumentando di fatto la spesa pubblica ed uscendo dalla spirale recessiva indotta dalle politiche di austerity.</strong> Più spesa pubblica aumenta il denominatore della frazione tra debito e PIL ed il rapporto diminuisce. Nell’affermare questa teoria, si cita anche <strong>Keynes</strong>, illustre economista vissuto a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, che riteneva che lo Stato dovesse giocare un ruolo attivo e anticiclico compensando con iniezioni di spesa pubblica le fasi calanti del reddito e della domanda aggregata.</p>
<p>Questa impostazione, spesso usata in modo semplicistico e demagogico, prescinde da tre dati di fatto:</p>
<ol>
<li><strong>Non è vero che l’Italia venga da anni di austerity e cioè di draconiani tagli alla spesa</strong>; la spesa pubblica italiana sul PIL è al di sopra della media europea, paragonabile (Austria e Svezia) se non superiore (Olanda e Germania) a quella di paesi in cui qualità e quantità dei servizi pubblici sono nettamente superiori alle nostre. Il rapporto tra spesa pubblica e PIL in Italia è del 51%, mentre in Germania è del 47%. Lo stesso dato è applicabile anche al tema delle pensioni. <strong>Non è vero che la percentuale degli italiani ultrasessantenni costretti a lavorare sia sproporzionata e che quindi tolga lavoro ai giovani</strong>: in Paesi come Germania, Svizzera, Austria e Nord-Europa, dove i tassi di occupazione giovanile sono superiori ai nostri (ci vuole poco), la percentuale degli ultrasessanteni al lavoro è compresa tra il 60 ed il 70%, mentre in Italia è del 52% contro una media europea del 57%. Tra il 2005 ed il 2014, in anni di presunta austerithy, la spesa pubblica pro-capite è cresciuta di 1600 euro mentre il reddito cresceva della metà. Il contrario di quanto affermato dalla teoria del moltiplicatore di Keynes che sostiene che gli effetti sul reddito degli aumenti di spesa pubblica sono più che proporzionali. Non credo si sbagli Keynes ma i suoi odierni sedicenti sostenitori.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li><strong>La spesa pubblica italiana è largamente inefficiente ed improduttiva</strong>. In una situazione come quella italiana, in cui il reddito prodotto dall’economia privata è sceso dagli anni 90 ad oggi dal 50% al 45% del PIL ed in cui la spesa pubblica incide per più della metà sul reddito complessivo, non è lecito aspettarsi tassi di crescita elevati, perché sostanzialmente più della metà dell’economia non è sottoposta a concorrenza e non è stimolata ad aumentare efficienza, produttività e resa della propria forza lavoro. Questo sarà tanto più vero in un paese come il nostro affetto dal diffuso cancro del clientelismo e della corruzione. Inoltre, maggiore è la quota pubblica dell’economia e maggiore sarà il carico fiscale sulla parte privata, che deve sostanzialmente lavorare per mantenerla, usufruisce di servizi pubblici largamente al di sotto del valore della spesa sostenuta per ottenerli e non ha margini per investire in ricerca e sviluppo e aumenti della produttività reale. Nel contesto odierno, di accresciuta concorrenza internazionale in cui per sopravvivere devi competere, il fatto che la quota della nostra economia che compete si stia restringendo (nonostante il formidabile aumento dell’export) e quella che si protegge si stia allargando, non è una buona notizia.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="3">
<li><strong>Aumentare la spesa pubblica e basta</strong>, come gli ultimi anni e le cifre sopra elencate dimostrano, può non avere effetti sul reddito, ma tramite l’aumentato carico fiscale sulle imprese, <strong>rischia addirittura di avere effetti recessivi ed «<em>anti-keynesiani</em>»</strong>.</li>
</ol>
<p>Se si decidesse, quindi, di avviare una fase espansiva, con forti iniezioni di Spesa Pubblica, <strong>bisognerebbe partire dall’identificare le priorità strategiche del Paese</strong>. Nel caso italiano, a mio modo di vedere, le due priorità coincidono con i punti di tenuta del Sistema Italia, ovvero dai presupposti della nostra sopravvivenza come sistema paese nel contesto della globalizzazione:</p>
<ul>
<li><strong>Formazione</strong>;</li>
<li><strong>Industria</strong>.</li>
</ul>
<p>La Spesa Pubblica si compone di diverse voci. In una situazione di forte indebitamento, scarsa occupazione, scarsa produttività e domanda interna stagnante come la nostra, <strong>gli sforzi si dovrebbero concentrare sull’obiettivo di riavviare la macchina soprattutto manifatturiera del secondo paese industriale d’Europa</strong>, non quindi sulla spesa corrente (necessaria per il normale funzionamento dello Stato), né sulle spese ordinarie (stipendi della PA e pensioni), ma <strong>sulle spese produttive</strong> (cioè sugli investimenti pubblici, per esempio in infrastrutture), <strong>direttamente connesse alla crescita dell’attività delle imprese e quindi indirettamente connesse all’aumento dell’occupazione reale del Paese</strong>. In questa logica, <strong>potrebbero rientrare anche delle defiscalizzazioni mirate sugli investimenti privati e riduzione del cuneo fiscale</strong>, concentrandosi sui settori produttivi a più alto tasso di crescita e con un maggiore mercato potenziale in proiezione futura. Utilizzando le risorse residue per rendere partecipi il più alto numero di imprese alla crescita della domanda globale con <strong>mirate politiche sull’internazionalizzazione</strong>.</p>
<p><strong>Un aumento invece della Spesa Pubblica, teso ad aumentare sussidi e pensioni minime, è meritorio dal punto di vista morale</strong> ed ha anche una sua logica economica, perché destinato a sostenere i consumi, <strong>ma rischia di disincentivare i beneficiari dei sussidi a cercare un lavoro vero</strong>. Inoltre il suo impatto sulla domanda non è dirompente come un intervento sugli investimenti, non ha effetti diretti sul mercato del lavoro e sulla produttività delle aziende e soprattutto non porta benefici permanenti e strutturali al sistema Paese non essendo direttamente connesso alla competitività della sua offerta: in due parole «<em>domanda sprecata</em>».</p>
<p>Per non parlare degli effetti che un aumento della Spesa, che non abbia effetti sulla nostra competitività e quindi sulla nostra capacità di far crescere il reddito, può avere sulla nostra credibilità nei confronti dei nostri creditori nazionali e internazionali. Il rischio di aumento dello spread e cioè di aumento dei rendimenti sui nostri titoli di stato affinché questi continuino ad essere acquistati sui mercati, nonostante il rischio Paese, è molto alto e genera una spesa per interessi sul debito che sottrae risorse al Governo per fare altro.</p>
<p><strong>Tutto quindi ci induce a pensare che qualsiasi mossa nel senso di un aumento sostanziale del deficit andrebbe fatta non inveendo contro l’Europa ed i mercati ma d’accordo almeno con i nostri maggiori partner europei</strong>, a fronte di un piano chiaro di investimenti produttivi e aumento dell’efficienza della spesa che ci renda credibili.</p>
<p>Da un recente studio dell’Istituto Bruno Leoni, che mette a confronto la Spesa Pubblica di Italia e Germania, emerge che la nostra Spesa, oltre ad essere nettamente superiore rispetto al PIL di quella tedesca (51% a fronte del 47% tedesco), è allocata anche male visto che spendiamo ad esempio tra il 20 ed il 40% in meno per l’istruzione. Lo stesso studio rivela che questa maggiore spesa e questa sua cattiva allocazione incide tanto negativamente sulla nostra credibilità, come pagatori di chi ci presta i soldi per il nostro debito, che il Paese paga annualmente in termini di rendimenti sui titoli di stato 45 miliardi in più della Germania: il 2,9% del PIL, 2 manovre finanziarie, circa 5 redditi di cittadinanza.</p>
<p>Il quanto conta insomma, ma è sul come che dovremmo concentrarci.</p>
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		<title>La transizione ecologica per il futuro della sinistra europea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jul 2018 10:44:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[#ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[#multilateralismo]]></category>
		<category><![CDATA[#unioneeuropea]]></category>
		<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Luca Bergamaschi &#160; Introduzione Da qui a maggio 2019, in occasione delle prossime elezioni europee, la sinistra&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Di Luca Bergamaschi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Introduzione</strong></p>
<p><strong>Da qui a maggio 2019, in occasione delle prossime elezioni europee, la sinistra in tutte le sue forme deve recuperare in poco tempo molto terreno se non vuole finire nell’irrilevanza, stretta dalla morsa di populismi nazionalisti ed estremisti.</strong> C’è infatti un rischio molto serio che il prossimo Parlamento Europeo sia dominato da forze di estrema destra e populiste.</p>
<p><strong>La crisi che le sinistre europee condividono, eccetto forse per il nuovo esecutivo spagnolo, è una crisi di rappresentanza, credibilità e ambizione.</strong> Nel caso del Partito Democratico ripetere continuamente i successi del passato senza una sufficiente credibilità a livello personale o di leadership (per motivi giusti o sbagliati che siano) non fa presa su un elettorato stanco e desideroso di cambiamento. Chi dice cosa è importante quanto cosa si dice. Per questo motivo il PD ha bisogno, in tempi rapidi, di una vera e proprio metamorfosi che dia spazio a facce nuove, in primis giovani e donne, sia aperta ad ampie alleanze e che rilanci visione e politiche ambiziose in risposta al crescente populismo nazionalista.</p>
<p><strong>In questo contesto la sfida ambientale, e in particolare la lotta al cambiamento climatico, offre un modello concreto e alternativo al risorgere dei nazionalismi e al futuro della sinistra.</strong> Questo modello, e il suo successo, ha le fondamenta in due pilastri principali: <strong>la trasformazione giusta dell’economia globale del ventunesimo secolo e la cooperazione internazionale basata su regole multilaterali condivise.</strong> La sinistra europea deve recuperare lo spirito della storica COP21, la ventunesima conferenza mondiale sul clima del dicembre 2015, in cui fu adottato l’Accordo di Parigi. Questo passaggio ha segnato un enorme successo della diplomazia multilaterale contemporanea sotto la guida della Presidenza francese del governo Hollande e dell’Amministrazione Obama. Da allora però la sinistra non è più riuscita a dare alla visione di Parigi la priorità politica necessaria per tradurla in un progetto politico coerente, perdendo così la credibilità di un elettorato sempre più ampio e sensibile.</p>
<p>In Italia, la scelta del referendum sulle trivelle (per continuare l’estrazione di idrocarburi, entro 12 miglia dalla costa, fino ad esaurimento del giacimento invece che fino al termine della concessione), il mancato supporto a obiettivi europei ambiziosi ma realistici nel campo dell’energia e del clima e la mancanza di una generale priorità politica (con l’eccezione del governo Gentiloni e del lavoro di alcuni sindaci come Giuseppe Sala a Milano) hanno creato un profondo scollamento all’interno della comunità della sinistra, raccolto in seguito dal Movimento 5 Stelle. In Germania, i socialdemocratici sono stati incapaci di abbracciare con coraggio l’idea di una transizione socialmente sostenibile rimanendo invece ancorati in difesa delle roccaforti carbonifere a ovest nella regione della Ruhr e a est in Lusazia. In Francia, i socialisti non hanno saputo capitalizzare il successo del 2015 lasciando la scena a Emmanuel Macron che ha fatto della lotta al cambiamento climatico una sua roccaforte domestica e internazionale.</p>
<p>Il nuovo esecutivo spagnolo manda invece segnali promettenti di rilancio, con la nomina di Teresa Ribera, da sempre in primo piano nella lotta al cambiamento climatico, a guidare il nuovo super Ministero della Transizione Ecologica. Questo ministero, sul modello di quello francese, ha responsabilità sull’energia, l’ambiente e lo sviluppo sostenibile, una formula che, se fosse applicata anche in Italia e in Germania, consentirebbe una maggiore coerenza, efficacia e pianificazione “di sistema”, invece di mantenere competenze separate in diversi ministeri ed esposti a interessi contrapposti.</p>
<p><strong>Quali proposte allora per un progetto politico alternativo con al centro la transizione ecologica in vista delle elezioni europee del 2019?</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Per una transizione giusta</strong></p>
<p><strong>La necessità e l’urgenza del riscaldamento globale e dell’inquinamento dell’aria e dei mari definiscono un nuovo paradigma politico per la convivenza pacifica dei popoli del ventunesimo secolo: riusciremo a gestire la transizione ecologica in modo ordinato o il cambiamento incontrollato trainato da eventi</strong> – dal peggioramento degli impatti climatici alle profonde trasformazioni tecnologiche alle migrazioni di massa al collasso dei paesi produttori di idrocarburi e i conseguenti impatti sulla geopolitica e sul commercio internazionale – <strong>creerà più disordine, instabilità e competizione?</strong></p>
<p><strong>La sinistra europea deve rispondere a questa sfida con la piena consapevolezza che la trasformazione giusta e ordinata dell’economia globale non è solo possibile ma l’orizzonte ultimo per preservare i suoi valori identitari di pace, giustizia sociale, progresso, diritti umani, cooperazione, democrazia e libertà.</strong></p>
<p>L’Accordo di Parigi indica come soglia di sicurezza per evitare cambiamenti incontrollabili il raggiungimento, a livello globale, della <strong>“neutralità delle emissioni”</strong> entro la seconda metà del secolo: per l’Europa questo implica la transizione a un’economia a zero emissioni nette entro il 2050. Un primo impegno concreto deve essere quello di adottare questo obiettivo ultimo come il punto di riferimento principale per pianificare il futuro dell’Unione. Nella pratica significa allineare tutte le politiche e gli obiettivi europei all’obiettivo di zero emissioni nette al 2050, iniziando con l’innalzamento dell’attuale obiettivo europeo al 2030 di riduzione delle emissioni, fissato nel 2014, da almeno il 40% ad almeno il 50% rispetto al 1990.</p>
<p><strong>Dobbiamo allora riorganizzare radicalmente e nel tempo più rapido possibile il modo in cui produciamo, consumiamo, costruiamo, ci spostiamo e ci relazioniamo con i nostri vicini e partner internazionali.</strong> Questa trasformazione così profonda richiede la definizione di un nuovo “contratto sociale ecologico” basato su tre ingredienti principali – investimenti, protezione e futuro – con al centro una grande riforma della finanza pubblica e privata che ponga la finanza al servizio dell’economia e delle persone, invece di farne da padrone, per supportare lo sviluppo locale, pulito e socialmente sostenibile. Ogni stimolo pubblico che produca chiari benefici economici, sociali e ambientali, come il supporto all’efficienza energetica, e che nel lungo periodo diminuisce i costi della spesa pubblica non può essere considerato dalle regole europee come un debito che aggrava il deficit pubblico. La battaglia della “flessibilità di bilancio” è una battaglia per la prosperità, la sicurezza e il futuro dei cittadini che la sinistra deve portare avanti nella consapevolezza di assegnare la flessibilità a quegli investimenti che effettivamente creano un provato valore economico, sociale e ambientale per la transizione ecologica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li><strong>Investimenti per creare lavoro locale </strong></li>
</ol>
<p><strong> Il passaggio da un’economia fossile a un’economia ecosostenibile richiede un livello di investimenti senza precedenti</strong>: la Commissione Europea stima che al 2030 occorrono 2 mila miliardi di euro per nuove infrastrutture, le energie rinnovabili e l’efficienza energetica. Questo rappresenta un enorme stimolo economico per la crescita e la creazione di milioni di posti di lavoro locali che va a sostituire miliardi di euro spesi per l’importazione, di oltre un miliardo di euro al giorno, di combustibili fossili. Questi investimenti permettono una riduzione sostenuta delle bollette di cittadini e imprese attraverso i risparmi sulle importazioni e l’uso efficiente delle risorse. La riduzione dell’esposizione alla volatilità dei prezzi dei combustibili fossili è lo scudo più robusto per salvaguardare la capacità di spesa dei consumatori.</p>
<p><strong>La Green Economy è oggi il settore dell’economia globale con la crescita più rapida e la piattaforma della prosperità sostenibile della prossima generazione.</strong> La rivoluzione edile di fronte a noi non risiede tanto nella costruzione del nuovo ma nel rendere il patrimonio edilizio esistente il più energeticamente efficiente e intelligente possibile. La rivoluzione dei trasporti significa adottare mezzi di trasporto elettrici e politiche di condivisione che trasformano la vita delle città, contribuendo ad abbattere l’inquinamento dell’aria che causa oltre 400 mila morti premature all’anno in Europa.</p>
<p><strong>Per ottenere tutto ciò, oltre alla visione e alla priorità politica, occorre una profonda riforma finanziaria che dedichi più risorse comuni alla transizione ecologica</strong>, partendo dal nuovo programma di investimenti europei (“InvestEU”, che sostituisce il piano Juncker) e il nuovo budget europeo. Vista la centralità della transizione ecologica in tutti i settori dell’economia, il nuovo budget europeo dovrebbe dedicare almeno la metà delle sue risorse a essa e allo stesso tempo terminare completamente ogni forma di supporto diretto o indiretto ai combustibili fossili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li><strong>Protezione dei cittadini</strong></li>
</ol>
<p><strong> </strong>Se la transizione ecologica avrà un impatto generale positivo sulla creazione di nuovi posti di lavoro, molti di quelli tradizionali andranno perduti, con serie conseguenze per i lavoratori e le comunità più vulnerabili, come nel caso dell’industria dei combustibili fossili, con particolare riferimento al carbone, e dell’industria dell’auto a combustione. È necessario allora dedicare parte dei fondi di coesione europei a quelle regioni, comunità e settori più affetti dagli impatti negativi della transizione.</p>
<p><strong>Occorre inoltre investire in strategie specifiche a seconda delle situazioni particolari e delle loro opportunità per non lasciare indietro nessuno</strong>: da piani di pre-pensionamento a sviluppo di nuove industrie locali alla possibilità di rimpiego e nuova formazione. Tutto questo in un dialogo partecipativo con sindacati, imprese, decisori politici a tutti i livelli (sindaci, governatori regionali, ministri) e la società civile. Se questo modello avrà successo aiuterà la sinistra a rispondere più efficacemente e credibilmente alla sfida generale del futuro del lavoro.</p>
<p>La protezione dei cittadini richiede di mettere la finanza al servizio delle persone più vulnerabili dedicando esplicitamente, per esempio, parte dei fondi e del budget europeo all’efficientamento energetico delle comunità più bisognose che vivono in condizioni di povertà energetica, soprattutto in Europa orientale. La Commissione Europea stima infatti che l’11% della popolazione europea, oltre 50 milioni di persone, non può permettersi i costi per un riscaldamento adeguato della propria abitazione.</p>
<p><strong>Mettere la finanza a disposizione delle persone significa anche richiedere a tutte le imprese di riportare in modo trasparente le informazioni sull’impatto dei loro investimenti sull’ambiente, con riferimento particolare alle emissioni clima-alteranti, e sulla loro esposizione al rischio fisico degli impatti climatici e al rischio finanziario della perdita di valore dei loro asset</strong> (quest’ultimo vale soprattutto per le grandi compagnie di petrolio e gas). Un impegno concreto è quello di rendere queste informazioni pubbliche e obbligatorie sulla base del lavoro svolto dalle banche centrali e dai regolatori finanziarie dei paesi G20 attraverso la <a href="https://www.fsb-tcfd.org/wp-content/uploads/2017/06/FINAL-TCFD-Report-062817.pdf"><em>Task Force on Climate-related Financial Disclosures</em></a><em>. </em>Queste informazioni sono fondamentali e necessarie per riorientare le scelte dei risparmiatori e riformare la finanza globale privata e dedita allo sviluppo.</p>
<p>Infine, <strong>la protezione dei cittadini passa dalla difesa fisica delle persone, delle imprese e del territorio dagli impatti crescenti del cambiamento climatico.</strong> Anche in questo caso occorrono risorse specifiche per l’adattamento e la resilienza, soprattutto delle regioni più esposte, come i paesi dell’Europa meridionale. Ma più risorse da sole non bastano: occorre un grande piano Europeo di gestione preventiva del rischio climatico che parta da una valutazione degli impatti delle diverse temperature sulle infrastrutture, sulla salute e sul conseguente livello di investimenti necessario, fino alla formulazione di strategie specifiche di risposta ai diversi impatti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="3">
<li><strong>Futuro</strong></li>
</ol>
<p><strong> L’industria deve tornare al centro delle politiche economiche progressiste con l’obiettivo di creare l’industria più competitiva e produttiva della transizione ecologica globale.</strong> Per fare ciò occorre investire da un lato sull’efficienza delle risorse e dall’altro sulle tecnologie del futuro. Rendere obbligatorio standard di efficienza energetica ed economia circolare permetterebbe alle imprese di risparmiare ingenti quantità di risorse per l’acquisto di combustibili fossili e altre materie prime aumentandone la produttività, la capacità di innovazione e la competitività internazionale.</p>
<p>E’ inoltre indispensabile per il futuro delle imprese e del lavoro dedicare più risorse specifiche all’innovazione, alla ricerca e allo sviluppo, accelerando il processo di commercializzazione delle innovazioni più promettenti. In particolare, la decarbonizzazione dei trasporti, dell’industria (compresa quella pesante come acciaio, alluminio, cemento e carta) e dell’agricoltura sono l’orizzonte su cui puntare attraverso programmi specifici e collaborazioni con le università per sviluppare il <em>know-how</em> del ventunesimo secolo. In questo risiede la competitività, l’opportunità e la prosperità sostenibile del futuro.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>L’Europa nel mondo</strong></p>
<p><strong>Parallelamente all’azione domestica la sinistra deve porre l’idea della trasformazione ecologica giusta al centro della propria ridefinizione del ruolo dell’Europa nel mondo e delle relazioni internazionali.</strong> Se la sfida della transizione ecologica presenta molte opportunità, vi sono però anche molti rischi che, se non gestiti, minano le basi della cooperazione multilaterale basata su regole condivise.</p>
<p>Per il secondo anno consecutivo gli impatti del cambiamento climatico hanno causato più spostamenti forzati che i conflitti: nel 2017 oltre 19 milioni di persone sono state costrette a spostarsi a causa di disastri naturali. Per il 2050 stime medie mostrano che i migranti ambientali potrebbero raggiungere i 200 milioni, con quelle più pessimiste che indicano fino a un miliardo di persone costrette a spostarsi a causa di disastri ambientali. I modelli climatologici mostrano che senza un&#8217;accelerazione della transizione la maggior parte del Medio Oriente rischia di diventare inabitabile nel corso dei prossimi decenni. La regione del Mediterraneo e del Medio Oriente potrà vedere le proprie temperature alzarsi di oltre i 4 gradi nel 2050 e tra i 6 e gli 8 gradi nel 2100, toccando in estate picchi di oltre i 50 gradi.</p>
<p><strong>E’ evidente che il cambiamento climatico sarà l&#8217;elemento determinante della migrazione e di potenziali nuovi conflitti.</strong> Se la sinistra non affronta oggi la questione del movimento forzato delle persone partendo dalle sue cause profonde, questo secolo rischia di segnare il fallimento della convivenza pacifica come l&#8217;abbiamo conosciuta in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi.</p>
<p><strong>Occorre ripensare lo sviluppo in funzione dei cambiamenti futuri e degli impatti del cambiamento climatico, iniziando a dedicare la priorità delle risorse disponibili alla resilienza dei sistemi idrici e alimentari delle regioni più vulnerabili e nel vicinato, come nell&#8217;Africa Sub-Sahariana e in Nord Africa.</strong> Le misure di resilienza, insieme all’accesso all’energia pulita e all’efficienza energetica, sono anche necessarie a garantire lo sviluppo sostenibile di una larga fetta della popolazione (in crescita) di queste aree, soprattutto quella giovanile.</p>
<p><strong>A livello geopolitico, l’Europa dovrà innanzitutto affrontare il disordine al di fuori dei suoi confini, soprattutto in Medio Oriente, causato da potenze come Russia, Arabia Saudita e Iran, il cui potere è finanziato prevalentemente dalla vendita di combustibili fossili.</strong> Il modo migliore per diminuire la capacità di questi paesi di creare instabilità è di accelerare la decarbonizzazione dei trasporti e del riscaldamento (in questo senso la rivoluzione edile e dei trasporti è anche una rivoluzione geopolitica) ma allo stesso tempo sostenere il vicinato e i produttori stessi nella loro transizione ecologica e gestione degli impatti climatici.</p>
<p><strong>Infine, in un momento di frammentazione geopolitica, sfiducia nella cooperazione internazionale e aumento dei rischi globali la sinistra deve investire di più nella diplomazia per allineare gli interessi dei vari paesi, condividere le opportunità ed evitare approcci nazionalistici, protezionistici e competitivi di sviluppo che minerebbero l’essenza stessa del multilateralismo. Nel ventunesimo secolo il successo della sinistra dipende dal successo del multilateralismo.</strong> Un impegno concreto è quello di aumentare la capacità diplomatica dell’Unione Europea, attraverso più poteri e risorse umane dedicate, per influenzare le scelte climatiche ed energetiche delle maggiori potenze globali, dalle quali dipende la nostra sicurezza, e di ripensare le relazioni con Cina, India e altri paesi emergenti. Il <a href="http://www.arne-lietz.de/files/2018/03/DraftReport.ClimateDiplomacy.pdf">nuovo rapporto del Parlamento Europeo sulla diplomazia del clima</a>, redatto dagli eurodeputati tedeschi di centro sinistra Arne Lietz e Jo Leinen, dovrebbe diventare la base di partenza per una nuova diplomazia europea.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Conclusione</strong></p>
<p><strong>La transizione ecologica, se gestita in maniera giusta e ordinata, offre alla sinistra europea una visione e azioni concrete da cui ripartire per ripensare sé stessa e il suo ruolo nel mondo.</strong> Occorre riportare al centro della politica di sinistra la sfida ambientale e dare spazio a nuove personalità per una rappresentanza credibile, impegnandosi per obiettivi e politiche ambiziose e facendo leva su un vasto capitale industriale, sociale, istituzionale e della ricerca che è fortemente impegnato e sensibile ma altrettanto sottorappresentato.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Da dodici a cinque stelle su sfondo verde: la sfida grillino-leghista alla politica europea dell’Italia</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1027/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicoletta Pirozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Apr 2018 11:01:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[#elezioni2018]]></category>
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		<category><![CDATA[#unioneeuropea]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[PD]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Nicoletta Pirozzi Il rilancio europeo rischia di inciampare sull’Italia, proprio quando l’Unione europea tirava un sospiro di&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Nicoletta Pirozzi</em></p>
<p>Il rilancio europeo rischia di inciampare sull’Italia, proprio quando l’Unione europea tirava un sospiro di sollievo per aver domato l’onda populista ed euroscettica nelle elezioni del 2017 in Francia, Germania, Austria e Olanda. Il 4 marzo scorso, mentre la SPD dava il via libera al nuovo esecutivo di coalizione con la CDU-CSU, garantendo la riattivazione del motore franco-tedesco, le consultazioni italiane accordavano quasi il 55% delle preferenze alle cosiddette forze anti-sistema: M5S, Lega e Fratelli d’Italia. Un risultato solo in parte inatteso dalle stesse istituzioni europee, che si sono limitate a caute esternazioni di preoccupazione (prima) e timidi auspici per una rinnovata centralità dell’Italia in Europa con il nuovo governo (dopo).  L’Unione dovrà quindi fare i conti con una situazione di temporanea instabilità dovuta alla mancanza di un governo operativo (nelle parole di Junker) e probabilmente con una politica europea profondamente mutata nel terzo Paese europeo nel medio periodo.</p>
<p>Di certo Bruxelles, insieme a Parigi e Berlino, non staranno ad aspettare. Ci sono importanti decisioni che sono state discusse già nel Consiglio europeo di fine marzo e che saranno prese nel prossimo giugno. Parliamo di pilastri della costruzione europea come il completamento dell’Unione economica e monetaria, in particolare attraverso il rafforzamento dell’Unione bancaria e la riforma del Meccanismo europeo di stabilità, il negoziato sulle prospettive finanziarie dell’Ue per il 2021-2027 e su una capacità di bilancio per la zona euro, le proposte di tassazione dei colossi del web e di creazione di un’autorità europea del lavoro. Ci sono poi la riforma del sistema di Dublino e del diritto di asilo europeo, i negoziati per la Brexit che organizzeranno il partenariato tra l’Ue e la Gran Bretagna, le reazioni europee al caso Skripal, il futuro delle relazioni con la Turchia e i Balcani occidentali, le politiche da attuare per le crisi libica e siriana, le risposte ad una possibile nuova offensiva commerciale degli Stati Uniti e il salvataggio dell’accordo sul nucleare iraniano. Senza dimenticare la necessità di fronteggiare le minacce interne allo stato diritto che arrivano da paesi come l’Ungheria e la Polonia, e quelle derivanti dalla radicalizzazione. Infine, si avvierà tra poco il percorso di avvicinamento alle prossime elezioni europee del maggio 2019 e del futuro assetto istituzionale dell’Unione.</p>
<p>A tutti questi processi l’Italia aveva garantito il suo contributo e aveva guadagnato in credibilità nel corso dei quattro governi – guidati da Monti, Letta, Renzi e Gentiloni – che si sono avvicendati dal 2011. Non sono mancati i contrasti, soprattutto sulla mancanza di solidarietà nella gestione del fenomeno migratorio e nella ripartizione dei richiedenti asilo, oppure sull’interpretazione della flessibilità nella gestione dei bilanci. Tuttavia, l’Italia ha saputo istaurare un sodalizio fruttuoso con le istituzioni di Bruxelles e con la coppia franco-tedesca, ottenendo risultati significativi e attivando le necessarie riforme interne in materia di pensioni, mercato del lavoro, pubblica amministrazione. Gli scenari più probabili fanno ora ipotizzare un cambio di passo, con l’Italia condannata all’inazione per il protrarsi dello stallo politico-istituzionale, o addirittura un’inversione di tendenza, se si realizzerà una convergenza tra forze che portano avanti agende populiste, anti-sistema ed euroscettiche (salvo un’improbabile e improvvisata svolta macroniana del M5S).</p>
<p>Sicuramente cambierebbero i riferimenti politici: non più le forze riformiste e progressiste europee, ma l’Ukip di Nigel Farage, con il quale il M5S ha stretto un’alleanza strategica anti-establishment dal suo ingresso al Parlamento europeo nel 2014; Marine Le Pen, leader dell’ultra-nazionalista Front National – ora Rasseblement National – alleata di Matteo Salvini; e il premier illiberale ungherese Viktor Orbàn, dal quale Giorgia Meloni ha preso lezioni sulla lotta all’immigrazione clandestina lo scorso febbraio. L’Italia rischierebbe inoltre la marginalizzazione se le politiche sovraniste dovessero prendere il sopravvento, ad esempio rompendo il fronte europeo sull’imposizione di sanzioni alla Russia di Putin per l’annessione illegale della Crimea, oppure venendo meno agli impegni presi in ambito Ue per l’approfondimento dell’integrazione nel settore della difesa e la partecipazione a progetti e missioni nell’ambito della politica comune di sicurezza e difesa. Queste posizioni ci avvicinerebbero di più ai paesi Visegrad che ai nostri interlocutori tradizionali della vecchia Europa, e ci esporrebbero a un isolamento pericoloso per la tutela dei nostri interessi sul fronte mediterraneo e transatlantico. Infine, il consolidamento della narrativa populista strumentale e miope minerebbe le basi già logore del sentimento europeo degli italiani, fragilizzando l’ancoraggio del nostro paese all’orizzonte dell’Unione, l’unico in grado di garantirci protezione dai dazi di Trump o di proiettarci come attore rilevante in Medio Oriente e in Nord Africa.</p>
<p>La nuova realtà delle cose rende essenziale una opposizione forte e risoluta del Partito Democratico e di tutte le forze riformiste e progressiste. Questa opposizione dovrà basarsi su tre priorità d’azione.</p>
<p>In primo luogo, farsi promotori della realizzazione di iniziative politiche concrete e rispondenti ai bisogni quotidiani dei cittadini: ad esempio, consolidare l’agenda sociale europea con un’indennità di disoccupazione europea già proposta dall’Italia nel 2016 e mai realizzata.</p>
<p>In secondo luogo, lavorare sulla ricostruzione interna del partito e mantenere il suo ruolo di interlocutore unitario per i partner europei ed internazionali, in modo da presentarsi alle prossime elezioni europee con un fronte socialdemocratico compatto e credibile, all’interno di un PSE rinnovato.</p>
<p>Infine, rilanciare l’adesione dei cittadini al progetto europeo, elaborando una visione strategica sull’Europa che sia convinta e coraggiosa, e che abbandoni completamente i tentennamenti e le ambiguità del passato.</p>
<p>Alle false sirene della chiusura e di una finta sovranità si deve rispondere con la concretezza della costruzione europea e con obiettivi chiari, per proteggere il paese dall’abisso nel quale tali sirene lo trascinerebbero.</p>
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